sabato 28 giugno 2008

“Chroma”, straziante libro di Derek Jarman dedicato ad Arlecchino

Leggere un libro e risvegliare i sensi. Allertarli al massimo grado. Sulle pagine, tracce d’inchiostro che dilatano la vista. E pensare che chi le ha scritte era ormai quasi cieco. Tradotto e pubblicato da Ubulibri, “Chroma” (123 pag, 18 euro) è molto più di un libro. E’ la sinfonia segreta di Derek Jarman, un film fatto solo di parole. L’ultimo sincero spettacolo di un uomo che sta morendo (l’Aids lo uccise nel 1994), e prima di consegnarsi al buio dedica la sua opera ad Arlecchino: “Arlecchino, pezzente e povero cristo con le toppe rosse, blu e verdi, briccone mercuriale con la maschera nera, acrobata aereo che salta, balla e fa le giravolte. Figlio del caos”.
“Chroma” è un’enciclopedia di stati estatici, una compilation di soglie percettive, composta quando il corpo è più di là che di qua e la mente si ostina a trascrivere tutto quello che ha visto in questa vita.
Regista scenografo e pittore inglese, Jarman scrive, dopo Goethe, il suo trattato dei colori. Su una partitura pluri-sensoriale dispone segni alchemici, pulsazioni della storia dell’arte, un omaggio a Marsilio Ficino, un altro a Leonardo; mischiandoli poi con i materiali di una tormentata autobiografia.
Ed ecco che il bianco appare dentro la cornice di una cartolina del 1906 che fotografa fanciulle eduardiane in lunghi abiti, figure solenni che ispireranno all’artista una serie di quadri. Colore di un’infanzia segnata dal desiderio di purezza e prematuramente segnato dal giudizio di Laio (è il padre che trova strano e angosciante quel giglio nelle mani di un bambino maschio), il bianco accompagnerà molto più tardi i gesti infernali della malattia: “Odio il bianco…Inghiotto le piccole bianche per restare vivo, per combattere il virus che sta distruggendo i globuli bianchi del mio sangue”.
Nel mezzo, esplode la trama di un desiderio dipinto di rosso: la passione omosessuale. “Quando gli altri dormivano nei loro letti, io decollavo per Soho, il quartiere a luci rosse. Il nostro mondo di checche era una gabbia di ombre”. Rosso è anche il più antico nome di colore (deriva al sanscrito “rudhira”) ed è rosso il volto della Sfinge.
A metà del libro, le luci si abbassano e la mente fruga tra le ombre, incontrando nell’oscurità Mantegna, Beckett e William Burroughs, maestri del grigio.
Inattesa, segue un’esplosione di vita annunciata dal verde, a cui l’autore di “Sebastiane” e “Caravaggio” non toglie l’aura paradisiaca da giardino dell’anima. Sono gli anni Settanta, gli anni delle avventure psichedeliche, dei viaggi percettivi: “Scoprii bombolette di un verde splendente quanto l’erba. Spruzzavo vaste tele e dividevo lo spazio con linee verticali d’una miscela bronzea che preparavo io”.
Col marrone, entra la malinconia, la lentezza dell’inverno che si trascina una coperta di lana: marrone anche questa.
E’ un sudario che protegge dai pericoli del giallo, inevitabili per chi si mette sulla strada dell’arte. Come “Vincent il pazzo che siede sulla sua sedia gialla stringendo le ginocchia al petto. Fuori di testa”. Mentre i girasoli appassiscono nel vaso vuoto.
Sonoro, quasi fragoroso, il giallo abbassa il volume e si trasforma in oro, detonatore di silenzi tombali.
L’arancione è solo una punta d’incantamento, un intermezzo buddista prima del salto nel buio.
Ecco finalmente il colore a cui Derek Jarman ha dedicato il suo ultimo film, “Blu”, del 1993: un unico fotogramma immerso nell” “International Klein Blu”, con la stessa voce dell’artista che narra della malattia, e la traccia sonora di Simon Fisher Turner composta per cucire le ferite.
Il blu è il Giappone, è l’eterno. E’ il colore del teatro, il sintomo di chi affoga nella finzione scenica. Nella sua terrificità, “trascende la solenne geografia dei limiti umani”.
Derek sa che la sua vista non tornerà mai più e fissa lo sguardo nell’immensità di un colore tondo, impossibile.
Attraverso il suo sguardo, capiamo che la malattia appartiene ai malati, che solo loro hanno il diritto di parlarne. Come, a rigor di logica, solo i morti possono parlare della morte. Che i vivi parlino della vita.
Arriva infine il nero dell’anima nera, della foresta nera, del mare nero. Gli occhi di Jarman si perdono definitivamente. Il suo corpo si abbandona al sonno profondo.
Arlecchino, maschera stracciona piena di colori, chiude per noi il sipario, pronto a riaprirlo ogni volta che un artista dimostrerà di amare così profondamente, e tragicamente, la vita.

