venerdì 30 ottobre 2009

Bersani-Vendola: la sinistra riparte?


Al quartier generale del Pd, al piano di sotto, mentre al piano di sopra si fanno i primi incontri tra il nuovo segretario e i politici forti e piccoli che vogliono dialogare con Bersani: c’è una strana luce, una luce distesa, anche sui volti di quelli che passano, poche tracce delle guerre appena concluse. Ieri è stato il turno di Nicki Vendola, che è arrivato con sobrietà a parlare del futuro. Solo un’ora per fare i primi passi di avvicinamento. Ma un’ora di conversazione può dire molto: dipende non solo da quello che si dice ma da come lo si dice, e soprattutto dall’idea di politica che si ha. Nel gergo militare, viene detta “the golden hour”, l’ora d’oro, quella che separa la vita dalla morte: se un ferito grave viene soccorso entro i primi sessanta minuti, ha serie possibilità di farcela, altrimenti è spacciato. Ecco, il tempo andrebbe sempre misurato così.
Che cosa si sono detti Pier Luigi Bersani e Nicki Vendola in quei sessanta minuti? Hanno fatto le solite chiacchiere di circostanza oppure hanno aperto, insieme, una finestra da cui far prendere veramente aria al paese? Che linguaggio hanno usato? Che futuro si immaginano? Di quali soggetti politici intendono prendersi cura?
I due uomini sono molti diversi, come diverse sono le posizioni da cui partono: l’uno, Bersani, esce vittorioso da un match che lo dava già vittorioso in partenza, l’altro, Vendola, è in piena ricostruzione e lotta ogni giorno della sua vita per dare concretezza ad un progetto politico complicato e ambizioso. Non lo sappiamo ancora se sarà un vincitore, per il momento si muove con i pezzi mezzi rotti che trova sulla sua scacchiera all’alba di ogni nuovo giorno. E’ come se sulla giacca ci fosse un foglietto bianco con su scritto “Lavori in corso”. Insomma, uno è solido, l’altro precario. Il precario porta nella discussione (anche perché li conosce esistenzialmente) i bisogni dei precari, dei vulnerabili, dei sofferenti, di quelli che sono stati attaccati e calunniati, coloro a cui non è andata sempre bene ma che guardano avanti perché si sono assunti una responsabilità di fronte ai loro elettori, al paese.
Passano i sessanti minuti e i due uomini raccontano di essersi trovati d’accordo su più punti. Bersani parla un linguaggio politico, Vendola usa una lingua più immaginifica, ma sembrano in effetti dire cose molto simili. Per Bersani, la democrazia è indistinguibile dalle “grandi questioni sociali”, in questo legge “un interesse comune” con le forze rappresentate da Vendola, e insiste sulla necessità di “creare dinamiche di corresponsabilità”: “Bisogna pensare a larghe alleanze di progresso per costruire un’alternativa alla destra”. E piace, a Vendola, la parola “alternativa”, non perché indichi uno spostamento inerte del baricentro, ma perché mette in campo un cambiamento di prospettiva: “Le forze di opposizione vanno organizzate in modo da vincere e far cambiare direttiva al paese”. Chiamare in campo i soggetti sociali significa una cosa molto precisa: abbandonare la coazione all’ attacco personalistico contro il premier, in favore di una politica-politica. L’uomo Berlusconi si ridimensiona, fino quasi a sparire, mentre l’obiettivo inquadra altre realtà, il degrado, la povertà, la disoccupazione, il precariato: “La sinistra deve sapere dare una risposta a questo paese, che è un paese che soffre”.
Soffre anche perché non crede più alla politica. Come ridarle senso? “La politica deve tornare ad essere una specie di caleidoscopio, deve rendersi capace di decifrare il paese, e di consentire ai corpi sociali di organizzare la rabbia e la speranza”. Rabbia e speranza. Per Vendola queste sono parole chiave, attorno a cui ricostruire un “vocabolario della sinistra”.
Non è una pura questione nominalistica, ma un esercizio della mente. E non è forse questo il compito più importante della sinistra italiana? Pensare “differente”, alzare il tiro delle proprie idee, guardare dentro e intorno, configurare un altro immaginario da sostituire ad un mondo modellato sulla proliferazione di culi, banconote e grandi falli, potenti o impotenti che siano.
“Contrastare il berlusconismo è un’operazione complessa – riflette Vendola – Non bastano slogan urlati, bisogna sconfiggere la videocracy sul piano dell’immaginario. Questa è la questione politica”.
I due uomini sono d’accordo anche su questo. Nessuno dei due andrà al Berluscon Day il 5 dicembre, perché, lo dice Bersani, lo conferma Vendola, “le manifestazioni non sono dei party”.
Party non è una bella parola. Non ci appartiene. Eppure il Partito Democratico l’ha usata, non molto tempo fa. Come dimenticare il Democratic Party con tanto di immagine berlusconiana al lavoro?
Forse le cose però stanno cambiando. E allora fa bene Bersani a sentire quello che ha da dire Vendola, perché dietro quell’invisibile spilla con su scritto “Lavori in corso” potrebbe nascondersi la trama della più interessante rivoluzione linguistica, e culturale, che la sinistra italiana – con tutte le sue cadute

