mercoledì 30 marzo 2011

Del Giappone e altre catastrofi: a colloquio con il filosofo Franco Rella


Ci sono momenti della storia in cui il bianco esprime più del nero. Questo è uno di quei momenti. Le immagini d’apocalisse che dal Giappone si irradiano, bucano il cuore della nostra civiltà e ci svelano l’indicibile. Che parole ha l’indicibile? Di fronte alla catastrofe reagiamo come possiamo. E’ il gran balletto degli esorcismi: dalle tentazioni nichiliste che si aggrappano alla profezie da fine del mondo, fin all’abuso della ragione che dice “è tutto sotto controllo”. Siamo costretti a pensare l’impensabile, e a dirlo. Ma come? Che forma dare alla paura? Come articolare il discorso sul limite? Fare chiasso sulla tragedia della storia non ci salverà la vita. Infestare con milioni di scongiuri il cuore di tenebra dell’Occidente ci lascerà ancora più soli, e in balia. Lo sconcerto è grande. Per cercare di ritrovare un peso alle parole che in questo momento vanno in tutte le direzioni, abbiamo parlato di questi temi con Franco Rella, docente di Estetica presso la Facoltà di Design e Arti - Iuav di Venezia. Fin da Il silenzio e le parole (testo del 1981) all’ultimo densissimo libro, Interstizi (Garzanti, euro 13.50), Rella si è occupato dell’indicibile e delle sue forme. Ci risponde dalla stanza di una clinica dove sta facendo una riabilitazione in seguito ad un intervento cardiaco. Sta bene, ma potrebbe ovviamente sottrarsi. Invece accetta la conversazione, pensando forse che anche un piccolo atto come questo possa dar conto del richiamo alla “responsabilità del pensiero”.

Professor Rella, la catastrofe in Giappone sta segnando un altro punto zero della storia contemporanea. Cosa ci obbliga a pensare?

Questa catastrofe è l’ultima di una serie infinite di catastrofi che hanno segnato il Novecento. Pensiamo a cosa è stata la seconda Guerra Mondiale. Pensiamo a Hiroshima e Nagasaki. Pensiamo ai massacri in Nord Africa. Pensiamo a come l’umanità offesa ha continuato ad essere offesa. La catastrofe in Giappone scuote un dei grandi club dei paesi industrializzati. Per la dimensione delle forze che mette in atto, ci pone, in un certo senso, fronte all’impossibilità di parlarne. Non è a misura del singolo soggetto. Questo rende ancora più oscena la parola dei politici che tentano di ricondurre l’evento terrificante dentro perimetri di eleggibilità personale.

Lei crede che, in momenti come questo, il silenzio possa dire più delle parole?

Le parole sono povere, fanno quello che possono, ma è tutto quello che abbiamo. Bisogna usarle con parsimonia, perché acquistino un peso inusuale. Per questo sono molto importanti le piccole osservazioni. E’ dalle piccole osservazioni che nasce una possibilità di avvicinamento alla verità.

Il Giappone ha già nel suo ventre Hiroshima e Nagasaki. Si svegliano vecchi terrori o ne nascono di nuovi?

Certamente, nel fondo del Giappone c’è la grande ferita di Hiroshima e Nagasaki che è anche la grande ferita della nostra civiltà. Il ritorno di questo “nucleare pacifico” che si ribella e diventa terrificante, non può non saldarsi a quelle immagini. Il conflitto però non è più esogeno, ma endogeno.

“Una yubris immensa ha dominato la filosofia occidentale. Fare della morte un niente...così il mondo è stato scorticato della sua ombra. Tutto è stato invaso dalla luce accecante del pensiero puro”: cito dal suo “Interstizi”. In un certo senso, questi fantasmi con la mascherina bianca in volto riemersi dalle onde e dalla terra rappresentano il grande rimosso della nostra società, e ci costringono a misurarci prepotentemente con l’ombra...

Certamente. Tutta questa gente con le mascherine, migliaia di esseri umani che si affannano, gli uomini dentro gli elicotteri destinati a morire di radiazioni, sono figure che mettono in luce l’ombra, che non è eliminabile dalla nostra vita. Un mondo privato dell’ombra, dell’ansia, della paura, è un mondo letteralmente terrificante.

