lunedì 12 marzo 2012

Carmelo Bene: la voce bambina


Una volta, e fu l’unica volta, andai a casa di Carmelo Bene, a via Aventina. Lui però non c’era. Stavo facendo una ricerca sul Macbeth che agli inizi degli anni Ottanta C.B. aveva provato e messo in scena al Teatro Ateneo. Ne avevo parlato con Luisa Viglietti, la sua ultima (dolcissima) compagna di vita. E lei, con il sorriso esaltato di chi, con la mente, sta vedendo qualcosa che vede solo lei, mi disse: «se vieni a via Aventina, ti mostro una cosa pazzesca»». Andai il giorno dopo. Erano circa le sette di sera. Febbraio, mi pare. Inverno, di sicuro. Portavo nel corpo una sensazione di scomposta elettricità. Entravo a casa di Carmelo Bene, porcamiseria, quell’essere sovraumano dotato di una voce lisergica che aveva il potere di farmi uscire fuori di me senza che dovessi far uso di sostanze stupefacenti. Io andavo ai suoi concerti ed entravo in trance. E ogni volta pensavo che forse Albinati non l’aveva mai sentito dal vivo Carmelo Bene, altrimenti l’avrebbe messo per forza in quel suo libro fantastico che si intitola Svenimenti dove racconta di estasi ordinarie procurate anche per caso, dopo un’anestesia totale o nel tempo fuori tempo di una meditazione, o negli accessi d’isteria. Trapassatoi. Svenimenti. Svanimenti. Insomma, io con Carmelo Bene che leggeva Leopardi, Holderlin, Majakovskij, mi sentivo così. E poco mi interessava invece del polemista, o meglio dell’effetto che il polemista faceva sulla gente, perché la gente tendeva a prendere sul serio cose che lui recitava, con gran divertimento narcisistico.
Comunque, quella sera entravo con una temperatura irreale addosso, a via Aventina. Entravo nella luminescenza del nero. Il nero di tende nere, coperte nere, divani neri, velluti luccicanti e sete monocromatiche che si diffondevano da un lungo corridoio fin dentro le stanze tappezzate tutte di libri. Una casa partorita dalla mente più febbrile che il teatro italiano ci abbia mai dato, un cervello che per 64 anni ha convissuto nello stesso corpo con altri organi cagionevoli, il cuore i polmoni, tutto: non a caso Bene andava sempre fasciandosi e sfasciandosi, in scena, dove le bende bianche significavano proprio questa sua estrema familiarità con la malattia che fin da bambino l’ha perseguitato (ma lui diceva che era stata la sua fortuna). Diffusa su tutto lo spazio, una musica (classica) inflessibile.
Mentre io mi figuravo la voce di Carmelo che chiamava Luisa nell’intimità domestica, così come un uomo chiama la sua donna, Luisa si china in basso e da un cassetto tira fuori il copione del Macbeth. I versi di Shakespeare attraversati da colori tutti diversi. Ogni stato d’animo corrispondeva a un colore. E ripensai alle prove viste in video, quando Carmelo agitava fazzoletti, lenzuola, vestiti, e diceva che ogni stoffa aveva il suo umore, la sua personalità.
Quello era il tesoro, la partitura policroma di cui avrei potuto fare una copia per il mio lavoro. Ma i doni si portano sempre altri doni. Ed è così che dallo stesso cassetto Luisa Viglietti tira fuori una montagna di quaderni e fogliettini che piccoli spettatori invasati avevano mandato negli anni a Carmelo Bene e dove avevano manifestato tutto il loro ardore attraverso frasi geniali e disegni di un ermetismo bello, assoluto: sensazioni su corpo-bambino dell’effetto della voce di Carmelo-Pinocchio.
Tuttora rimpiango di essermene andata con il mio copione del Macbeth sotto braccio e di aver chiuso la porta dietro di me convinta di aver preso tutto, di aver visto tutto. Avrei dovuto avere il coraggio di chiedere a Luisa qualche minuto ancora per copiare alcune di quelle dichiarazioni d’amore, per appuntarmi nella stanza della memoria in cui vanno a finire le scoperte scientifiche la prova inconfutabile di quello che sospettavo da tempo: l’unico teatro per l’infanzia e l’adolescenza che si possa dare è quello di Carmelo Bene, o di qualcuno come lui, uno che sfidi le tempeste e gli uragani così come faceva lui, tirandoci tutti dentro le tempeste e gli uragani senza protezione.
I bambini — che giustamente Dostoevskij considerava i più perfetti esempi di essere umano — sono pronti a tutti, perché capaci di tutto: capaci di tradire e fare del male, capaci di odiare, capaci di abusare dei padri e delle madri, e naturalmente capaci di sogni grandi e spaventevoli, di infiniti amori e di imprese difficili a dirsi, che ricorderanno forse da vecchi, poco prima di morire.
A questi bambini non si può parlare come dei servi sciocchi, indossando brutti costumi e parrucche ridicole, facendo voci in falsetto che suonano solo come scricchiolii su disco. Il novanta per cento del teatro per l’infanzia e l’adolescenza è una truffa, perché lucra sulla presunta bambineria dei bambini, a cui si rifila un immaginario da bancarella della Befana a piazza Navona.
Carmelo Bene non faceva teatro per l’infanzia, faceva teatro per esseri umani.
Sulla superficie della catena che lo incatenava da adulto ad un banco di scuola, il Pinocchio di Bene faceva suonare uno spettro superbo di variabili umane: le note della perversione, della tortura, del crimine parentale, insieme al dolore precoce, alla pietà, al capriccio infantile.
La voce faceva risuonare ogni cosa della scena e arrivava fino a noi, grandi e bambini, che assistevamo sgomenti, estatici.
In uno di quei quaderni (è tra le poche cose che ricordo), c’era il disegno di una figura bambina con gli occhi azzurri viola e un microfono in mano. Una voce bambina. Come bambina era, per sua stessa ammissione e consapevolezza, la voce di Carmelo Bene, in grado di trasfigurare tutto e di convocare gli assenti, quelli che non ci sono più, i mai nati, assieme a coloro che sono nati tanto tempo fa ma chissà dove vivono: «Bambina è la vita e basta, manca ed è: bionda, occhi azzurri verdi neri o viola...bambina è l’età degli angeli che giocano tra loro....bambina è l’opera d’arte» (Carmelo Bene, La voce di Narciso). Come me, anche i bambini che avevano sentito recitare Carmelo Bene entravano quindi in uno stato simile alla trance. Vedevano cose che non esistevano. Le uniche che abbia senso evocare sul palcoscenico.
(Pubblicato su "Gli Altri")