Pubbicato su "Queer/Liberazione"

martedì 10 giugno 2008

Il progetto "Abuso" dell'Accademia degli Artefatti: quando dico "io" e voglio dire "tu"


Qualche volta diciamo “tu” e invece vogliamo dire “io”, e poi accade che diciamo “io”, mille volte lo diciamo, fino alla nausea, per la disperazione di non poter parlare all’altro oppure proprio per parlargli, nell’unico modo che troviamo. E poi capita di dire: “l’ho fatto per te”, suona falso ma si dice lo stesso, magari per santificare un misfatto. E quando te lo dicono, saresti tentato di non crederci - ormai sai come funziona “il falso io” - e invece ci credi lo stesso perché ti piace immaginare di essere amato mentre l’altro ti uccide. Con le parole, ti uccide. La serie delle manipolazioni quotidiane che operiamo (e subiamo) attraverso il linguaggio può moltiplicarsi all’infinito, ed è facile perdere la bussola. Lo sa bene Tim Crouch, geniale drammaturgo inglese che al tema della falsa comunicazione o della comunicazione doppia ha dedicato diverse sue opere, tra cui “My Arm” e “An Oak Tree”, realizzate in Italia dall’Accademia degli Artefatti, per la regia di Fabrizio Arcuri, in un progetto vibrante e teso come una corda di violino che si chiama, semplicemente, “AB-USO”.
“My Arm” è la storia di un ragazzo della provincia inglese che inventa, prima per gioco, poi per necessità, un modo paradossale per dimostrare a se stesso di essere vivo e costringere gli altri a guardarlo: un giorno porta il braccio sinistro sopra la testa e da quel momento in poi non abbandonerà più la posizione, causandosi infezioni, ricoveri, esorcismi, fino a diventare un oggetto d’arte, un fenomeno da esporre e scomporre in galleria, con l’aiuto - per forza di cose violento - di un fratello creativo. Quel braccio tumefatto, quasi staccato dal corpo, diventa il correlativo oggettivo di un malessere profondo, che Matteo Angius ci restituisce in un modo delicato, leggero, quasi funambolico, dialogando con un musicista presente in scena (Emiliano Duncan Barbieri) e soprattutto con un altro se stesso (Angius precedentemente filmato in un altro contesto e proiettato ora sullo sfondo) col quale interagisce, facendo teatro della propria follia. Prima di entrare in scena, aveva collezionato oggetti dal pubblico: un guanto rosso, un mazzo di chiavi e una borsetta diventano di volta i protagonisti della storia, personaggi catturati dal video accanto al pupazzetto di cui il ragazzo si serve per dare un altro volto ancora alla propria reificazione.
“An Oak Tree” spinge il discorso dell’abuso fino alle estreme conseguenze: un ipnotizzatore (interpretato a turno da Matteo Angius, Pieraldo Girotto e Gabriele Benedetti) riceve nel proprio studio televisivo l’uomo a cui ha ucciso tre mesi prima la figlia in un incidente stradale. Ogni sera, il personaggio del padre viene vissuto da un attore o un’attrice sempre diversi, del tutto ignari del copione che vanno ad agire. La tensione scenica è altissima, non solo perché l’ambivalenza dello statuto “vero/falso” scorre come un nastro magnetico per tutta la durata dello spettacolo, ma perché sono presenti due campi di forza micidiali i cui movimenti disegnano una manipolazione sempre reciproca, una lotta fino all’ultimo sangue, o all’ultima risata.
L’antipsichiatria di David Laing (“L’io e gli altri”, “L’Io diviso”) e la teoria del doppio vincolo di Gregory Bateson, materiale straordinario per lo studio della psicopatologia dei processi relazionali, sembrano essere le fonti, forse non del tutto consapevoli, di questa indagine drammaturgica sull’inflazione del reale e dei suoi molteplici dispostivi scenici, che ha trovato nell’intelligenza creativa di Fabrizio Arcuri la sua sponda migliore, la sua disanima più appassionata ed elastica.
Pubblicato su "Liberazione" del 15 marzo 2008