Pubblicato su "L'Altro" il 30 0ttobre

mercoledì 28 ottobre 2009

Napoleoni, l'economista che pensava in grande

La parola “lezione” non piace a nessuno, e il nome di colui da cui si dovrebbe andare a scuola, Claudio Napoleoni, non è proprio di dominio pubblico. Ragion per cui il seminario organizzato dalla Fondazione della Camera dei Deputati potrebbe rimanere lettera morta, se non fosse che quella “Lezione di Claudio Napoleoni” sviscerata da economisti, politici, sindacalisti, contiene così tanti elementi di pensiero dinamico da farci rapidamente dimenticare il contesto e l’aria rapida, per certi versi solenne, con cui gli interventi si sono succeduti. Undici relazioni e una sola relatrice: la donna (Carla Ravaioli), parla alla fine, dopo dieci uomini. Peccato. Perché questa unica donna immette nel discorso un linguaggio visivo, non arroccato sulla propria specializzazione, capace di “mostrare” anche a chi Napoleoni non lo conosce o lo stava dimenticando la pragmaticità di una visione egualitaria, ecologica e femminista del tempo “riproduttivo”, un tempo in cui gli uomini e le donne siano padroni di se stessi e non puri strumenti di produzione: “Claudio Napoleoni si muoveva tra l’osservazione della più modesta ferialità quotidiana e l’azzardo di una visione più alta” dice Ravaioli, che con l’economista e politico torinese aveva collaborato poco prima della sua morte, avvenuta nel 1988.
La giornata di studio, intitolata “Cercate ancora”, è stata introdotta da Fausto Bertinotti, presidente della Fondazione della Camera dei Deputati, che ha sottolineato due elementi del pensiero di Napoleoni: la scienza critica e la speranza.
Indubbiamente, “speranza”, è una parola strana, una parola che passa meno facilmente di “utopia”, perché che non fa parte del patrimonio linguistico di una sinistra laica e comunista.
C’era, infatti, in Napoleoni, un anelito ad un “trascendimento dell’ordine esistente”. Il che lo portò, verso la fine della sua vita, ad abbracciare la filosofia heideggeriana e ad interrogarsi su questioni di ordine teologico, come ci racconta Raniero La Valle: “Ad un certo punto, Claudio Napoleoni non è più sicuro della bontà del finito e comincia a chiedersi, con Heidegger, se per caso solo un Dio possa salvarci”. “Per quello che riguarda invece il suo rapporto con i comunisti, riconosce che per riscattare l’alienazione umana bisogna uscire dal capitalismo. Altrimenti perché continuate a chiamarvi comunisti? chiedeva ai suoi compagni del Pci…Quando lui ormai non c’era più, i comunisti hanno cessato di chiamarsi comunisti ma le alienazioni non hanno cessato di esistere”.
Napoleoni era capace di vedere come l’uomo viene ammazzato di lavoro, come viene “suicidato dalla società”, misurava in termini di ore la progressiva riduzione di libertà, disegnava con grande lucidità quel movimento sofisticato, complesso, ma non irreversibile, attraverso cui “il capitale tende a diventare totale, cioè autoritario, mirando a ridurre i soggetti a cosa”, e per questo insisteva sulla questione della divisione di classi: “Ristabiliva una dialettica di lotta di classe in un momento in cui il concetto di classe stava scomparendo solo perché alcune classi avevano vinto e altre avevano perso” (Riccardo Bellofiore).
Altra parola strana, oggi a sentirsi: “classe”. Chi parla più oggi di rapporti e conflitti di classe?
Forse anche per questo l’economista e politico italiano si sentì ripetutamente tradito dalla Sinistra: “Chiedeva al Pci di riflettere sul problema delle nuove alienazioni” (La Valle)”; “Era convinto che la Sinistra dovesse contrapporre al modello degli altri, un altro modello” (Bellofiore); “Nella Sinistra, diceva nel 1987, non c’è più la tendenza a raggrupparsi per grandi idee, grandi problemi, grandi impostazioni” (Mario Tronti).
“Pensare in grande” non gli impediva di ragionare in termini pragmatici. Non a caso, tra le sue idee di economia politica è passata alla storia la cosiddetta “lotta alla rendita” (“Napoleoni voleva ristabilire il primato del valore d’uso al valore di scambio, quando il capitalismo fa tutto il contrario” spiega Alessandro Montebugnoli) e la proposta concreta di una settimana lavorativa di 30 ore, il che significava “poter scegliere il proprio tempo e definire una diversa qualità del tempo” (Carla Ravagnoli). Napoleoni ha impartito importanti lezioni di “politica strutturale”, quando “sono proprio le politiche strutturali quelle che cambiano le politiche di sviluppo: non a caso è la linea che oggi sta seguendo Obama” (Silvano Andriani), e ha combattuto battaglie precise per migliorare la vita dei cittadini, come quella sulla scala mobile contro il governo Craxi (ce lo ricorda Giorgio Cremaschi). Convinto che invece di modificare la natura, si potesse procedere alla modificazione dell’uomo (Giorgio Ruffolo).
Alcune di queste battaglie sono ancora tutte da giocare, ma c’è ancora qualcuno disposto a mettere sul tavolo da gioco un’idea di politica come “movimento di liberazione dell’uomo”?
Questa è domanda che ci rimane tra le mani, lasciata da un uomo “che si è sporcato le mani” (Bertinotti), un politico che amava lanciare in alto la trama della sua filosofia economica e politica: “Ricordando Napoleoni, mi sento di ripetere quello che Engels disse di fronte alla tomba di Marx: “E’ stato un economista perché è stato innanzitutto un rivoluzionario”(Vittorio Tranquilli).
Ma quello che più ci colpisce di tutti questi ritratti diseguali e compositi (che potrebbero anche rimanere appesi all’aula del refettorio del palazzo del Seminario senza prendere mai aria), è il disegno di una figura capace di incarnare l’esigenza di una doppia verità, il più possibile aderente alla complessità dell’essere umano che si trova a vivere oggi: “Napoleoni parlava di due domini del reale: il dominio materiale e un dominio d’altro genere, legato a rapporti non mercificati. L’uno non escludeva l’altro, perché per lui era possibile essere tutt’e due le cose, cioè stare contemporaneamente dentro e fuori il sistema produttivo” (Alessandro Montebugnoli).