mercoledì 22 febbraio 2012

Andy Warhol: oggi abbiamo tutti i nostri quindici minuti di fama. Usi e scarti di una profezia


«In futuro ciascuno avrà 15 minuti di fama». Parola di Andy Warhol. Anno 1968. L’icona della pop art aveva lanciato nell’aria, con gran divertimento, la sua profezia. Uno slogan che avrebbe funzionato dappertutto, che tutti avrebbero cercato nel tempo di metabolizzare a proprio vantaggio. Fino al punto da diventare traccia del tema d’italiano agli esami di Stato nel 2011: prima prova, tipologia D: «Si richiede al candidato di riflettere sul valore effimero (o meno) della fama nella società contemporanea, analizzando in particolare i talent show e i social media (twitter, facebook, youtube)». Sciami di studenti chini su banchi troppi piccoli in corridoi illuminati come carceri, a rovistare dentro le stanze annacquate del proprio narcisismo già precocemente ferito e già abbondantemente innaffiato con i colori altruistici di facebook, ma chiamato a correggersi e piegarsi sotto gli occhi di educatori che, come se dal ’68 non fosse successo niente (ma forse è così, non è successo niente), come se fossero stati tutti il tempo a figurarsi la vita — imbalsamati dentro i ripostigli di aule verdine, si ostinano a giudicare ancor prima di avere le risposte al loro finto domandare. In quell’ “effimero” messo in chiaro senza puntini né parentesi né virgolette, lasciato libero e assolato, e in quel “o meno” messo invece tra parentesi, passano gli spessi detriti della morale dominante. La formulazione della frase contiene in sé il verdetto: aspirare alla notorietà, fosse anche solo per quindici minuti, è cosa effimera, sciocca, volgare; se proprio volete sostenere il contrario, sarete messi tra parentesi, additati come soggetti barbarici.
Il processo di scarnificazione del gioco oracolare di Andy Wahrol si è ripetuto mille volte anche nell’arte, e per la Notte Bianca dell’anno scorso a Firenze, l’artista Katia Giuliani organizzò per la Edison un evento di performing art in cui si invitavano 24 persone comuni ad esibirsi tutta la notte 15 minuti ciascuna: «Se nel 1968 Warhol prediceva 15 minuti di celebrità per ognuno, oggi con i nuovi sistemi di comunicazione abbiamo a disposizione molte possibilità per poter raggiungere questo scopo. Attraverso i social networks, i video sharing, le piattaforme audio, i reality web, la nostra voglia di notorietà e il nostro narcisismo, possono essere ampiamente soddisfatti. Ma è difficile che questa opportunità sia data off line, fuori dal web. Io ho voluto rendere tridimensionale questa opportunità, portarla off line» questo era l’intento di Giuliani.
Ora, qui non si tratta di fare del facile sociologismo né di stabilire una graduatoria degli esperimenti di celebrità simulata più riusciti. Indubbiamente, i tanto vituperati social network hanno metamorfizzato il nostro rapporto con l’Io e le sue figurazioni. Da quando ci alziamo la mattina fino a notte, mandiamo in giro i nostri avatar a cui affidiamo il compito di dire cose vere o false (ma quasi sempre non sappiamo distinguerle), con l’illusione che queste nostre dichiarazioni lanciate nell’aria con incoscienza non ci tornino indietro in termini di responsabilità personale. Non solo abbiamo tutti i giorni i nostri abbondanti 15 minuti di fama, ma se, per esempio, le nostre esternazioni su fb non scatenano subito una valanga di commenti, ci avviliamo come se ci avessero detto che abbiamo fallito il compito d’italiano (finché non cambia l’assetto scolastico/punitivo della società, gli incubi saranno sempre gli stessi).
Difficile aggirare il senso di umiliazione, mentre il diffuso sentimento di incolumità e il meccanismo di delega collettiva (è sempre colpa di qualcun altro, del governo, dello stato, del partito, del sindacato, della chiesa, del padre, della madre) ci permettono di latitare con più agio la capacità di confessare: sì, l’ho scritto io, l’ho fatto io, l’ho pensato io, quello sono io, o quanto meno l’io che meglio mi rappresenta. Perché siamo tutti meno sicuri del fatto che l’Io abiti proprio lì e non in un altro luogo.
L’uso/abuso dei social network ha modificato i confini della soggettività e i meccanismi del consenso. Ma questo è per forza un male? Stiamo occupandoci attraverso le pagine di questo giornale del fenomeno Carmelo Bene, cercando di tenerne in vita la forza eversiva, quell’intuizione profonda che l’Io sia sempre un impaccio e che sarebbe meglio toglierlo di mezzo. Gli attentati che i social network stanno conducendo alle più classiche forme della soggettività potrebbero essere una incarnazione di quel principio di frammentazione e dislocazione dell’Io su cui C.B. aveva costruito il suo teatro. Non uno, ma tanti Io disseminati sul web sono probabilmente una risorsa immaginativa, e non il sintomo di una auto-condanna a morte. Ciascuno cerca (allegramente, disperatamente) lo sguardo e l’approvazione dell’Altro, per definire il peso del suo proprio piccolo successo personale, o di un suo avatar. Questo meccanismo è effimero? Certo che lo è. Ma è proprio dietro il comportamento effimero, coattivo, che si celano le cose più interessanti. E’ vero che dovrebbe essere gli altri a conferire legittimità ai nostri gesti, a fare di noi una persona di successo. Ma chi è una persona di successo? Un vip? Un opinionista che parla in televisione? Un famoso nell’isola? Uno scrittore di cui si vendono migliaia di libri? E quante migliaia? Nella incapacità di accedere direttamente ai posti del potere, la maggior parte di noi si inventa i propri strumenti di autoaffermazione, sperando in uno scatenamento aurorale di avatar: copie di copie di copie di copie tutte differenti e tutte uguali. Ciascuna di questa copie si procura i suoi 15 minuti di fama al giorno. Ma la cosa non finisce qui. Mentre colleziona piccoli successi, proprio nell’istante stesso in cui lo fa, lascia fantastici materiali di scarto, oceani di non detto, zone di verità nascoste che proprio il meccanismo della compulsione narcisistica rivela a chi, come Andy Warhol e affini, se ne frega di giudicare “effimero” il fenomeno, preferendo raccogliere quell’ “altro” e quell’“altrove” che si scatenano con ogni messa in spettacolo di sé.