Quando un abito da sera evoca l'orrore


Può un abito diventare performance teatrale esso stesso? Può, con l’aggiunta o la sottrazione o la metamorfosi di qualche sua parte, arrivare a nominare qualcosa di molto intimo, il punto in cui il terrore fa spettacolo di sé nel tempo angosciante dell’attesa? Ad osservare il costume di scena - scena minimale, fioca, irriducibile se non a se stessa - “abitato” da Chiara Lagani in “K.313”, il nuovo spettacolo di Fanny e Alexander, si direbbe di sì: un vestito da sera disegnato dalla stilista d’avanguardia Monica Bolzoni diventa, con i suoi buchi e i suoi lembi componibili, divisa da terrorista. Come “accessorio” una borsetta luccicante carica di esplosivo.
Dietro c’è uno dei più grandi misteri di questo inizio millennio: il sequestro di 850 spettatori del Teatro Dubrovka a Mosca da parte di 40 militanti armati ceceni che il 23 ottobre del 2002 interruppero la messa in scena di un musical ambientato ai tempi di Stalin (come raccontarono i sopravvissuti, ci furono momenti in cui i terroristi con le armi puntate sul pubblico furono scambiati per attori): dopo quattro giorni di assedio, le forze speciali russe Osnaz pomparono un misterioso agente chimico all’interno del sistema di ventilazione. In un modo che ancora oggi risulta incomprensibile, nella sua drammaturgia onirica in cui il potere vero marcava i confini di un altrove, morirono in quei giorni freddi d’ottobre non solo i ceceni ma 129 ostaggi.
Se rivediamo oggi le immagini di quell’assedio, entriamo in uno stato di ipnosi: l’ambientazione teatrale, gli spettatori accasciati sulle sedie, sempre più apatici, alcuni già disposti a morire, le aspiranti kamikaze che si siedono vicino a loro e parlano, parlano di arte, della condizione della donna nell’Islam, parlano e aspettano. Fino alla morte nel sonno, con i liberatori che diventano gli assassini. E’ forse proprio per la sua metafisica teatrale, per la scrittura su corpo della follia umana al lavoro, che Fanny e Alexander hanno pensato di tenere l’assedio del teatro di Mosca come immagine subliminale di un lavoro delicatissimo, che porta la musica e la letteratura nel ventre. Con le note di Mozart, “K.313” spara sul pubblico (sì, spara), un’opera intima e controversa. Letteralmente, sarebbe un recital. Le parole sono di Tommaso Landolfi, voce irriducibile, straniante, della nostra più alta letteratura. L’opera in questione è “Breve canzoniere”. Un frammento di dialogo che è umanamente impossibile spostare da dove è, tanto è millimetrico il movimento che va dall’uomo alla donna e all’uomo ritorna, in un match alchemico, spinoso, per sua natura refrattario ad ogni parafrasi. Con una partitura/dettatura di voci sottili, Marco Cavalcoli e Chiara Lagani (diretti da Luigi De Angelis) hanno saputo entrare in quella stanza privata come se tutta la vita non avessero frequentato altro. Di per sé, trovare la sonorità giusta per la condizione angosciata di questo breve canzoniere è già un piccolo miracolo. Ma Fanny & Alexander hanno fatto molto di più. Hanno cercato il punto di fusione tra letteratura e crimine, attraverso il teatro, con l’aiuto di Monica Bolzoni, fashion designer indipendente, voce fuori dal coro, che nel passato ha firmato con i suoi segni di terra le performance di Vanessa Breecroft.
L’uomo e la donna che si preparano a bucarsi l’anima confrontandosi su alcuni scritti incompiuti, si vestono sotto gli occhi dello spettatore con abiti eleganti, come se dovessero andare a teatro. L’uomo si sente un fallito, e i commenti della ragazza sui suoi frammenti non fanno che mortificare ancora di più il suo ego. E’ un assedio reciproco (quanto è feroce dirsi la verità), che lo spettatore può seguire fissando i due attori sul palcoscenico oppure le loro immagini catturate e sporcate da una telecamera a circuito chiuso.
Con il passamontagna e l’esplosivo incollato alla pancia, Chiara e Marco sono contemporaneamente l’uomo e la donna di Landolfi inerpicati sulla dolorosa diagnosi della condizione umana, una coppia di spettatori e una coppia di terroristi che, non si sa come, non si sa perché, dilata all’infinito il momento del massacro. Ancora in vita, questi due personaggi tessono il lavoro della morte in una trama poetica che ha dell’incredibile, tanto è esatta la gamma delle emozioni convocate sulla scena teatrale.
Nell’immagine grigia dei due incappucciati che registrano le loro stesse voci, come a cercare di fissare qualcosa che di per sé sfugge all’umana comprensione c’è un enigma. Per lasciarlo parlare, si è scelto di togliere ogni colore, ogni spiegazione e ogni inflessione che potesse distrarre dalla paura stessa. E’ in quel preciso punto di luce “neutra” che si sono incontrati teatro e moda: “Il nostro è un neutro preciso, è un contenuto, è un momento, un’icona definita della storia del costume - dice Monica Bolzoni parlando con Chiara Lagani dopo una replica dello spettacolo – Quest’immagine che abbiamo creato può diventare un’icona della paura e durare a lungo ma qui finisce, non è ripetibile. E’ un sentire mio che si collega ad un sentire vostro, a Landolfi, è un filo rosso che inspiegabilmente ci unisce. Io rappresento attraverso il vestito qualcosa che appartiene a tutti noi, interpreto uno stato d’animo”.
“K.313” riprenderà la tournèe a ottobre da Milano (Teatro Out Off). Ma sono tanti i segni del teatro di Fanny e Alexander che potremo intercettare quest’estate: “Kansas” (5-7 giugno al festival delle Colline Torinesi e il 12 e 13 luglio a Santarcangelo), “Emerald City” (11-15 luglio a Santarcangelo) ed “East” ( 26-28 luglio al festival Drodesera).
Pubblicato su "Liberazione/Queer"