Non crede che oggi sia molto forte la tentazione del nichilismo?

Penso che ci sia qualcosa di peggio del nichilismo. Il nichilismo nega ma, attraverso questa negazione, coltiva il suo opposto. Quello che mi sembra più allarmante, nella cultura occidentale e non solo occidentale, è l’aggiramento del problema. Le lacerazioni non possono essere dette attraverso concetti, ma attraverso espressioni artistiche. Ecco, se una volta l’arte riusciva a dire le contraddizioni, adesso si limita a scegliere il gioco per il gioco. E non parlo del gioco nichilista alla Duchamp, che attraverso la sua opera rivelava una negazione drammatica. Oggi manca il dramma.


Lei chiama a un’assunzione di “responsabilità del pensiero” a fronte di un’”apatia del pensiero” che avrebbe caratterizzato la recente filosofia. Se la responsabilità non coincide con l’impegno, cosa ha in mente precisamente, quali possibilità, quando si appella alla responsabilità di chi esercita il pensiero e lo scrive?

La responsabilità è un fatto che riguarda la polis. Non significa assumere un impegno a livello partitico, ma tenere in vita costantemente più parti, tutte le tensioni e le contraddizioni che contraddistinguono la complessità delle nostre azioni. Io sarei colpito che qualcuno mi dicesse che la mia opera è disimpegnata. E sarei altrettanto colpito se la mia opera funzionasse per il Pd o per qualsiasi altro partito.

Noi ci troviamo qui a parlare del senso del limite e della presenza della morte in un momento in cui stanno accadendo cose gravissime per l’umanità, ma dovremmo occuparcene sempre. Perché sono spariti il senso del limite e il pensiero della morte dalle nostre vite?

Il pensiero del limite sta nella capacità di stare a cavallo fra due cose - il bene e il male, la vita e la morte, qui e l’altrove – che è poi quello che caratterizza l’umano in quanto tale. Il pensiero della morte, invece, è sempre stato impensabile. Levinas ci ha detto con chiarezza che la morte è impensabile. Più che il pensiero della morte, sparisce oggi il sentimento della morte. Questa presenza incombente e indecifrabile sembra essere stata rimossa, legata a questioni di carattere medico e tecnologico, e sempre meno alla questione del limite terribile dell’umano. Ma senza il sentimento della morte e il senso del limite, è difficile distinguere ciò che è umano da ciò che non lo è.

Dopo l’11 settembre del 2011, forse il gesto semiotico più evidente fu il nero delle Twin Towers usato da Spiegelmann come copertina del “New Yorker”. Quale segno si approssima alla catastrofe dell’11 marzo 2011?

Io mi trovo in una situazione particolare. Le sto parlando dalla stanza di una clinica protetta dal mondo dentro cui mi trovo a fare ogni giorno esercizi di riabilitazione. Ho fatto una cosiddetta “operazione a cuore aperto” e sono stato molto rassicurato. Ma sono in una condizione forzata di isolamento. Ho dei giornali e nulla più. Di fronte alle notizie che arrivano da fuori, si allarga un senso di disperante afasia. L’immagine che io posso avere qui da recluso è l’immagine di un formicolio, come se in Giappne si stesse giocando una partita incomprensibile che costringe gli uomini a muoversi indistintamente Per tutti gli eventi catastrofici di questo XXI Secolo ci sono poche parole, poche immagini. Per il crollo delle Twin Towers nel 2001, per il terremoto in Cile un anno fa, e ora per le centrali nucleari del Giappone, non abbiamo parole importanti. Il linguaggio si è impoverito. E’ come se avessimo perso la capacità di articolare una scala di toni tragici. Questo avviene anche per quel che riguarda la scienza. Non ho letto nessuna grande narrazione sulle modificazioni del corpo umano. In questo momento io ho una valvola animale biologica nel mio cuore. Questo significa che non sono lo stesso di prima, che qualcosa si è modificato per sempre. C’è una generale incapacità di dar conto delle capacità tecnologiche e scientifiche nei loro aspetti molteplici, anche quelli distruttivi.