Pubblicato su "L'Altro" il 28 ottobre 2009

martedì 27 ottobre 2009

Il libro di Scarpellini sulla perdita della realtà


Le immagini si schiantano nel proprio vortice: esplosioni, fiamme, corpi che seducono e corpi che cadono, senza attrito: sacrifici estetici, che saturano la vista e fanno scivolare nelle vene una droga visiva capace di uccidere lentamente. Il condannato (lo spettatore) ne chiede ancora e ancora. A tutti piace vedere la morte bella, e nessuno pensa che sta fissando la propria. Perché l’uomo che precipita dalle Twin Towers con le gambe ad angolo non è vero, le fiamme non sono vere, e neanche gli aerei. Il montaggio delle attrazioni non ha fine e invece di perpetuare “la guerra con altri mezzi” si riproduce solo “lo spettacolo con altri mezzi”. Le emozioni si ibernano, il ritmo è tutto, e chi se ne frega degli altri: gli altri non sono che figurine di un cielo iper-sonorizzato che dispensa morfina colorata. Una pletora di esteti nichilisti maniaci pazzi e incoscienti grida al capolavoro (Stockhausen parlò di “perfetta esecuzione” il giorno dopo la caduta delle Torri): alla fine, non c’è guerra né realtà, ma solo sguardo accecato. Il libro di Attilio Scarpellini, saggista e critico teatrale, L’angelo rovesciato - quattro saggi sull’11 settembre e la scomparsa della realtà (Edizioni Idea, 18 euro), si pone con lucidità e pìetas un problema ineludibile – la sparizione della realtà, appunto – che forse proprio in quanto ineludibile viene eluso da tutti: non una parola da parte dei grandi giornali (e neanche dei piccoli), non un cenno dai colleghi. E allora noi ci chiediamo: di che cosa si occupa in Italia la critica, quali eterni favori è intenta a scambiarsi, da quanto tempo non cerca per conto suo anche tra le case editrici piccole un guizzo, un’infrazione alla norma, un pensiero costruttivo che non flirti con il girotondo dissanguato delle immagini e delle parole isomorfe alle immagini?
Ecco, L’angelo rovesciato non è isomorfo ai mondi che descrive, non cerca la scorciatoia del tono sdegnato ma parte da una cura antica del dettaglio, si appoggia ad una scrittura sapiente - tra critica letteraria e reportage -, per avvistare in luoghi tra loro non omogenei tutti i riusciti tentativi di osmosi tra arte e crimine.
E sono di volta in volta la fotografia, il cinema, la letteratura, la performance, il teatro della realtà, gli oggetti dell’indagine filosofica di Scarpellini, volta a catturare quel punto di sutura e di nullificazione, l’accecamento dello sguardo mimeticamente addossato alla cosa mostruosa che guarda. Citando Paul Virilio, l’autore identifica nella “sparizione” “l’emozione sovrana dell’epoca”, là dove l’arte e il terrore si identificano. Sull’onda del pensiero di Camus e Malraux, puntualmente cerca i resti dell’umano nella mutata condizione umana.
Folgorante la riflessione su quelle avanguardie che in molti casi flirtano con il potere, in nome di un nichilismo estetizzante che annulla la “presenza” degli altri, issando sull’altare l’eterno spettacolo della morte. Un po’ come accade con il denaro, che si pasce di se stesso. Ed è curioso che, viaggiando con la mente, Scarpellini legga in Alexsandr Sokurov ( e non per esempio in Ken Loach), raffinato orchestratore di dispositivi cinematografici capaci di abitare le stanze del potere e i movimenti dell’occhio interno (Arca russa, Il sole), una fibra militante: “Al lato opposto del prodotto visivo- è il regista russo a parlare - l’arte comincia dove c’è la coscienza, anche politica, del ruolo dell’arte stessa. Senza questo filtro interpretativo, il male diventa incontrollabilmente affascinante e seduttivo”.
Ora, questo libro importantissimo rischia di finire ingoiato dallo sguardo opaco di una civiltà morente che, nella furia di assimilare e abbellire lo sterminio del reale, perde i dettagli, i corpi e i gesti dei vivi, i sintomi di “un pensiero veramente pensato” (Heidegger) che non può che produrre un movimento di decelerazione. L’angelo rovesciato è una raccolta di saggi (alcuni inediti, altri giù pubblicati su riviste come “Nuovi Argomenti”), che contiene riflessioni degne di Guy Debord, eppure nessuno ci fa caso, e non solo perché l’autore in questione non va in televisione. Basta dare la colpa alla televisione. Il problema non è della televisione, ma dell’apatia dei singoli e dei gruppi, della mancanza di pensiero autonomo, della febbre del consenso di chi pratica, per ruolo riconosciuto e contrattualizzato, il dissenso culturale. Questo accecamento non è solo dei media e della critica, ma anche dell’arte stesa, come racconta con competenza anacronistica Attilio Scarpellini. Il suo non è un libro di denuncia, eppure quanto brucia questo pensiero militante. Non è un volume che parla di politica eppure sì che fa politica. L’angelo rovesciato è un’opera che riattiva il piacere conoscitivo di chi legge, perché fa scorrere tra le sue pagine il suono silenzioso del pensiero di chi scrive. Ma i nostri critici sono troppo occupati a rafforzare “il circuito integrato della cultura”, a guardare da tutte le parti e da nessuna, per essere capaci di leggere, con pazienza, un libro come questo che, essendo dotato di corpo e di ombra, è poco assimilabile ala circolazione euforica degli oggetti senza peso: “Il vero modello è l’assorbimento dello sguardo nel flusso delle reti – scrive Scarpellini - dove ogni banalità è sorretta e legittimata dallo sguardo complice degli altri (riceventi ed emittenti, fruitori e creatori a un tempo) e ogni oggetto diviene “concettuale” solo in virtù della sua messa in connessione”.