sabato 4 febbraio 2012

Elettra ed Oreste, adolescenti techno


Una ragazza che ascolta la musica in cuffia. Vestita come una bambola luccicante. Immobilizzata sui pattini incollati al pavimento. Poco lontana, una giovanissima dj in occhiali scuri manda le canzoni che parlano di solitudine, perdita, rabbia, e un desiderio infinito d’amore. Una scena che potrebbe essere ritagliata in un angolo di una discoteca in pieno ardore notturno, e che invece si pianta nel polmone di un piccolo teatro romano (l’Argot). Elektrica, un’opera techno, pesca nel lontano mito greco, nella storia degli Atridi, per mostrarci le conseguenze sul corpo adolescente - apatia, autismo, melanconia - degli abusi familiari.
Concepita più come un’opera sensoriale che parte dal proprio stesso sperimentare, piuttosto che come una variante concettuale di un mito intimidente, Elektrika “sale” piano piano, come le sue canzoni che Maura Pettorruso canterà da sola o in coppia con l’Oreste di Woody Neri, a cui la lega una catena che come i pupazzi di un carillon avvinghia i figli di Agamennone. Si trafugano qui i fantasmi di una mente acerba che precocemente è costretta a conoscere il lutto e la tragedia. Elettra, adolescente buttata in un angolo a frequentare sempre e solo se stessa, attende il ritorno di Oreste, che dopo l’assassinio del padre Agamennone (ad opera di Clitennestra e del suo amante Egisto), era stato allontanato dalla casa. Da Eschilo a Sofocle fino a Sartre e Yourcenaur, la scena del “riconoscimento” tra fratello e sorella è la più toccante, il vero centro nevralgico della tragedia. Perché non è sull’asse verticale del rapporto padre-figlia (il complesso di Elettra) che si sviluppa questa storia archetipica, ma sull’asse orizzontale della relazione tra fratelli. Oreste è venuto a compiere la vendetta e a riprendersi la sorella, a ridarle l’identità. Gli artisti di “Macelleria Ettore” si sono sintonizzati su questa nota, contenuta nel mito ma mai sufficientemente compresa dagli esegeti, sviluppando, su una rigorosa traccia techno, la disperata richiesta d’aiuto che Elettra rivolge al fratello. «Vieni a prendermi. Riconoscimi. Regalami un’identità. Vieni a prendermi. Non deludermi. Dimmi che la vita non è qui» recitano i versi di Carmen Giordano, anche regista, a cui le musiche di Chiarastella donano una seducente linea d’ombra.
(per le repliche di Elektrika, e per il cd dell’opera, www.macelleriaettore.it)

sabato 28 gennaio 2012

Prima e dopo Basaglia: i muri che restano in piedi


Indifferenti, opachi, incapaci di accorgerci quello che ci stanno facendo, o quello che ci stiamo facendo. Guardando Muri di Renato Sarti (testo e regia), interpretato da una Giulia Lazzarini in stato di grazia, riflettiamo su quello che siamo diventati, sui piccoli grandi omicidi a cui assistiamo senza più reagire. Letteralmente, lo spettacolo narra il primo e dopo Basaglia, attraverso gli occhi di una infermiera dell’ospedale psichiatrico di Trieste, che nel 72 entrerà a far parte della sua cerchia di “rivoltosi”. Il tono del linguaggio è pacato, appoggiato agli accenti di una interprete che fa una specie di incantesimo trasfigurante, immedesimandosi nel suo personaggio e donandoci la possibilità di riflettere sulla condizione umana e sulla radici della violenza. L’immagine delle donne buttate a terra come fagotti, punite, non medicate, e degli uomini lavati con grandi scope, si deposita sul palcoscenico come un enigma della specie. E non c’è possibilità di sollievo, ma di infinita tenerezza sì, quando la protagonista racconta la rivoluzione di Franco Basaglia indicandoci solo con le parole e le pause i movimenti dei segregati che pian piano si rialzano e riprendono a camminare, cercando, come rabdomanti, la luce, il bar, il giardino. E trovando di fronte a loro non più i domatori del circo/manicomio a cui per anni erano stati assoggettati, ma esseri umani di fibra resistente e di idealità pratica, capaci di costruire un altro modello di famiglia.
Non c’è un solo elemento di denuncia esteriore in questa piccola dirompente opera, che ha il potere di farci aprire porte invisibili, dietro le quali ci sono altre pareti e altre porte ancora. Perché la minaccia di una segregazione del diverso, del pazzo, del rivoltoso, del povero, del non allineato, è realtà di oggi, infezione tragica che è entrata nelle nostre ossa assieme al suo antidoto che rende sopportabile ciò che invece dovrebbe apparirci intollerabile. Quando alla crudeltà del manicomio criminale si è sostituita, negli anni, una letale apatia, la complicità silenziosa con cui accettiamo che i vecchi, i malati, gli stranieri senza casa e senza lavoro, muoiano lentamente. Lasciando alla propaganda elettorale la “rappresentazione” di una cura e di un trattamento umano che difficilmente troveranno piena cittadinanza in questo Paese.
(Visto al Teatro India di Roma. Per le repliche, www.teatrodellacooperativa.it)

