lunedì 2 dicembre 2013

Ricordiamoci di vivere. Conversazione con Claudio Martelli



Nel titolo, sceglie la parola dei vivi. “Ricordati di vivere”. Ma dentro quelle seicento pagine ci sono i vivi ma ci sono soprattutto i morti, Craxi e Falcone e tutti gli altri. C’è il romanzo della nostra vita politica più recente, il ventre da cui veniamo. Una vicenda shakespeariana, se solo la si vuole leggere, con i suoi eroi, i suoi capri espiatori, le meschinerie, le violenze, le vendette incrociate. Uno dei protagonisti di quegli anni caldi della storia italiana, Claudio Martelli, decide di dare alle stampe la sua autobiografia (“Ricordati di vivere”, Bompiani, pp. 593, euro 19.50), partendo dalla passione politica degli anni Sessanta, e soffermandosi su quella infuocata estate del 1992, quando le lancette si fermarono, per riprendere a correre all’impazzata, in una accelerazione di arresti, galere, suicidi, persecuzioni, silenzi. Un clima da caccia alle streghe che viene ricostruito con il respiro pacato di chi è uscito dalla politica, perché sa che “la vertigine dell’azione” rende “non buoni”. Con Claudio Martelli, socialista non pentito, ex ministro della Giustizia sotto Craxi, una laurea in Filosofia Morale, parliamo di ieri, per costruire insieme una piccola lente che ci aiuti a riconoscere la pulsione antropologia e la strategia politica che si celano dietro la crudeltà di certe scene pubbliche, che nel gran teatro patibolare di Mani Pulite trovano il loro marchio d’origine: come se tutti insieme non facessimo altro che ricreare quella scena primaria che non sappiamo ancora comprendere.


Il nome di Ligresti ci riporta direttamente a Craxi. Come legge il caso Cancellieri?

A me è parso subito un caso tirato per i capelli, una esasperazione delle tensioni, dei sospetti, dei risentimenti che dominano la vita pubblica. Tutti hanno escluso che ci fossero dei reati. Si è parlato di inopportunità, ma l’inopportunità è un concetto talmente vago che non significa niente. In generale, non vedo che cosa ci sia di grave nel fatto che un ministro della giustizia, interessato alle condizioni di salute di un detenuto (amico o non amico che sia), si informi sul suo stato e segnali il caso alle autorità competenti, in questo caso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.  Viviamo troppo di ombre che non sono evanescenti ma diventano reali e ci influenzano enormemente. Anche se negli Stati Uniti o in Francia il dibattito è accesso, credo che l’intensità della polemica in Italia non abbia paragone con nessun altro Paese.

A che cosa attribuisce questa anomalia italiana?

Alla nostra storia. Possiamo parlare di un’antropologia italiana. Per capire di che cosa parliamo, basta sfogliare tutti i grandi classici, a partire da Dante Alighieri.  Lo diceva anche Aldo Moro: «Questo è un Paese dalle strutture fragili e dalla emotività prepotente».


Citando Machiavelli, ammette di essere anche lei, in una qualche forma, “entrato nel male”, di aver agito in alcune circostanze come un “non buono”.

E queste circostanze le cito apertamente nel libro. La politica tende a strumentalizzare tutto, a cominciare proprio dalle relazioni, dai rapporti umani. Parlo anche di me. Quante volte, in quegli anni in cui ero intensamente impegnato, mi è capitato di  conoscere  gente nuova, e ogni volta mi chiedevo: ma con questo io che ci posso fare, a cosa mi può servire? Di questa deformazione mi sono liberato faticosamente, nel momento in cui ho abbandonato la politica.

Voi eravate al centro di una tempesta perfetta. Per questo invitò Craxi e gli altri dirigenti a fare un passo indietro.  Più tardi disse: «Cercavo una catarsi simbolica».  Anche la scrittura  di questo libro, concepito per la prima volta vent’anni fa, è un atto di catarsi?

La catarsi è un processo rigenerativo. E’ un atto di purificazione che avviene fondamentalmente attraverso il riconoscimento dei propri errori. La catarsi di cui parlavo allora era l’assunzione di responsabilità di tutto il gruppo dirigente del Partito Socialista. Io non ho mai pensato che Craxi dovesse farsi da parte, perché io dovevo prenderne il posto.

Le fu chiesto da Scalfaro, però.

Si, ma io respinsi questa offerta. E comunque resto dell’idea che allora era necessario che ci fosse un atto di rottura con il passato che ci aveva condotto ad essere il primo bersaglio  dell’indagine sulla corruzione politica. Invece la pretesa di Craxi era quella di reggere l’urto della contestazione pubblica, dell’indagine giudiziaria, di una campagna massacrante contro i socialisti, senza cambiare nulla.  E questo era umanamente impossibile.