Pubblicato su "L'Altro" il 25 ottobre 2009

martedì 20 ottobre 2009

Ignazio Marino, la cultura e la paura

19 ottobre 2009, Piccolo Eliseo, alle undici del mattino comincia un dibattito strano, perturbante, a tratti allegro, un po’ scolastico forse (ma di questi tempi la scuola è un covo di rivoltosi, quindi occhio a quello che dicono gli scolari!). Un dibattito che potrebbe essere archiviato o registrato tra gli atti di propaganda elettorale di un candidato segretario di partito (il Pd), un europeo dal volto asiatico vissuto negli States che parla con un certo entusiasmo non solo di morgue ma anche di spettacolo. Ignazio Marino include varie volte tra i punti del suo programma la parola cultura (per esempio: “raggiungere un livello minimo di investimenti nella cultura pari all’1% del bilancio dello Stato”), e il mondo della cultura e dello spettacolo lo ringrazia, Paolo Virzì e Valerio Magrelli in prima linea. Maddalena Crippa gli crea su misura anche un inno, con la sua energia di attrice rigorosa e combattente, adattando su Marino una canzone di Gaber, e verrebbe anche un po’ voglia di dire “forse è anche troppo”, e invece no, non è mai troppo, basta perdere, basta defilarsi, basta fare gli intellettuali. Ci vuole un inno? Facciamo un inno. Evviva gli inni.
Tutto questo è nuovo, e persino festoso. Ma c’è poi un altro piano del discorso, che non può esaurirsi in un dibattito e che ci obbliga tutti a fermarci e pensare. Nel corso dell’incontro al Piccolo Eliseo, è stato evocato lo spettro del nazismo e del fascismo. Per descrivere il collasso culturale del paese, la violenza con cui il premier e i suoi stolti ministri stanno azzerando la capacità di pensiero, si è fatto più volte riferimento agli anni Trenta, alla notte dei Cristalli, al rogo dei libri e all’offuscamento delle menti. “Non è che si sta preparando una nuova Shoah contro gli artisti, contro i Benigni e contro i Jovanotti?” chiede nel suo toscano forte, umoristico, Paolo Virzì. Sorride e dice Shoah. Legge, si alza e va al suo posto. Tra gli applausi. Ancora più forti i toni di Moni Ovadia, che non prepara nessun discorso ma usa una voce potente per far tuonare nel teatro le parole “razzismo”, “leggi razziali”, “minoranze”, dicendo cose in effetti sacrosante, come “c’è una classe politica che odia i giovani”, oppure “i diritti delle minoranze li decidano le minoranze, e non le maggioranze secondo i loro tiramenti del giorno”. Applausi a scena aperta.
Renato Nicolini mostra i calzini: “Non sono turchesi come quelli del giudice Mesiano, ma sono ancora più strani…Guardateli, sono a quadrettoni…In questo paese un giudice non può emettere una sentenza senza trovarsi poi sbeffeggiato su Canale 5….Questa cosa si chiama delazione”. Applausi.
Dopo aver ascoltato tutti, Ignazio Marino si alza e dice, più o meno: non prometto niente ma farò di tutto. Lui che viene dalla ricerca universitaria conosce il valore impalpabile, all’inizio improduttivo, della cultura, il peso non misurabile delle idee: “E’ terribile che si affermi una politica culturale che premia solo ciò che fa cassetta. Un mondo così taglia tutta la ricerca e il pensiero che sta dietro alla ricerca. Quella ricerca e quel pensiero che non fanno subito profitto ma che sono alla base del nostro futuro”. Applausi.
Valerio Magrelli ci porta sul tavolo una premonizione di Giorgio Bocca: “Anche se ha preso tanti abbagli, Bocca è stato il primo a parlare di Berlusconi come di un eversore”. Applausi.
Scorre una nota di oscuro malessere, una specie di attacco d’asma che dal singolo si estende al gruppo. “Mi fa male il mondo” dice Maddalena Crippa citando Giorgio Gaber, e Moni Ovadia nomina “lo spavento”: “La legge sui clandestini è una legge razzista. Si è creata la figura del deviante, così come avvenne con gli ebrei, con i rom…”.
Se anche la metà delle cose dette fossero vere, se contenessero un germe anche minimo di profezia, allora vuol dire che non abbiamo tempo né di applaudire né di respirare.
Difendere la cultura vuol dire anche affermare l’irriducibilità, l’urgenza, il sangue delle parole. Se “delazione”, “nazismo, “Shoah”, non ci fanno più nessuna paura, allora si possono tranquillamente buttare nel mucchio accanto, per esempio, a “spettacolo”, “canzone”, “partito”, cioè a parole che non ci fanno saltare sulla sedia tutte le volte che le pronunciamo, mentre “Shoah”, “delazione” e “nazismo” dovrebbero scatenarci un vero terrore.
Allora le cose sono due. O non sappiamo quello che diciamo, oppure lo sappiamo troppo bene.
Se non siamo più capaci di sentire il significato delle parole, possiamo anche arrivare a dichiarare cose così esagerate e inopportune da creare un boomerang.
Ma se invece gli anni che viviamo fossero davvero paragonabili agli anni Trenta in Germania e in Italia, dovremmo correre a rileggerci - per agire ora, subito - le pagine di Hannah Arendt quando descrive la differenza mostruosa che passa tra chi non vuol vedere e chi invece riesce a vedere, tra chi minimizza per opportunismo e chi invece sente alle porte il passo della morte, il sacrificio umano. Eccolo, il futuro dietro le spalle.