giovedì 19 gennaio 2012

Che bello quando si giocava con una palla fatta di stracci: i ricordi di Bruno Pizzul


Per noi, è “la voce”. In America, lo si dice di certi cantanti, da Frank Sinatra in poi, “The Voice”. In Italia, lo si è detto anche di Gassman o di Carmelo Bene, per quello che riguardava le cose del teatro, dell’arte, della poesia. Ma siccome l’Italia oltre ad essere teatro arte e poesia, è soprattutto il paese del calcio, per gli italiani la voce per antonomasia è quella di Bruno Pizzul, che per decenni ha accompagnato la narrazione della partite di pallone. Le sue radiocronache hanno fatto da colonna sonora di un’epoca che velocemente si trasformava ma che al fondo restava sempre uguale. Perché nel calcio c’è qualcosa di immutabile, una grammatica delle emozioni che varia dalla passione alla rabbia al dolore fino alla disperazione e che la voce di Pizzul guidava in una forma “tollerabile”, in un recinto bello di epica quotidiana. Una voce che oggi ci risponde al telefono dalla sua casa di Milano dove vive la sua placida vita di nonno in pensione – la partita di scopone la mattina con gli amici, la lettura dei giornali, la Gazzetta dello Sport in prima linea, qualche articolo da scrivere, libri tanti da leggere fino alla sera in cui con la moglie si siedono davanti ad una tv sempre più opaca facendo tra loro una silenziosa gara che non ha bisogno di nessuna radiocronaca: vediamo chi si addormenta prima questa volta.

Lei vive a Milano da molto tempo. Cosa le manca della città che ha conosciuto a trent’anni, arrivando dal Friuli? “El nost Milan” è ormai solo archeologia della memoria?

Milano si è molto trasformata. Quando sono arrivato io, era una città di grande apertura. Adesso la trovo inaridita, soprattutto sul fronte dell’accoglienza. C’è una maggiore intolleranza verso gli altri. Questo è un andamento che non riguarda solo Milano, ma tutta la convivenza civile in Italia.

Ma l’origine è friuliana...

Sono nato ad Udine ma sono cresciuto a Cormons. Lì ho fatto il liceo, prima di iniziare a fare una vita nomade legata al calcio.

Dal profondo Nord venne catapultato nel profondo Sud...

Sì, avevo cominciato a giochicchiare e venni spedito prima a Catania e poi in altre città d’Italia.

Giochicchiare, dice? Le cronache dell’epoca riferiscono di un calciatore di un certo livello.

Forse intendevano livello nel senso della statura. Sono sempre stato molto alto.

Oltre che modesto, evidentemente.

Ma si, giochicchiavo. Poi comunque ho avuto quel brutto incidente al ginocchio e tutto è finito presto. Per un certo periodo, ho pensato che mi sarei di nuovo stabilizzato nel mio paese e avrei messo la testa a posto. Mi ero preso una laurea in giurisprudenza sostenendo esami nelle varie città in cui la mia vita randagia di allora mi portava: Catania, Napoli...Era un punto da cui ripartire. Una volta tornato al paesello, avevo insegnato materie letterarie alla scuola media per poi sostenere l’esame di procuratore legale. Pensavo che il nomadismo fosse finito per sempre.

E invece...

E invece poi mi arriva una lettera a casa.

La Rai venne a cercarla a casa?

Più o meno. La Rai di Trieste aveva bandito un concorso per programmisti al quale non si era presentato nessuno.

Se lo bandissero oggi, non oso immaginare le file disumane di giornalisti o aspiranti tali senza lavoro.

Si, era un’Italia molto diversa. Da me vengono continuamente a chiedermi consigli dei ragazzi che vorrebbero iniziare la carriera di radiocronista e non sanno da dove cominciare. Le porte sono sbarrate.

E quindi le arrivò una lettera: gentile Bruno Pizzul, la pregheremmo di venire a lavorare con noi...

Una cosa del genere. Siccome i funzionari Rai non volevano fare brutta figura, mandarono delle lettere personali a tutti i giovani laureati della Regione. Così io feci vari colloqui, tra Trieste e Roma. Membro della commissione era Paolo Valenti, che sapeva delle mie predilezioni sportive che mi spostò da un’altra parte. Stavano facendo contemporaneamente un concorso di preparazione professionale al mestiere di radiocronista, al quale parteciparono anche Paolo Frajese, Bruno Vespa, la Buttiglione... Non che io fossi molto convinto....come tutti gli sportivi avevo sviluppato una sana antipatia nei confronti dei giornalisti sportivi. Però ero già sposato, erano nati i miei tre figli...Insomma, anche per questioni di responsabilità familiare, accettai. Era il 1969 quando entrai a lavorare alla Rai di Milano e ci sono rimasto fino alla pensione, nel 2003. Considerando che io sono nato nel 1938, avevo già una bella età quando mi sono ritirato.