Come ricompose poi la rottura con Bettino Craxi,  “il leader di quell’epoca, il più grande e il migliore amico della mia vita” (cito dal suo libro)?

Già prima che Craxi si allontanasse per andare ad Hammamett, ci eravamo parlati, in occasione di processi in cui andavamo entrambi a testimoniare. Seguirono alcune telefonate da Hammamet. Poi si creò un distacco lungo. Nel ’99, quando mi candidai alle elezioni europee nello Sdi (un piccolo partito socialista sopravvissuto), viaggiavo nel centro Italia per fare la campagna elettorale:  in quel viaggio mi accompagnava Margherita Marsiglia, una compagna socialista che era stata segretaria di Craxi.   E mi ricordo che Bettino chiamava lei al telefono per sapere come andava la campagna. Non mi voleva ancora parlare direttamente ma seguiva ogni cosa. E mi dava dei consigli attraverso di lei. Era anche buffo e tenero questo suo riavvicinarsi per gradi dopo tre quattro anni di silenzio tombale. Quando si operò al rene, chiamai e la figlia Stefania me lo passò al telefono. E così finalmente ci riparlammo. C’era commozione da entrambe le parti. Lui era sereno ma sfinito, stanchissimo. Era la vigilia di Natale. Io gli dissi che volevo vederlo. Lui mi rispose: aspetta ancora un po’ che mi riprendo, un paio di settimane al massimo. E questo fu l’unico e ultimo colloquio con Bettino dopo il suo espatrio. Pochi giorni dopo l’infarto lo colpì.



Quale è la differenza fondamentale tra il sentimento giustizialista che tiene oggi insieme gli italiani impauriti e indeboliti dalla crisi, e il clima da caccia alle streghe che esplose nel 1992?

In quegli anni, si mise in moto un meccanismo infernale di carcerazioni preventive e delazioni sotto tortura. Nel 1992/1994 si contarono più di 30.000 indagati, 3.000 arrestati, 47 suicidi, 500 parlamentari inquisiti: stiamo parlando della più colossale operazione di pulizia giudiziaria della storia repubblicana, e forse di tutta la storia italiana. Resa possibile dalla violazione del segreto istruttorio. Per cui l’inquisito si trovava in questa condizione: mentre il suo corpo restava in carcere,  la sua anima (o immagine) veniva distrutta dall’aggressione mediatica alimentata delle indiscrezioni che venivano fatte filtrare dalle procure. Oggi non vedo qualcosa di paragonabile. Non siamo di fronte ad una repressione di massa come quella del ’92-94. C’è stato certamente un accanimento particolare verso Berlusconi. Ma io sostengo che le cose italiane, quelle della politica e quelle della giustizia, non sono separabili  da una linea retta: di qua il male e di là il bene. Semmai parlerei dello scontro tra due mali. Un male è la posizione dominante di Berlusconi: dominante nei media, nell’economia  e nella politica. E dall’altra parte c’è il male di una giustizia violenta e unilaterale che usa la carcerazione preventiva in modo abusivo come strumento di pressione per ottenere la collaborazione dell’imputato.


Crede che il giudizio storico su Mani Pulite sia ancora imperfetto? Dovrà passare altro tempo?

Rispetto a questo, io non ho niente da aggiungere a quello che ha detto il procuratore capo dell’epoca, Francesco Saverio Borrelli un anno fa. Nel ventesimo anniversario di mani pulite Borrelli ha ricordato con queste esatte parole l’accaduto: «Dobbiamo chiedere scusa agli italiani. Non valeva la pena di buttare il mondo precedente per cadere in quello attuale». Da parte del massimo protagonista della repressione giudiziaria di quegli anni c’è l’ammissione più piena del fallimento, anzi del danno provocato. Ripensandoci, vedo un orribile cinismo in questo verbo così sciatto: “buttare”. In genere si dice: “buttare la spazzatura.” Non: “buttare gli uomini”. Eppure proprio quello è successo. Si è buttato via il mondo precedente, che era un mondo in carne ed ossa: uomini in gran parte rivelatisi innocenti o molto meno colpevoli rispetto alle accuse che avevano subito, e che pure sono stati rovinati. Alcuni ci hanno perso la vita, molti la salute. E, dice, Borrelli: si è compiuto questo misfatto per precipitare nel mondo attuale. Non c’è più ormai un italiano che non sia consapevole del fatto che la Seconda Repubblica è stata molto peggio della Prima. La democrazia non sopporta traumi violenti. La democrazia ha bisogno di continuità, e di cambiamenti frequenti ma non traumatici. La distruzione del sistema politico della Prima Repubblica, nell’illusione che distruggere i partiti e in particolare i partiti di governo, avrebbe posto fine alla corruzione, si è rovesciata nella dimostrazione opposta e contraria: i partiti non ci sono più, ma la corruzione è enormemente aumentata.