lunedì 9 giugno 2008

"Che bello essere ansiosi": ritratto di Antonio Rezza


MILANO. Via dei Mercanti, una sera di maggio. E’ sabato sera e piove a dirotto. Come sempre, nei week end milanesi, la città si spopola: la gente preferisce farsi suicidare dal traffico delle autostrade piuttosto che stare in città. Meno male. Nella sua solitudine, Milano è quasi bella. Però stasera piove. E allora i sopravvissuti all’esodo maniaco se ne stanno chiusi a casa a doppia mandata. Per strada, ci sono i soliti dropouts, e i turisti, quelli a cui piace camminare per ore, quelli con lo sguardo incantato, quelli che cercano. Sotto i portici, sta per iniziare uno spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Tutto il giorno si sono avvicendati dibattiti, premiazioni: la Fondazione (Onlus) Gaetano Bertini Malgarini con altri partner ha fatto il punto sui trent’anni della legge Basaglia, con una manifestazione dal titolo Fuori, dove?. Il dettaglio di una diagnosi su carta medica, Senza cura, occupa un’intera fotografia, che si è aggiudicata il secondo posto in una competizione popolare. Peccato, valeva il primo. Senza cura è spietato e feroce. Come è spietato e feroce l’evento teatrale a cui il pubblico assiste forse per la prima volta. Preceduto da un frammento di Troppolitani, una delle surreali interviste che Antonio Rezza e Flavia Mastrella fecero per Rai Tre, Io, spettacolo del ’98, arriva come un fulmine in questa sera scombinata e dolce dove un bel numero di spettatori problematici si mischia a gente apparentemente più controllata. Quello che la maggior parte di loro non sanno è che Rezza è “il più grande artista morente” (è così che si faceva chiamare fino a poco tempo fa) e che il suo teatro non è teatro di rappresentazione ma agit-prop, musica, spirale performata, una specie di incrocio tra dadaismo e pensiero magico.
Il pubblico cresce a vista d’occhio e si stringe sotto i portici, mentre la pioggia che viene giù sempre più violenta incornicia di blu la caleidoscopica avventura dell’Io messa in azione da Rezza. Abitando i vestiti-case di Flavia Mastrella, giocattoli forati di pura stoffa colorata, lo straordinario performer riesce a fare uscire di senno chi lo guarda, convocandolo ad una scena tattile, coinvolgente, dove i luoghi comuni sfilano uno ad uno in barelle simboliche: per esempio, non è vero che ai bambini si vuole bene, è vero piuttosto il contrario, e cioè che i bambini si preferirebbe mangiarli per toglierseli di mezzo.
Si ride molto e il corpo di tutti, non solo quello magro, scattante, impossibile, di Rezza, non riesce più a trovare una posizione: si sbanda, ci si difende, si chiede cosa mai accadrà subito dopo. Un’ora e mezza di sfinimento. Rezza viene incoronato re per una notte.
Dopo pochi minuti il performer si toglie la calzamaglia nera e indossa una camicia gialla e un gilet su un pantalone variopinto. I suoi movimenti sono quelli di uno che ha appena preso la scossa, il ritmo dell’affabulazione è concitato, ma la voce no, è diversa, è una voce dolce, la voce di un ragazzo romano un po’ timido che parla a raffica di Cristo, di Artaud, delle origini che vanno decapitate, della verità e dell’odio. Della follia, anche, e del suo confine con la cosiddetta normalità.