Siete una famiglia molto unita?

Moltissimo. Tre figli e undici nipoti. A Natale siamo stati tutti insieme.

E come la prese quando anche suo figlio Fabio le disse che avrebbe fatto il giornalista sportivo?

Lo fece a mia insaputa. Fabio ha cominciato a lavorare nella radio di proprietà della Curia (veniva dall’Azione Cattolica)....Poi è arrivata la politica dentro il Pd, anche lì a mia insaputa. Poi ho altre due figlie. Una insegna, l’altra è assistente sociale, di educazione salesiana, madre di quattro figli e altri quattro affidati a distanza.

Immagino, a questo punto, che lei sia cattolico praticante.

Si, lo sono, ma è stata soprattutto mia moglie a dare ai figli un’educazione cattolica soprattutto nel senso dell’accoglienza. Il papà era definito, giustamente, assenteista. Col lavoro che facevo, stavo sempre in giro per il mondo.

Il calcio, lo ha imparato in parrocchia.

A quei tempi, dove c’era una parrocchia cera anche un campetto. L’alternativa era la strada. Nel dopoguerra, si giocava con tutto quello che era di forma rotonda: facevamo palle fatte di stracci...E questo era il bello. Adesso invece l’iniziazione sportiva dei ragazzi si lega spesso alle pressioni dei genitori. Noi giocavamo con il pallone per uscire di casa, oggi sono i padri e le madri a spingere i ragazzi a tentare il calcio. Si è perso completamente quel senso del proibito che spingeva noi a stare per strada. Non è un caso che oggi si registrino tutti questi abbandoni precoci (lo dice persino la Federazione Italiana Gioco Calcio). I ragazzi smettono presto perché non si divertono più.

Quale è il suo orientamento politico?

Non sono mai stato iscritto a nessun partito, ma sono un cosiddetto cattolico di sinistra.

Il suo giudizio sul governo Monti?

E’ evidente che questo governo di cosiddetti tecnici sta prendendo delle decisioni anche impopolari che i politici di professione non avrebbero mai preso. L’Italia sta vivendo un momento di profonda crisi socio-economica che non riguarda solo il Paese, ma l’Europa intera. E’ giusto considerare le cose nella loro complessità.

Riascolta mai le sue storiche telecronache?

Mai.

Mi sta dicendo che nessuno conserva a casa un archivio, neanche sua moglie, neanche i suoi nipotini.

No, nessuno, e comunque io lo vieterei. Ogni tanto la Rai le ripropone e allora mi capita di riascoltare ma distrattamente.

E quando accade, che impressione le fa?

Mi fanno la stessa impressione che mi faceva rileggere al liceo i miei temi d’italiano. Non mi piacevano mai quando li rileggevo. E così le radiocronache: si fanno e basta. Non vanno riascoltate.

A cosa pensava “prima della battaglia”?

Devo dire la verità. Per le grande dirette, non mi preparavo granché. Più erano importanti le occasioni, penso per esempio i Mondiali, e meno mi preparavo, perché su quella squadra lì, sui suoi giocatori, si sapeva tutto. Mentre magari mi preparavo di più per raccontare il torneo giovanile di Viareggio, di cui non sapevo niente. All’inizio della mia carriera non ho seguito subito il calcio, ma tutti gli sport, dalla pallacanestro alla canoa fluviale, e lì dovevo studiare per forza.


Quale è stata la situazione più complicata e difficile da gestire?

La terribile notte di Bruxelles (ndr: la strage allo stadio di Heysel, 29 maggio 1985, finale della Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool). Quando disponendoti a raccontare una partita sei costretto a vedere e commentare i trentanove morti....Lì ho toccato la punta più alta della mia tragedia come uomo e non come professionista. Non si può accettare una cosa così.

Carmelo Bene, da esasperato tifoso quale era (era capace di interrompere le repliche dei suoi spettacoli quando giocava la Roma), sosteneva che il calcio è espressione di un “altrove”, che non dice mai esattamente la cosa ma la evoca solamente. Lei ha mai avuto, nei suoi lunghi anni di lavoro come radiocronista, la sensazione di lavorare con una materia umana sfuggente?

In certi momenti è stato così, in effetti. Parliamo di certi rapidi flash, qualcosa che è difficile da articolare attraverso un discorso chiaro.

Il calcio è l’epica del nostro presente?

In un certo senso, lo è. Non soltanto per quello che riguarda le passioni popolari, ma per la possibilità che ha di riflettere un certo indirizzo culturale del Paese.

Come ci prepariamo ai Campionati europei del 2012?

Abbiamo una nazionale che ci ha dato la sensazione di essere tornata una squadra vera. Si può sperare che faranno una bella figura. Per il resto, il calcio è turbato e torturato da continui scandali. Adesso c’è questa brutta storia delle scommesse...Il fatto è che il calcio vive la stessa mancanza di senso etico e di cultura che sta investendo la società nel suo complesso. Anche se questa considerazione non deve costituire però un alibi per il mondo del calcio.


Che giornali legge al mattino?

Per abitudine, La Gazzetta dello Sport, e poi Il Corriere della Sera e La Repubblica. Più qualche altro giornale per cui collaboro, come Il Mattino di Napoli e Il Messaggero Veneto.

Che libri la appassionano?