Tra i 47 suicidi, c’erano Raul Gardini, Sergio Moroni, Gabriele Cagliari, a cui lei dedica le pagine più intime. Nel frattempo, i suicidi in Italia sono esplosi: molti sono collegati alla crisi, alla perdita del lavoro, alla rottura dell’identità.  Cosa ha spinto questi suoi amici a dirigere il conflitto contro se stessi?


Vorrei prima togliere di mezzo un equivoco che c’è sempre di mezzo quando si affronta il tema del suicidio, e cioè che il suicida sia una persona particolarmente fragile. L’atteggiamento che hanno dimostrato i magistrati di Mani Pulite «Che possiamo farci noi se qualcuno, perché colpevole, si suicida? doveva pensarci prima» , io lo trovo terrificante. Non bisogna mettere nessun essere umano con le spalle al muro e inchiodarlo a questa alternativa tragica: salvare il rispetto degli altri togliendosi la vita, o preservare la propria vita perdendo la dignità. C’è chi preferisce fare quest’ultimo atto di libertà piuttosto che sottomettersi a una sanzione ingiusta, tra l’altro comminata prima di ogni sentenza e prima di ogni processo. Io trovo in questo un enorme valore stoico che gli antichi conoscevano e di cui si è persa traccia nella società contemporanea, stretta sotto il dominio della cultura religiosa. E questo è un paradosso, perché la religione ti dovrebbe aiutare ad affrontare più che la morte che la vita. Quindi, quello che ho voluto tributare nel mio libro è l’empatia con questi uomini che decisero di togliersi stoicamente la vita come gesto estremo di libertà.



Il suo più grande errore, la cosa che non si può perdonare?

Nel  1992, avevo un contributo in campagna elettorale da Carlo Sama che non ho avuto il coraggio  di andare a dichiarare (anche se sarebbe risultato lecito). C’era un tale clima da caccia alle streghe che io ho avuto paura. E io non mi perdono questa paura, questa viltà, che mi è costata carissima. Per rimediare, sono andato poi a denunciarmi non più davanti al questore della Camera ma davanti al magistrato. Sono stato di conseguenza processato. Non mi sono state riconosciute le attenuanti e mi hanno rifilato una condanna (di otto mesi) al pari degli altri che non avevano dichiarato spontaneamente. Esattamente come è successo poi a Bossi. Solo che Bossi ha spadroneggiato lo stesso. Mentre io mi sono ritirato da tutto. Dopo tanti anni, nel ’99, mi sono ricandidato al Parlamento Europeo, per lo Sdi. Ma la mia proposta, che era quella di stare da soli, evidentemente non era più di moda.  I socialisti si erano tutti sistemati, chi a destra chi a sinistra. E della mia traversata nel deserto nessuno voleva saperne. Così l’ho fatta da solo.


Si è mai pentito di aver rinunciato alla carriera universitaria? Se tornasse indietro, sceglierebbe la filosofia morale  e non la politica (immorale)?

Attenzione. Filosofia Morale non deve essere frainteso. In Italia non c’è la tradizione anglosassone dell’ insegnare l’Etica. Anche se qualcuno l’ha fatto. Filosofia Morale molti l’hanno intesa come Filosofia Politica, altri come Antropologia. Per esempio il mio maestro di Remo Cantoni, fu uno dei primi filosofi italiani a introdurre lo studio dell’antropologia all’interno della cattedra di Filosofia Morale. Ho avuto qualche volta il dubbio, non la volontà di tornare indietro. Perché la politica mi ha dato moltissimo. Mi ha dato il vortice dell’azione, il primato della prassi, che non è soltanto un principio marxista, ma anche illuminista. La tentazione fu per me irresistibile. L’attrazione dell’azione, del fare, dell’ingaggiarsi, travolse ogni difesa. No, non mi sono mai pentito, anche se nella  parte finale della mia vita sono portato a ricongiungermi alle esperienze più giovanili di ricerca e di studio. Considero conclusa la stagione dell’azione.

Il connubio sesso e potere è più facilmente combustibile. E’ accattivante. Il connubio potere e amore (a cui lei dedica molto spazio narrativo) invece è più difficile da narrare. E richiede più tempo: tempo di scrittura, tempo di lettura.