Pubblicato su "Gli Altri" il 20 ottobre 2009 (con il titolo "A tu per tu con la cultura che fu")


Il 25 ottobre voterò Ignazio Marino per tre ragioni:
1) E' un momento delicato in cui c'è bisogno di persone delicate che conoscono il valore della vita e della morte.
2) Al clima di paura e alla passività dominante, possiamo reagire solo con un atto di responsabilità personale, e non certo con lo sberleffo e l'indifferenza.
3) Il cambiamento politico e culturale del paese non può che partire dai diritti degli esseri umani, e il laicismo convinto di Marino e il dato più terrestre e coraggioso - direi addirittura immaginativo - che ci sia capitato d'intravedere tra i tessuti diseguali di quell'animale un po' preistorico un po' moderno, ma non ancora morente, che è il Pd.
(pubblicato su "L'Altro")

giovedì 8 ottobre 2009

Bertinotti e il voto in Germania

Sta in silenzio per tre ore. Prende appunti. Guarda, annuisce, sembra sereno, ma chissà che tempesta deve agitarlo da dentro una volta che Birgit Daiber (Fondazione Luxemburg) tira fuori dai suoi diagrammi preparati con germanica cura e senza enfasi il dato di realtà più sconvolgente della sinistra europea: il 25 per cento dei disoccupati tedeschi ha votato a sinistra, sinistra-sinistra (Die Linke), e non a sinistra-destra né a destra. Fausto Bertinotti riserva per sé una specie di epilogo, un discorso di retorica capovolta, un ragionamento bello e spietato, che non ha paura di nominare il fallimento italiano (“Siccome vengo da una parte che ha perso più di oggi altra, mi guardo bene dal salire in cattedra”) ma che, al tempo stesso, non può fare a meno di alzare lo sguardo oltre il confine, ai disegni diseguali della Sfinge Europa: “Il successo di Die Linke non ci deve abbagliare… Accanto a questo fatto, che potrebbe erroneamente sollevare in noi un senso di nostalgia, dobbiamo leggere anche il terrificante dato dei 25 milioni di disoccupati in tutta Europa”.
Di fronte ad una platea di pochi reduci avvinghiati al linguaggio della politica, Bertinotti celebra il funerale della politica: “Non credo più alla possibilità della politica da sola”.
La seppellisce con lentezza, cercando di mettere dentro la tomba tutto quello che può servire per un arredo funebre: il cibo che l’ha nutrita (l’utopia), e il veleno che l’ha uccisa (l’idealismo).
In risposta al giornalista Aldo Garcia che invita a “non leggere i fatti internazionali attraverso le lenti del dibattito italiano”, sostenendo che “la socialdemocrazia non è morta assolutamente”, Bertinotti non rifiuta di nominare il corpo infetto: “E’ vero che le socialdemocrazie non sono morte, ma è vero che possono morire.. E’ vero che non siamo morti, ma è vero che possiamo morire”.
Ed è una battuta scivolata per caso, uno strano lapsus, un lapsus cosciente, a nominare la colpa originaria: “Noi ci scherzavamo: “Se prenderemo il voto degli operai, vinceremo…Perché gli intellettuali e i ricchi già ci votano”. Anche Franco Giordano, che è in sala, ride. Ride di un riso sincretico, terrorizzato.
Questa scena si svolge al Teatro Eliseo, all’interno di un convegno intitolato “La Germania dopo il voto. L’Europa politica: la grande assente” organizzato dalla rivista bimestrale di Bertinotti, “Alternative per il Socialismo”, un piccolo pensatoio che dietro l’apparente aria di nicchia elitaria cela una fibra vitale, sinceramente interessata, per esempio, all’affare Europa, zona boschiva, impenetrabile, refrattaria a costituirsi come solido interlocutore del colosso americano.
“Il luxemburghiano oggi è Obama” dice Fabio Mussi, raccogliendo lo sguardo severo di Birgit Daiber, che invece è venuta a raccontarci con pudore lo strano caso della Linke che con il suo 11,9 per cento ha raggiunto il miglior risultato della sua esistenza, seppure in assenza di un programma fondamentale. A fronte di un crollo dei socialdemocratici della Spd che dal 1998 hanno dimezzato i loro voti (risultato esaminato con grande lucidità da Michael Braun della Fondazione Ebert) e della indiscussa vittoria dei liberali che il 14, 6 degli elettori ha premiato per la promessa di abbassare le tasse e per la chiarezza di una proposta che si è affidata ad un marketing non ambiguo (lo spiega Tobias Piller, Frankfurter Allgemeine Zeitung).
Più si sviscera il caso tedesco, determinante anche per la lunga tradizione socialdemocratica, più salta agli occhi l’anomalia italiana, la sua confusa e spezzata identità. “Non siamo più il caso italiano di una volta, anzi siamo all’ultimo posto” afferma Aldo Garcia, che invita a registrare anche la vittoria dei socialisti in Grecia. “In Europa non c’è nessuna situazione paragonabile a quella italiana, non solo per il nostro governo, ma anche a causa di un’opposizione impotente e innocua” riflette Fabio Mussi, che vede invece in altre parti d’Europa un segnale di resistenza al capitalismo globale finanziario, da noi sostanzialmente accettato: “Questa totale condivisione dell’ideologia dominante, e cioè che bisogna correggere gli eccessi, senza toccare le strutture, è alla base della grande crisi della sinistra”.
Un altro sintomo da diagnosticare nel caso elettorale tedesco è quello che indica la fine non solo del bipartitismo ma anche del bipolarismo. Un orientamento anche per noi? Quali segnali cogliere, dove guardare? E soprattutto, abbiamo ancora da dire e fare qualcosa?
“A rischio di complicare, invece che semplificare, voglio evitare la tentazione di ricavarne una lezione per l’Italia” conclude Bertinotti, dopo aver puntualmente sviscerato le ragioni della differenza tra la Germania e l’Italia. “Oggi siamo meno simili di quanto non fossimo anni fa”. Niente lezioni dunque, ma solo motivi di riflessione. E’ una cautela nuova, un piccolo movimento in avanti di un politico che mentre nomina la morte della politica, si guarda umilmente intorno per leggere i sintomi e preparare la cura. “Chi ha il potere di definire le cose, ha il potere di fare”: come dice Birgit Daiber, che invita ad un diverso senso di responsabilità: “Fabio Mussi è stato troppo entusiasta sulle elezioni tedesche. Noi sappiamo, per esempio, che nella coscienza della gente la crisi economica non è ancora arrivata. Bisogna lavorare ancora moltissimo”.