Sono un lettore onnivoro. Molte letture classiche, ma anche cose nuove. Adesso mi sto appassionando alla lettura di un libro di Massimo Pietroselli. Si intitola L’aquila di sabbia e di ghiaccio. Una storia ambientata al tempo dell’antica Roma, quando regnava Marc’Aurelio, l’imperatore filosofo e condottiero....Per via dei nipoti, mi trovo a leggere anche molta letteratura per l’infanzia.

Un genere che non sembra vacillare.

Si, come le bollicine nel vino.

Adesso che è in pensione, come passa il suo tempo?

Io sono un pantofolaio. Ogni mattina mi riunisco con degli amici in un bar qui vicino casa (abito in zona Corso sempione) per giocare la partita di scopone, cosa indispensabile per cominciare la giornata. Poi torno a casa. Mi capita spesso di scrivere qualche articolo per i giornali per cui collaboro. Leggo. Poca tv.

Le manca farla, la televisione?

Mi hanno anche offerto dei contratti ma io ho rifiutato perché avevo paura che non avrei potuto scegliere cosa fare. E, francamente, di fare la radiocronaca dell’Isola dei famosi non è la mia massima aspirazione.

Il suo peggior difetto?

E’ anche il mio peggior pregio: la pigrizia. Mi dà la possibilità di coltivare l’ozium, così come lo intendevano i romani, come strumento d’accesso alle cose belle della vita..

Già, «tutto molto bello», come usava dire lei quando le piaceva come si comportavano i giocatori in campo...

Non siamo più abituati ad apprezzare le cose che esulano dal puro consumo. Vede, io per esempio non ho mai guidato la macchina, non ho la patente e mai l’ho voluta prendere. Vado in bici. Quando torno in Friuli e faccio le mie passeggiate in bicicletta, mi accorgo di cose che altrimenti mi sfuggirebbero: mi capita di sentire il tempo non come passaggio del tempo ma come azione delle stagioni che regalano certi colori, certi momenti che puoi apprezzare solo se vai lentamente, a passo d’uomo. Anche lì... tutto molto bello.

sabato 7 gennaio 2012

Marco Presta: che belli gli individui fragili!


In una forma neanche troppo inconscia, pensava a sé, Marco Presta, quando titolava il suo settimanale “umoristico” (e, attenzione, non “satirico”), Il ruvido. Sa di non avere un carattere così facilmente addomesticabile: una specie di lupo solitario dotato di un corredo luminescente, migliaia di fans che si sbellicano dalle risa ad ogni sua battuta. Più che un ritratto, quello che segue è un “autoritratto con ospite” (l’intervistatore), dove si parla di commedia e si arriva al tragico, in cui si cerca di capire come si fa ad essere allegri tutti i santi giorni che Dio manda in terra da 17 anni (Il ruggito del coniglio, che Presta conduce con Antonello Dose su Radio2) e si scopre che il segreto sta nell’ accoglienza della fragilità umana, a partire dalla propria. Marco Presta apparterrebbe più alla genia del clown triste (l’Augusto), ma poi il clown bianco ha preso il sopravvento sulla malinconia che è stata spostata altrove (la pagina scritta, per esempio). Con una formula semplice e infallibile: sveglia alle sei, due ore di lettura trasversale dei giornali, e via, stereofonici, con il programma che tutti aspettano. Si spulcia così l’Italietta, pelle dopo pelle, e si tiene alto l’umore di chi dal lunedì al venerdì alle otto in punto è sintonizzato - cada il mondo - sulle note caleidoscopiche e rabbiose di un bianconiglio. Riservando al dopo, al fuori scena, l’espressione di un indomabile sé.

All’inizio pensavamo che l’austerity del governo Monti non fosse divertente, e invece in trasmissione vi state scatenando....

L’arrivo di questi signori ci ha fatto tornare ad una morigeratezza a cui non eravamo più abituati, ma che in politica dovrebbe rappresentare la normalità. Perché, parliamoci chiaro, non si sono mai visti grandi statisti ballare il tip tap. Noi veniamo da un periodo che sembrava uscire fuori dalla fantasia del fratelli Vanzina, rispetto al quale ora è tutto più plumbeo. Il fatto è che Italia ne abbiamo viste di tutti i colori. Tra tutti i colori che abbiamo visto, anche il grigio del tempo presente offre i suoi spunti di comicità.

Specialmente se si esprime con un linguaggio tecnico-burocratico....

Che ci permette di ripescare il linguaggio della commedia dell’arte, penso al dottor Balanzone che diceva tutte cose incomprensibili...

Con quel linguaggio, si toccano però questioni vitali, che hanno a che fare con la sopravvivenza di milioni di italiani...

Con le ultime puntate del Ruggito del coniglio, stiamo parlando della crisi economica in chiave satirica, consapevoli di fare un lavoro molto delicato. D’altro canto le cose di cui si ride sono sempre le più crudeli. A partire dalla classica scena di chi cade sulla buccia di banana...Cerchiamo di sdrammatizzare una situazione che fa paura a tutti. A me fa tanta paura, e sono preoccupato per i miei figli, che hanno solo 12 e 14 anni. Non vedo un futuro per loro.

Cosa la preoccupa di più?

Il lavoro. Questo è un paese in cui l’80 per cento delle aziende italiane assume solo per segnalazione. So che saranno costretti ad andare via. E per un genitore non è un pensiero rassicurante.

E lei è mai stato tentato di abbandonare l’Italia?

Io sono un privilegiato. Facendo il lavoro che faccio, sono contento di vivere in Italia. E’ come i ravioli: la satira è un prodotto made in Italy. Ogni giorno ci sono almeno quattro cinque notizie di straordinaria comicità, che difficilmente troverei negli altri Paesi europei.

I suoi comici-cult?

Non cambiano : da Stanlio ed Ollio e Peter Sellars. In Italia, mi piacciono Corrado Guzzanti e Luciana Littizzetto, di cui sono anche amico.