Negli anni dell’adolescenza ho scoperto insieme la politica e l’eros. Intendendo per eros non il sesso separato dall’amore, ma la dimensione erotica, sentimentale dell’esistenza. L’attrazione verso l’altro sesso l’ho avvertita nello stesso momento in cui ho avvertito la pulsione a stare con gli altri per fare qualcosa. Quando la politica mi parve un modo per capire il mondo, anzi di essere al mondo. Negli anni in cui andavo a scuola a Milano, le classi erano diventate miste. Poter stare quotidianamente vicino alle ragazze fu una rivoluzione. E fu anche la scoperta della parità. Perché tanto la democrazia quanto l’amore sono possibili soltanto tra eguali. Lo dice Stendhal: non c’è amore senza uguaglianza. E non c’è democrazia senza uguaglianza. Questa ebbrezza dell’uguaglianza la mia generazione l’ha vissuta per prima. Allora fu una novità dirompente. Cambiò vertiginosamente il ruolo della donna: da un ruolo consolatorio ancillare materno e subalterno si arrivò ad un ruolo paritario, e quindi anche competitivo.

I tempi sono cambiati, lei qui dice di essere più solo, ma le traversate non si possono mai fare completamente da soli. Specialmente se si crede ancora ad una alternativa per il socialismo. D’altro canto, lo dice lei stesso: «La decadenza non è un destino. E’ qualcosa che abbiamo costruito rinvio dopo rinvio». Cosa ha lei oggi per frenare la decadenza?


Per me il socialismo non consiste non è una sorta di sindacalismo politico. Il sindacato, in Italia e non solo in Italia, difende gli occupati e i pensionati, cioè coloro che in qualche modo una garanzia ce l’hanno. Ignora i diritti dei senza diritti. Chi sono i senza diritti? I giovani disoccupati italiani, Gli immigrati. Stiamo parlando di milioni di esseri umani, non di segmenti marginali della società. I giovani sono depressi. Tra gli immigrati, in particolare ci sono i rifugiati, cioè coloro che scappano da calamità naturali o da Stati in sfacelo e catastrofi politiche. E’ per questo che nel 2010 ho creato la tv web Lookout. L’idea mi è venuta quando Maroni, che era il ministro deli Interni, si faceva bello dei respingimenti in mare aperto delle carrette che trasportavano centinaia di disperati: i boat people, gente delle barche. Poiché ho fatto la prima legge sull’immigrazione e avevo creato una società no profit che si chiama Opera e che faceva assistenza legale e sanitaria agli immigrati, conoscevo le storie che stanno alle spalle di queste persone. La fuga da paesi come l’Eritrea, la Somalia, l’Etiopia, o anche la Nigeria, il Sudan, sono terrificanti. I clan familiari che si riuniscono, eleggono uno tra di loro che si può salvare, fanno la colletta di pochi soldi, comprano passaggi su qualche camion per attraversare il deserto del Sudan, poi il deserto libico, subiscono angherie, furti, torture, violenze, stupri... Finalmente arrivano sulle rive del Mediterraneo, spendono gli ultimi soldi per trovare posto in una di queste carrette del mare, arrivano in vista dell’agognata costa italiana di Lampedusa o della Sicilia o della Puglia. E lì compare una motovedetta militare che li ributta indietro. Costretti a ritornare in Libia, a subire a ritroso il percorso di umiliazioni e di violenze, per essere infine ricacciati nella patria dove nel frattempo magari erano stati condannati a morte. Ecco, tutto questo mi ha sconvolto. Ho protestato, ho dichiarato, ho gridato tutto quello che potevo. E poi mi sono chiesto cosa avrei potuto fare di più e di meglio e di più efficace. Cos’ ho pensato che era possibile dar “voce” a questa gente. Ai rifugiati politici in particolare. Dotandoli di uno strumento di comunicazione. Ne ho parlato con la Federazione della Stampa, con l’Ordine dei Giornalisti, ho trovato gli sponsor privati delle fondazioni, ho elaborato un progetto di formazione giornalistica per alcune decine di immigrati e rifugiati, e anche per alcuni giovani italiani disoccupati. Ho creato una redazione a Milano e una a Roma. Abbiamo fatto la formazione in video-giornalismo. E sono orgoglioso del fatto che due di loro sono diventati deputati del nuovo Parlamento tunisino, che una ragazza sia diventata responsabile dell’Ufficio Immigrazione del Comune di Milano, che altri abbiano trovato impiego presso aziende, e che abbiano continuato la loro attività come blogger o come collaboratori di altre testate. Adesso vorrei occuparmi di un altro progetto dedicato ai giovani meridionali, a questo straripante captale umano che abbiamo  e a cui si offre un’alternativa brutale. Per toglierli da questa alternativa del diavolo - assistenzialismo o espatrio - il manifesto che vorrei lanciare è questo: “Io resto al Sud”.








4 commenti:

cooksappe ha detto...

interessante!

Andrea Consonni ha detto...

gran bella intervista che avevo comunque letto sul pdf.

ciao

Roberto ha detto...

Bellissima. Sarà che noi il 1992 l'abbiamo studiato in lungo e in largo, ma certi pezzi fanno venire i brividi. Rocks

Unknown ha detto...

Testo ottimo :)
Voglio rileggermelo...
Jan