“Credo che la pazzia sia una metafora della nostra situazione culturale. In letteratura, nel teatro e nel cinema, c’è un sacco di gente che non ha fatto niente di importante per essere scambiata per matta, ma vorrebbe tanto perché “fa tendenza”. La pazzia vera invece è sudore, è fatica, e non un atteggiamento mentale”.
Di sé e di Flavia Mastrella, l’artista visiva con cui ha iniziato vent’anni fa un cammino di arte “depensata”, tra teatro cinema cortometraggi e programmi tv, parla come di “due matti scientifici”.
Due creatori che non prendono ispirazione dalla realtà ma che riescono a trafiggere le retoriche animando cose, tessuti, corpi.
Viene in mente Carmelo Bene quando toccava le stoffe del Macbeth come fossero vive e a seconda della drammaturgia dei colori faceva prendere una certa piega alla scena. In qualche modo, il quarantaduenne performer romano è il vero erede di Bene. Non perché faccia lo stesso tipo di teatro (Rezza fa ridere, Bene faceva sorridere, con gli archi della sua voce-mondo), ma perché, come l’autore di Nostra Signora dei Turchi è un creatore di forme pure oltre che un anarchico allergico alla politica (“ogni politica è fascista e repellente: non è mai un’attività dell’ingegno”), un funambolo dell’azione che ogni volta sposta il pensiero oltre i limiti del pensabile.
“Intelligentemente, Bene era contro il sistema. Comunque, prima di Bene c’è stato Artaud, che ragionava molto più col corpo. E ancora prima di Artaud, Nietzsche ha parlato della comprensione come meccanismo miserabile per decadere di fronte allo spettatore. Canetti pure scriveva delle cose del genere. Così mi dicono, perché io non li ho letti veramente. Sto facendo un esperimento su me stesso: un processo di prosciugamento progressivo che mi deve portare a verificare come può una persona che non si alimenta fare delle cose belle.”.
Da anni, Rezza combatte una battaglia personale contro il teatro di narrazione, che crede essere il frutto di una truffa ai danni dello spettatore: “Non mi piace chi racconta, chi gioca a rimpiattino col pubblico sfruttando la comprensione e la conoscenza di chi guarda lo spettacolo. Poi c’è una seconda ragione di ordine estetico: non credo che si possa stare seduti di fronte a un pubblico di persone sedute. Credo solo in un teatro di sfiancamento, di spossamento, di profonda erosione corporea. Accetterei l’esistenza del teatro di narrazione solo a patto che il biglietto costasse la metà. Questi spettacoli devono essere venduti a metà prezzo perché sono spettacoli usati, di seconda mano”.
Non cerca le storie nemmeno in letteratura. Eppure scrive romanzi. Antinarrativi, naturalmente. “L’esigenza è posturale, non mentale. Se sto seduto scrivo. Se sto in piedi faccio teatro. Il teatro non lo scrivo mai”.
Il suo ultimo romanzo si intitola Credo in un solo oblio (Bompiani) e ci porta a discorrere di una questione nevralgica che interessava anche molto Carmelo: è meglio dimenticare piuttosto che ricordare? “Dipende da cosa. Non posso dimenticare ad esempio le persone che vogliono intralciare il libero corso delle idee. Non posso dimenticare che vorrei vederle morte”.
C’è un altro tema che ossessiona l’artista romano, ed è il sonno, che ha dato il titolo ad un suo romanzo e che scorre come leitmotive in tutta la sua produzione, con sovrabbondanza di personaggi inerti, narcolettici, incapaci di alzarsi dalletto e vivere una vita degna di essere vissuta: “Il sonno è troppo democratico. Non dovrebbe essere di tutti ma solo di chi ne ha veramente necessità al fine di ricaricarsi per il supplizio del giorno dopo”.