Il comico femminile è ancora un terreno minato. E’ più difficile accettare una donna che faccia ridere, forse perché il suo corpo scenico è più sessuato del corpo maschile...

Si, è vero, è un fenomeno di razzismo culturale, anche se adesso sta un po’ cambiando. Le donne noi le vogliamo seducenti, passive. Ci sconvolge sempre l’iniziativa di una donna che prende di mira qualcuno per riderne.

Franca Valeri ha dovuto inventarsi una figura né donna né uomo...

Si, la femminilità le era d’ostacolo, infatti le facevano fare i ruoli della moglie rompicoglioni di Alberto Sordi, mentre mi dicono che nella vita fosse molto affascinante. Io metterei Franca Valeri è tra i due-tre più grandi italiani della storia contemporanea, accanto a Giorgio Bocca.

Ha molti amici tra la gente di spettacolo?

Quasi nessuno. E comunque ho pochi amici in generale. Mi piacerebbe essere diverso, ma per me comunicare non è semplice. Invidio le persone empatiche, io ci metto un sacco di tempo ad entrare in contatto con qualcuno. E mi risulta complicato anche tenere le amicizie, anche perché la sera non esco mai. Un po’ perché c’è la famiglia, i bambini, e un po’ perché magari mi metto a scrivere o a leggere. C’è sempre la scusa che mi sono alzato alle sei e sono stanco.

Dovendosi alzare tutte le mattine così presto, di pomeriggio le capita di addormentarsi?

Vorrei tanto ma poi non succede mai. Bisogna portare i bambini in palestra, prepararsi un po’ di lavoro per il giorno dopo. Poi sto scrivendo il secondo romanzo.

Argomento?

E’ un libro più crudele del precedente. Parla della crisi, di cosa è diventata l’Italia.

E il vecchio burbero protagonista del precedente, “Un calcio in bocca fa miracoli”, da dove usciva fuori?

Un po’ somiglia a me, un po’ a mio nonno, un po’ ad Enrico Vaime, che è sempre stato un mio grande punto di riferimento. Coincide con il narratore e racconta la storia che nel corso del libro lo farà cambiare.

Enrico Vaime è anche tra i collaboratori del “Ruvido”, il settimanale che dirige assieme a Roberto Corradi....

Si, ci sono molti collaboratori importanti, ci teniamo tutti molto, ma se non troviamo un finanziatore non so quanto dureremo. Già dopo pochi numeri siamo passati alla versione su carta all’online...Il ruvido nasce dalla volontà di fare un giornale umoristico (e non solo satirico), per collegarci alla grande tradizione italiani che passa per Flaiano e il Marc’Aurelio e che negli ultimi anni è degenerata nella satira. Non volevamo parlare di Berlusconi ma di qualunque altra cosa, del signore che porta il cane a passeggio...

Anche perché in tutti questi anni l’ossessione della satira (soprattutto quella televisiva) nei confronti di Berlusconi non ha fatto che conferirgli altro potere ancora....

Berlusconi è stato oggetto di satira per decenni ed è ancora lì. Se vuole sapere come la penso, penso che non ce ne libereremo mai.

L’umorismo è un’arte poetica. Non trova?

Sono convinto che sia allo stesso livello della poesia.

Ci mettono in contatto con la tragedia...

Woody Allen, che è un grande umorista, di cosa parla, se non di morte, di malattia, di solitudine, di follia nei rapporti umani?

E’ vero che con Antonello Dose vi siete conosciuti in parrocchia a 15 anni?

Si, ormai sono trentacinque anni di amicizia che si sono trasformati in un sodalizio artistico spero indistruttibile.

E com’era Antonello da adolescente?

Ci siamo avvicinati per la diversità di carattere. Io sono uno rabbioso e polemico, mentre Antonello è un tipo tranquillo.

Vi vedete anche fuori dagli studi di Radio 2?

Facciamo tuttora vite molte diverse. Antonello ha un compagno (è lui stesso a dichiararlo apertamente), io ho una famiglia, lui fa viaggi spaziali, io considero un’avventura fantascientifica arrivare fino a Viterbo....

Si considera un malinconico?

Decisamente. Il romanzo mi ha permesso di potere riversare sul racconto di una vita questa mia malinconia, mentre in radio esprimo il mio lato più “cazzeggiante”.

Siccome abbiamo citato Woody Allen, che l’astrologia come mania contemporanea ce la ficca sempre, le chiederei persino il suo segno zodiacale.

Scorpione.

Aver compiuto 50 anni l’ha portata a fare qualche particolare bilancio?

Non fa molta differenza avere 49 oppure 51 anni. Diciamo che non ci penso. Penso al romanzo che devo scrivere, alle battute che devo inventarmi per il giorno dopo. Il ritmo del quotidiano per fortuna mi salva da pensieri di questo tipo.

Come selezionate le notizie la mattina prima di ruggire?

Ormai dopo 17 anni, c’è un 80 per cento di tecnica (una lettura mirata dei giornale) e un 20 per cento di sorprese. Per nostra fortuna, in questo Paese l’incredibile trova sempre il modo di manifestarsi.

Cosa guarda in tv?

Documentari e sport.

La sua squadra di calcio?

La Roma, naturalmente. Sono abituato da anni alla sofferenza. E’ una tecnica zen: soffri e speri.

E’ un lettore vorace?

Leggo molto, specialmente d’estate, e soprattutto romanzi.

Gli autori che le hanno cambiato la vita?

Dostoevskij. Ho una predilezione per Saul Bellow (in particolare per Il pianeta di Mr.Sammler) perché, pur essendo americano, riesce a raccontare cose in cui qualsiasi altro occidentale può ritrovarsi.