Barbara Spinelli su “La Repubblica” richiamava al “dovere della paura” citando la “paura euristica” di Hans Jonas. Ma come facciamo noi a distinguere una paura buona, euristica, da una paura cattiva?

Jonas è un personaggio straordinario, che è partito dall’esperienza della Gnosi (che ha sviluppato il concetto dell’uomo abbandonato, solo, sulla terra) per arrivare al principio di responsabilità, che nel suo caso ha significato mettere in discussione anche i fondamenti della propria religione, la religione ebraica. La paura euristica implica la ricerca di una via, di una possibilità di recupero di una dimensione umana. Come facciamo a distinguerla dalla paura che paralizza? Perché non paralizza, appunto, anzi ci dà la possibilità di ritrovare il senso della dignità della vita.

Attraverso una serie di esempi letterari e poetici, lei arriva ad identificare nell’atto della scrittura la più stretta contiguità con l’orrore e con la morte. Bisogna scriverla, e come, questa tragedia?

Gli eventi tragici del Novecento ci hanno messo di fronte all’intestimoniabile. Pollock, Fontana, Rothko, riuscivano ancora a toccare la tragedia. Negli ultimi decenni si è smesso invece di testimoniare l’intestimoniabile, a favore di un puro gioco. Penso alle ultime edizioni della Biennale: solo per fare un esempio, Yoko Ono che ripete dopo 40 anni, senza alcuna necessità estetica ed etica, il gesto dello sganciamento del reggiseno. Perché? Naturalmente ci sono delle sacche di resistenza: la letteratura israeliana (proprio per la condizione da cui nasce), oppure certe pagine di Don de Lillo, capaci di abissi autentici

martedì 29 marzo 2011

Daniele Sepe, l'anarco-comunista


Negli ultimi mesi si è scatenato con tutti i mezzi che aveva a disposizione, canzoni, interviste, piazze reali e virtuali, facebook in particolare, anzi “fessbuk”, come lo chiama lui in musica e parole. Ha detto, più o meno, che Roberto Saviano è un burattino nelle mani di burattinai (procure, editori, politici), uno scrittore “manovrato” da ben altri poteri, autore di un discreto “libro di costume” (Gomorra) diventato indegnamente un “intoccabile”. Non pago, ha attaccato anche “il manifesto” che da anni edita i suoi album, tacciandolo di giustizialismo, e attribuendone la crisi non ad un fattore economico ma politico: “Da qualche tempo ha smarrito la vocazione di quotidiano comunista”. Per tutta risposta, un mucchio di lettori insubordinatissimi lo voleva fare direttore del giornale. Spiritosamente (o forse no?) lo candidavano anche Franco Piperno e Oreste Scalzone, suoi grandi amici. Ma lui ho detto: no, grazie, non sono neanche pubblicista, e poi ho già il mio giornale su “fessbuk”. Di professione, è un sassofonista e compositore, di indole “un arrabbiato”. Daniele Sepe ha 51 anni, non si è mai spostato dalla sua babelica Napoli né dagli ideali comunisti. In questa intervista, ci spiega le ragioni e gli obiettivi della sua indomabile rabbia.


“Fessbuk, buonanotte al manicomio”, il suo ultimo album, benché sia uscito da alcuni mesi, fa ancora molto parlare di sé, non solo per la musica e per il rap contro Saviano, ma anche per via dell’accesa discussione che si scatena attorno alla sua pagina facebook, quella vera...

L’album nasceva proprio da quello che accadeva attorno alla mia bacheca facebook. Prima avevo un blog, ma poi ho capito che facebook era un sistema migliore per aggregare persone e idee. I temi che mi interessano particolarmente e che tratto tutti i giorni con tutti i mezzi che ho a disposizione sono due: la ribellione e la questione della violenza/non violenza. Mi appassiona il tema del limite: cosa ti fa essere dentro o fuori la legge. E’ una faccenda che affronto da anarco-comunista.