Pubblicato su "L'Altro" il 6 ottobre 2009

sabato 3 ottobre 2009

Il teatro filosofico di Juan Mayorga


Una parola veloce per dire la relazione antica: “Swap”, lo scambio simbolico, si innesta nel mezzo della polis, mentre la sfida del contemporaneo non gioca tanto gioco astratto dei nuovi media quanto quello corporeo del teatro. La tredicesima edizione del festival “Quartieri dell’Arte” (diretto da Gian Maria Cervo e Alberto Bassetti) è dedicata al tema dello scambio. Scambio di lingue, di culture, di immaginari, ma soprattutto di identità, nel tentativo di sabotare il pregiudizio assiomatico del “ruolo”. Chi è l’autore e chi lo spettatore? Chi il critico e chi lo scrittore? Che esperienza facciamo del tempo ogni volta che ricostruiamo le scene di un’opera drammaturgica? Questo è un festival fatto di domande, questioni dettate e ricreate dall’esperienza percettiva che si crea nella relazione tra i vari “attori” dell’evento teatrale. E c’è molto da imparare dall’ultima opera dello spagnolo Juan Mayorga, Se sapessi cantare mi salverei, presentata in anteprima mondiale a Viterbo, con la regia di Adriano De Santis.
Nella biblioteca minuscola e tenebrosa dell’ex tribunale di Viterbo, alla presenza di soli venti spettatori, Francesco Brandi e Vito Mancasi danno vita ad un kammerspiel che mette a nudo la natura teatrale di ogni atto fenomenologico. Nella pièce, un drammaturgo reduce da un successo a teatro, vìola la stanza segreta del più importante critico di teatro, chiedendogli di assistere all’atto della scrittura: Scarpa (questo il nome dell’autore) vuole “vedere” Volodia mentre compone la recensione dello spettacolo a cui ha appena assistito e che detterà di lì a poche ore al suo giornale. La faccenda è profonda e complicata: sarebbe semplice dire che il drammaturgo vuole prendersi una rivalsa sul critico, che negli anni l’ha stroncato, riconoscendone delle doti ma giudicandolo alla fine incapace di creazione originale. Il supplizio reciproco a cui recensore e autore si sottopongono ci fa pensare che le due voci non sono che facce di uno stesso prisma, e che la materia vera dell’opera non è il sentimento di rivalsa, né la vendetta, o il tradimento, quanto il dispositivo scenico che è dietro ogni atto percettivo. Scarpa dichiara, ad un certo punto del dialogo, di aver osservato tutto il tempo Volodia seduto in platea, per leggerne il volto e la prossemica. Era quello lo spettacolo a cui lo scrittore voleva assistere, e non la messa in scena della sua stessa opera. Dal canto suo, il critico confessa di aver bisogno, per vivere, del drammaturgo. In mezzo a loro, il fantasma di una donna, un oggetto del desiderio su cui le due menti si incontrano: nell’atto di immaginarla e narrarla, ciascuno a proprio modo, Scarpa e Volodia nominano alla fine la natura teatrale della conoscenza.
Filosofo e matematico, studioso di Benjamin, Juan Mayorga non è solo un autore di teatro, o lo è nella misura in cui attraverso la parola drammaturgica si interroga continuamente sul nostro modo di percepire e di conoscere: non solo a teatro ma anche nella vita e persino quando nel silenzio della nostra stanza diamo vita allo spettacolazione della scrittura e della lettura. Viene in mente Goethe quando parlava di “teatralizzazione” della solitudine, sostenendo che ciascuno di noi non è mai veramente solo ma sempre attore e spettatore di una scena interiore. “Il teatro non accade in scena, ma nell’immaginazione di ogni spettatore..E’ quello il lavoro importante. Quando Scarpa entra nella stanza del critico, quello che vorrebbe fare veramente è aprirgli la testa e il cuore per vedere cosa veramente succede lì dentro” dichiara lo stesso Mayorga, che dopo aver assistito allo spettacolo (che ha giudicato “immaginifico”) ha incontrato il pubblico, accanto a Franco Quadri (critico di “Repubblica” e direttore della Ubulibri, editore italiano di Mayorga).
Il Festival “Quartieri dell’Arte” prosegue fino al 10 ottobre, tra Viterbo, Caprarola, Ronciglione e Tuscania, con novità drammaturgiche anche italiane, tra cui due testi teatrali da Tiziano Scarpa, Gli straccioni e Il professor Manganelli e l’ingegner Gadda, regia di Sandro Mabellini (29/30 settembre al palazzo Farnese di Caprarola). Sul fronte extra-europeo, incuriosisce la presenza dell’argentino Rafael Spregelburd, autore di un’opera-mondo composta tra il 1996 e il 2008, l’ Eptalogia di Hieronymus Bosch”: ispirata alla Tavola dei peccati capitali del pittore fiammingo e divisa in sette parti, adatta al presente la storia sociale dei peccati e dei tabù. Nelle serate tra l’8 e il 10 ottobre, a Tuscania, la regista Manuela Cherubini propone tre testi della Eptalogia: L’inappetenza, La stravaganza e Il panico che assieme a “modestia, paranoia, cocciutaggine e stupidità”, vanno a disegnare una nuova cartografia della morale: con l’intervento ancora una volta attivo dello spettatore che, a seconda dell’ordine con cui fruisce delle singole scene, è chiamato a comporre l’ordine estetico del degrado sociale.