A proposito di supplizi, non tutti si sottopongono volentieri alle aggressioni giocose di Rezza: Fotofinish finiva con un cumulo di spettatori scelti a caso e depositati sul palco, sui quali lui camminava toccandone i sederi. C’è gente che ha paura ad andarlo a vedere. Paura fisica: “Non è un teatro di percosse, il mio, ma un teatro di disequilibrio, di spiazzamento. L’unica cosa di cui il pubblico dovrebbe aver paura è del proprio stesso stupore”.
E lui, Antonio, di cosa ha paura? “Del gas. Ogni volta che esco da casa lo chiudo una decina di volte. E’ una cosa che mi viene da mia madre”. E della guerra non ha paura? “No, perché non la conosco. I miei genitori che l’hanno vissuta possono temerla. Io semmai ho paura dell’informazione sulla guerra”.
Comunque, per tranquillizzare quel pubblico che lo ama ma solo a debita distanza, possiamo dire che Rezza, volendo, è anche una persona normale che fa cose normali tipo andare a mangiare la pizza con gli amici: “Anche perché a Nettuno, dove vivo, puoi fare solo quello”.
Per sua stessa ammissione, Antonio è un individuo ansioso anche fuori scena: “L’ansia è un fremito che impedisce di fare parecchie cazzate”. Eppure, non ti mette mai veramente a disagio. Al contrario, sembra sinceramente incuriosito dagli altri e a tratti quasi tollerante.
Impossibile chiedere i contenuti del prossimo spettacolo, perché gli spettacoli non indicano mai un “cosa” ma un “come”. “Rispetto a Bahamut, l’ultimo lavoro, sarà ancora più vicino alla musica, si perderà completamente il senso”. Sul film in preparazione invece si lascia scappare una nota in più: “Flavia ed io abbiamo appena finito di girare Samp: è ispirato alla vita di San Paolo di Galatina. La storia di un killer che uccide le tradizioni. Noi pensiamo che ogni luogo di provenienza dovrebbe essere soppresso. Il film dobbiamo ancora montarlo, quanto alla possibilità di vederlo distribuito sarà per noi un terno al lotto, come al solito”.
La buona notizia è che sta per uscire per la Kiwido “Ottimismo Democratico”, una raccolta in bianco e nero del loro cinema degli anni Novanta. Nell’attesa di sentirci beatamente scomodi a casa nostra, potremo vedere intanto trenta minuti del film su Cristo il 10 luglio alla “Milanesiana”. Rezza e John Milius (quello di Conan il barbaro) ospiti d’onore. “Stavolta non collaboro con Flavia perché lei si è mostrata ostile: dice che un film su Cristo è pubblicità occulta per la Chiesa. Forse ha ragione. Il racconto è filologico finché non intervengo io. E’ il performer che fa percorrere al film un’altra strada, ribellandosi all’autore. Come tutti, anche il mio Io autoriale è reazionario. Il cervello è gerarca, imprigiona i movimenti del corpo”.
Per tutto il corso dell’intervista, Rezza ha continuato a toccarsi nervosamente i capelli, quei ricci mai tagliati che incorniciano un volto scavato, uno sguardo capace di anticipare ciò che gli stai dicendo, con improvvisi abbagli di stupore e arrendevolezza. In effetti nessuno in Italia ha quel phisique du role per fare Gesù Cristo. Un personaggio che Rezza, una laurea mai ritirata in Storia delle Religioni - titolo della tesi: “Il significato clientelare della preghiera” - non intende trattare meglio degli altri solo perché è figlio della Madonna: “Il mio Cristo non dice una parola, strilla soltanto”.