Una volta lei ha dichiarato di essere attratto dalla fragilità degli esseri umani.

Viviamo tutti corazzati di sicurezza, di ironia. E’ raro trovare una persona che ha il coraggio di essere fragile in maniera aperta. Si, mi piacciono gli individui dichiaratamente fragili, perché anch’io lo sono. Mi conforta non essere solo, mi mette a mio agio. La fragilità è una compagna di viaggio, è una qualità che ho imparato ad apprezzare. Non penso che sia un handicap. A contrario, ti aiuta a percepire e ricevere il mondo esterno. E’ uno strumento per entrare più facilmente in contatto con gli altri.

Come osserva le cose intorno a sé?

Fin da piccolo, sono stato sempre attirato dai dettagli: mi colpisce un movimento della mano, il modo con cui una persona è vestita...Dal particolare poi allargo al generale. E’ così che funziono.

Che studi ha fatto?

Dopo il liceo classico, ho frequentato l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Non ho fatto l’attore perché odiavo le tournèe e perché detestavo dire le stesse battute tutte le sere, ma avere una formazione d’attore è stato determinante per il mestiere che poi ho fatto.

Va spesso a teatro?

Quando posso scegliere, preferisco il teatro al cinema. Recentemente, ho visto Natale in casa Cupiello con Nello Mascia. E ho riflettuto ancora una volta su Eduardo De Filippo. Io non ho dubbi: Shakespeare ed Eduardo sono i più grandi drammaturghi dell’Occidente. Per me è assurdo che il Nobel l’abbiano dato a Dario Fo e non ad Eduardo.

E tra gli ultimi film che ha visto, quale l’ha colpita?

Il discorso del re. Mi piaceva la figura di questo re “fuori sink” col mondo.

Con il cinema o la letteratura, arriviamo ad amare i “fuori sink” sentendoci a nostra volta fuori sink. Ma poi nella vita essere non essere sintonizzati ti porta ad essere fatto fuori .

Si, in genere i “fuori sink” vengono bollati con gli epiteti peggiori. Ma io penso che bisogna fregarsene. Il mondo è cinico. Se cadi, tutti ridono. L’importante è non diventare troppo vulnerabili.

Lo darebbe un consiglio a tutti i “fuori sink” del mondo: come si fa ad accettare la propria fragilità senza diventare troppo vulnerabili?

Bisogna essere fortunati con gli affetti. Avere intorno delle persone che ti vogliono bene è determinante. E poi bisogna avere uno scopo nobile, che può significare qualsiasi cosa: avviare una tabaccheria, costruire l’aquilone più bello del mondo, attraversare a nuoto l’oceano, scrivere.

Qualche mese fa, alla presentazione di un libro su Vendola, lei disse: «abbiamo seri motivi per sospettare che sia una brava persona»....Conferma il sospetto?

Il minimo che ci si possa augurare da un politico è che sia una brava persona. Lo potrei dire anche di un uomo di destra. Io ho sempre votato a sinistra e conto di continuare a farlo. Vendola mi piace, Spero soltanto che non cada nel vizio della sinistra italiana che procede per frammentazioni narcisitiche. Per arrivare a governare, abbiamo bisogno di una sinistra unita.
(Pubblicaato su "Gli Altri")

La forza della prima scena: sesso e potere nel mondo degli attori



Scena prima. Nella sua snellezza, è un titolo che ci prepara ad un “affair”, un problema che non andrà mai completamente risolto. E così è. La pièce di Maricla Boggio, veterana della scrittura e della teoria teatrale, sembra un'opera giovanile (pensando per eccesso, come può essere giovanile Un flauto magico di Peter Brook, cioè il lavoro sottile, leggero, divertito di un maestro che, anche volendolo, non riesce ad essere senile mai). La stessa cosa si può dire per la regia di Mario Prosperi, anche lui teorico e scrittore della scena, artista non dell'ultima ora, che offre la sua intelligenza umoristica al servizio di un testo geometrico. La questione è interna al mondo degli attori di teatro e fa neanche tropo implicito riferimento alle storie di sesso e di attribuzione di ruoli in compagnia che interessarono i mattatori dell'epoca aurea dell'Accademia d'Arte Drammatica (Maricla Boggio è stata per tanti anni docente dell'Accademia romana). In scena, quattro individui legati dalla pratica ambivalente della recitazione e spinti da una comune aspirazione al successo inteso come dominio assoluto del pubblico: il Padre, il grande attore (lo stesso Prosperi: eccezionale interpretazione), la figlia, attrice acerba neo diplomata (Beatrice Massa), suo marito, l'attore giovane di sicuro talento (Stefano Dalla Costa) che va a lavorare nella compagnia della matura prima attrice (Gianna Paola Scaffidi) con cui intreccia, con la complicità del Padre della sposa, una relazione che tutto può può dirsi tranne che d'amore. Introdotta dalle note delle Nozze di Figaro, ogni scena ha il pregio di disporre lo spettatore in uno stato d'animo di parziale tranquillità, dove in quella parzialità passa tutta la differenza tra una commedia innocua e un'opera che pratica la leggerezza come arte del disarmo ideologico. Pur scegliendo un campo d'indagine di appartenenza territoriale (d'altro canto, gli autori consapevoli lo sanno: di che cosa bisogna scrivere se non di quello di cui si è fatto direttamente esperienza?), la pièce riesce a distillare, accanto al piacere della costruzione drammaturgica, un leggero malessere che ognuno si porta a casa. Perché Scena prima ha qualcosa da dire in merito le scene prime che possiamo immaginare all'opera ogni volta che il desiderio viene convertito, attraverso un'abile macchinazione, in organizzazione economica delle vite degli altri. (viato al Teatro Lo Spazio di Roma)