Pubblicato su "L'Altro" il 30 settembre 2009

Fast Forward Rewind, le vie del festival

Fast Forward. Rewind. Il nastro si avvolge, come quello di Krapp. Avanti veloce e poi indietro. Solo riascoltando con attenzione le parole che sono state incise, le immagini che qualcuno ha forgiato nel suo modo combattente e libero, si può andare avanti. Che ci vuole per scacciare play? Che tasti suona il tempo presente? Rewind. Fast Forward. Rewind. Ecco che la figura di Totò principe di Danimarca riappare come un fantasma benevolo, un segno di bellezza dolorosa e stracciona che tiene a battesimo il futuro. Dedicato a Leo de Beradinis, il grande artista scomparso un anno fa (omaggiato con la proiezione della versione televisiva del suo più celebre spettacolo e del film su Charlie Parker), la sedicesima edizione de “Le vie dei Festival” si distingue quest’anno per il timbro prettamente italiano e una concezione dilatata, sentimentale, refrattaria al consumo, del tempo teatrale.
La dominante acquatica in cui è immerso il film che Leo de Beradinis e Perla Peragallo costruirono alla fine degli anni Sessanta attorno alla figura di Charlie Parker ci conduce in un universo di segni rigoroso. E se c’è una costante in questa edizione del festival, sembra essere quella di una implicita riflessione sull’isolamento dell’essere umano incapace di adattarsi ad una società violenta e tronfia. Solo è Charlie Parker, musicista dalla vita tormentata. Soli sono gli adolescenti, gli uomini e le donne di Scampia, a cui la compagnia riminese Motus ha dedicato il quarto movimento della loro sinfonia visiva intitolata “X- Ics, racconti crudeli della giovinezza”. Soli Vladimiro, Estragone, Pozzo e Lucky richiamati in vita da Egumteatro, che nel programma di Aspettando Godot cita gli irriducibili versi di Beckett: “morto nel mezzo/delle sue morte mosche/l’alito di uno spiffero/dondola il ragno”.
Ma la solitudine che emerge da questa partitura qualitativa e quindi lacunosa (come tutte le cose pregnanti) del festival dei festival è di natura doppia.
La solitudine dell’artista è, alla fine, una benedizione. Cosa vedono Enrico Casagrande e Daniela Nicolò nel momento in cui arrivano a Scampia? Vedono periferie, reticolati, corpi in subbuglio. Ma soprattutto ascoltano, attraverso la presenza dirompente di Silvia Calderoni, l’attrice danzatrice che si fa medium tra i due mondi: ascoltano canzoni hip pop, respiri asmatici, versi suburbani, racconti di chi era giovane negli anni Cinquanta e parla alle nuove generazioni con arrendevolezza, e passione. La qualità fatale delle immagini in bianco e nero catturate da Motus si rafforza nella scelta acustica di uno spettacolo che non si adagia su un arco consolatorio del discorso ma continuamente anticipa o interrompe il frastuono sonoro di Napoli, per offrire allo spettatore la possibilità di camminarci dentro, fuori dai pregiudizi, con pudore.
La scomodità con cui, a dispetto della loro storia ventennale e della fama internazionale, i Motus sono costretti ad operare (non hanno uno spazio in cui provare, non godono di produzioni forti e hanno rifiutato da sempre la logica mortale ma euforica e tuttora dominante degli scambi) li mette, in qualche modo, in una condizione privilegiata di isolamento, in grado di produrre opere di non inequivocabile purezza estetica e di capacità rigenerativa, come tutto il progetto “X- Ics”.
Nella sua fase conclusiva, il festival insegue l’immaginario di un’altra artista inventiva e pensante, Cluadia Castellucci, presente con due lavori: Il regno profondo, sermone drammatico costruito su un doppio ordine temporale, quello della realtà attuale, solita e singolare, e quello della millenaria storia umana (25 settembre), e Homo turbae, il debutto di Mòra, la compagnia di ballo della Socìetas Raffaello Sanzio, che sulle note di Messian interpreta il racconto di Edga Allan Poe L’uomo della folla (26 e 27 settembre): “Questa folla è eterna, dall’inizio del mondo – riflette Claudia Catellucci – continuamente nuove persone si danno il cambio, nelle ore e nelle ere; ed è quest’eternità, ed è questa quantità che annichila: è la percezione che la propria individuale esistenza fa parte di un sistema che da sempre la include, solo per poterla escludere, solo per passare ad altro”.
Rewind. Fast Forward. Rewind. Nel tempo delle ere e delle ore. Nello spazio di una moltitudine che, mentre lo espelle, scolpisce la forma irriducibile dell’individuo, pezzo unico, oggetto d’arte non commerciabile.