Pubbicato su "Liberazione" il 28 maggio 2008

martedì 3 giugno 2008

Storia di Maria, bambina cane abusata dagli uomini


Una marionetta disarticolata, il corpo leggero, sottile, che si spezza e si ricuce ad ogni movimento: lento. I capelli lunghi neri che le coprono il viso, gli occhi chiusi, condannati a rivedere sempre la stessa scena: mani che diventano artigli, il respiro animale del maschio che fruga una vita acerba di donna per mangiarla. A piedi scalzi, con un vestito nero, la ragazza poggia le mani all’indietro, su un cubo bianco, unico elemento di scena. Questo il fermo immagine: una vita spolpata. Poi c’è la voce, un prima di tutte le voci, suono arcaico, plurale, di un femminino che ha radici nella terra e per questo chiama a sé il cielo, o quel che ne resta. Quando Ilaria Drago comincia a “dire”, a “suonare” (e non a raccontare”) la storia di “Mariacane” , il pubblico del Teatro Palladium di Roma si immobilizza per sottoporsi ad una trasfusione sanguigna. La voce orchestra di Ilaria entra nelle ossa e scolpisce nella carne la storia di una bambina cane. Manca l’aria, come a Maria. Si sente solo il flusso del sangue. Per lo spettatore non c’è via d’uscita, come non c’è stata per la ragazzina stuprata da tre uomini. Ogni parola vive cucita sulla pelle dell'attrice che è un medium potente tra il mondo di sotto e quello di sopra. Per questo tiene gli occhi chiusi. Occhi bellissimi, trasparenti, che si aprono solo quando Maria non è più cane ma bambina che sogna e si inventa le ali, come quell’angelo a cui chiede: “angelo, sei anche tu uno sciancato, sei anche tu un cieco, sei anche tu una carcassa?”.
Grazie ad uno strumento chiamato looper, la voce di Ilaria Drago diventa una base su cui tessere le parole e raggiungere archi quasi lirici, in una partitura che nel suo minimalismo si fa teatro musicale, convocando nella bella colonna sonora di Marco Guidi sonorità africane e accenni liederistici.
“Mariacane”, testo per cui Ilaria Drago ha vinto il Premio Elsa Morante per la Letteratura 2006 (sezione inediti), ha rappresentato un passaggio d’arte rigoroso e sensibile all’interno del Festival “Teatri di Vetro”: nonostante qualche inserto più superfluo (il richiamo alle merci, dentro un discorso che improvvisamente si fa giudicante), ogni dettaglio di questa vicenda nera ha potuto trovare il suo punto di fuga luminoso, la sua sintesi estetica di doloroso riscatto.
Al tema della violenza sulle donne Ilaria Drago ha dedicato anche il suo commovente romanzo d’esordio, “Dalla pelle al cielo” (Avagliano Editore) che verrà presentato il 27 giugno alla Casa Internazionale delle Donne. E’ il diario di una bambina di dodici anni che viene abusata dal padre e che troverà nell’alleanza con la madre, massacrata di botte dal marito, la sua fugace possibilità d’amore. Il tragico finale viene anticipato nelle prime pagine del libro, ed è con un respiro affannoso che il lettore attraversa il mondo vulnerabile della protagonista la cui innocenza verrà prematuramente violata dalla violenza di chi a sua volta ha subìto altra violenza.
La bellezza del racconto sta nel tempo che la scrittrice si concede per descrivere il miscuglio opaco e infernale di sentimenti che attraversano la mente di una bambina abusata, incapace di distinguere i confini dell’io e del tu, soffocata da un disgusto che si manifesta come senso di colpa e vergogna, segnata da una pulsione di morte che nasce dall’esperienza brutale del sesso. “Mio padre mi fa come morta in certe notti”.
Come in una fiaba classica, ci sono gli oppositori (i professori, i preti) e gli aiutanti (alcuni compagni di scuola ed Angela, una specie di sciamana che protegge le donne), ma il più delle volte i contorni delle cose e dei personaggi sono sfuggenti, come nella vita, dove la verità non affiora mai perché è più normale muoversi sotto il dominio della paura.
Affidato ad una scrittura che slitta dal basso all’alto (la ragazzina protagonista del libro vuole diventare poeta), “Dalla pelle al cielo” non ha una sola frase che sia falsa. Forse perché Ilaria Drago, vent’anni di teatro di poesia alle spalle, conosce il significato profondo delle parole e nell’uso che ne fa passa il dolore di tutte le donne, di tutte le figlie e le madri: “Madre! Madre mia, ceppo di legno riarso/incenerita a forza di insulti e bestemmie/grembo covo di paglia e mani di latte….Fammi come l’acqua/ quando dai fiumi spinge a mare la memoria/di quelli che l’hanno bevuta, di chi non l’ha avuta/ delle bestie che l’hanno attraversata/ a guado lento…”.
Pubblicato su "Liberazione" del 3 giugno 2008