Pubblicto su "L'Altro" settembre 2009

Casa di bambola di Nauzycel: così lontana così vicina

Una gabbia onirica da cui i giovani attori entrano ed escono, attraversando come fantasmi, in punta di piedi, dei pannelli argentati, barriere leggere e sottili come i pensieri che invadono la scena. Il pubblico accerchia la gabbia dell’usignolo, la Casa di bambola in cui vive Nora Helmer e dove si consumerà in un modo memorabile il processo di una rivoluzione femminista ancora oggi incompiuta e istericamente punita. Per la diciottesima edizione dell’Ecole des Maitres (il progetto di formazione teatrale avanzata diretto da Franco Quadri e sostenuto da quattro partner europei, tra cui il Css -Teatro Stabile d’Innovazione Friuli Venezia Giulia, con la partecipazione per l’Italia dell’Eti), il francese Arthur Nauzyciel ha lavorato per mesi sul testo di Ibsen, arrivando a produrre un saggio-spettacolo che è stato presentato al Teatro Valle di Roma. A Doll’s House è un’opera potente e difficile, carica di quel pensiero in movimento che ci piace ritrovare a teatro e che ci costringe a fare il lavoro dello spettatore. Nauzyciel, che ha quarantadue anni e dirige da 2007 il Centre Dramatique Orléans-Loiret, conosciuto negli Stati Uniti e nei paesi del Nord Europa dove lavora assiduamente, è uno di quei registi di razza che non ragionano in termini di consumo culturale né di generi culturali. Cosa significa all’inizio del terzo millennio avvicinarsi ad un testo scritto nel 1879? Come artisti contemporanei, come dobbiamo investigare il campo di un autore che ha inventato il dramma moderno? Bisogna avvicinarsi o allontanarsi dal drammaturgo norvegese? Cosa deve sentire un attore di vent’anni nel pronunciare i dialoghi di Casa di bambola, chi è che parla e a chi parla? Sono domande che dietro la loro apparenza di normalità, nascondono delle vere micce di rivolta, perché costringono, se non si è in cattiva fede, ad inabissarsi in un pozzo buio dalle pareti scivolose. Dopo essersi fatto queste domande, Nauzyciel è sceso in profondità e non ha chiesto aiuto alla società dello spettacolo. E’ questa la sensazione ultima che procura la visione del suo A Doll’s House: uno studio rigoroso, affascinante, di grande intelligenza emotiva. Tre ore di spettacolo recitato in inglese, in una lingua che gli attori (italiani, portoghesi, belgi e francesi) agganciano come una maschera da indossare sul volto, non per nasconderlo, ma per mostrarlo in una luce diversa, più pura e più intensa. E’ uno dei paradossi dell’arte. Un piacere inequivocabile che nasce dall’ossimoro, e che così bene hanno colto i drammaturghi, gli scrittori, i cineasti del Nord Europa. Così lontano, così vicino. Ibsen è il padre incorruttibile di questo mistero alchemico, su cui hanno sbattuto la testa in vario modo tutti, in particolare Lars Von Trier e i suoi Dogmatici (basti ricordare Festen di Thomas Vinterberg), e su cui Arthur Nauzyciel ha costruito una partitura delicata e ferrea.
In abiti contemporanei, gli attori dell’Ecole “dicono” il testo di Ibsen con una lentezza bella, ipnotica, e sono gli uomini nella prima parte dello spettacolo a pronunciare le battute di Nora e di Kristine, mentre le donne entrano nella testa degli uomini, pronunciando le parole di Torvald, Krogstad e Rank, fino a riconquistare nella seconda parte il proprio abito sessuale. La musica dal vivo di Eric Slabiak partecipa attivamente all’organicità dell’opera, facendo intravedere nella trama sottile di questo processo drammatico il potenziale cinematografico, il dispositivo ambiguo della visione che si deposita nei corpi trattenendo nell’aria il richiamo all’altrove.
Le lampadine di un piccolo albero di Natale e un candelabro acceso sono gli unici punti di luce dello spettacolo, elementi poveri di un teatro vigoroso, dove i dodici attori non recitano i personaggi ma danno luogo ad un processo mentale, “agendo” in una lingua altra la misteriosa linea drammaturgica di Casa di bambola che non solo resiste al tempo ma lo anticipa: “Al tempo stesso politica e onirica, quest’opera è una piece per il futuro, si proietta nell’avvenire” dichiara il regista. La rivoluzione di Nora Helmer, che abbandona la famiglia per abitare il proprio “io” fuori dalla prigione delle proiezioni sociali e familiari, diventa nelle mani di Nauzyciel una materia particolare, fatta di particelle assolute, difficili da mischiare e confondere. Il fatto che il testo sia sillabato in una lingua straniera, invece di allontanarci, ci avvicina fatalmente alla gabbia di Nora, costringendoci ad ascoltare e immaginare attentamente il testo di Ibsen come se fosse la prima volta, con la purezza di chi va in un territorio stran

Pubblicato su "L'altro", settembre 2009