Anarchico o comunista?

Sono confuso tra i due. Nel profondo, mi sento anarchico, anche se l’anarchia è diventata troppo di moda. Dopo la caduta del Muro di Berlino, tutti sono diventati anarchici e libertari. Anche Giuliano Ferrara afferma di esserlo. Quindi forse è meglio per me dirmi comunista: fa un po’ più paura.

E a chi vorrebbe far paura?

A chi vuole stare sempre dentro i confini della legge.


Quale sarebbe la colpa di chi vuole stare dentro i confini della legge?


C’è una bella differenza tra “legge” e “giustizia”. La giustizia non passa necessariamente per il rispetto delle legge così come è codificata, anzi le due cose sono spesso in conflitto. Io penso che ribellarsi sia una cosa giusta, e che questa ribellione può condurti “fuori” da certe regole, di per sé ingiuste. Faccio un esempio: se ospiti a casa tua un immigrato senza permesso di soggiorno, sei fuorilegge, ma la tua azione è giusta.

Tra “giustizia” e “giustizialismo” ci sarebbe insomma una voragine....

Già, ma soprattutto tutta la stampa di sinistra, tutta la cultura di sinistra, è diventata giustizialista. Tutto questo trova il suo simbolo in Roberto Saviano. Chi oggi si affida completamente ai magistrati, agli organi inquirenti, evitando una seria analisi politica e sociologica, dovrebbe sapere che è stata la stessa Magistratura ad agire ingiustamente contro Pinelli. Non si possono usare due pesi e due misure: magistrati “cattivi” quelli che non risolvono le questioni relative alla strage di Bologna, e magistrati “buoni” quelli che mettono i galera “i cattivi”.


Come l’ha presa Saviano quando lei gli ha dato del burattino?

Considerando il tipo di personaggio che si è costruito addosso - un individuo bravo, giusto, integerrimo -, non credo che l’abbia presa bene, però non c’è stata nessuna risposta pubblica. La sua avventura editoriale e mediatica è stata accompagnata da un giudizio unanime. Io rappresento una delle poche voci discordanti. sono convinto che Saviano sia stato usato per preparare il terreno al dopo Berlusconi.

E da chi sarebbe stato usato?

Tutte le volte che leggo un suo pezzo, mi chiedo: da dove prende queste informazioni? Non credo che lui possa andare in giro con un taccuino.

Non ci può andare perché è sotto scorta, perché è stato minacciato di morte.

Appunto. Non ci può andare. Quindi chi gli dà le informazioni? Gliele dà a Procura, gliele dà il giornale per cui scrive. Non è indipendente. Obbedisce a delle “lobbies”. E questo non è certo un modo di far denuncia.


Come si dovrebbe combattere il sistema mafioso e criminale, secondo lei?

Tagliando la manovalanza a questi signori. Ma la manovalanza continuerà ad esserci perché non ci sono alternative di sopravvivenza. Lo Stato è assente.


Non le sembra che questo suo modo di vedere le cose pecchi di dietrologia, di dispendio ideologico?

Bisogna che il tempo faccia il suo corso per capire se questo tipo di analisi è corretta. Ma io credo di sì. Il piano Marchionne è un problema serio e nessuno, né da destra né da sinistra, se ne preoccupa.

Deduco che lei abbia, a differenza di molti di noi, una idea precisa su cosa sia “di destra” e cosa “di sinistra”...

Penso che queste categorie non siano mai cambiate. Il meccanismo sociale ed economico che fa sì che una persona viva tutta la sua vita “a salario” e il prodotto del suo lavoro (parlo sia di beni materiali che immateriali) viene venduto ad un costo molto diverso rispetto al suo guadagno di fine giornata, ecco, questo meccanismo è di destra. Parlo di Berlusconi come di Draghi e De Benedetti. I capitalisti. Per questa ragione, non credo che De Benedetti sia più a sinistra di Berlusconi.

Riconosce limiti alla rivolta?

Non esistono limiti alla rivolta. Io sono a favore delle reazioni spontanee della gente. Penso a quello che è successo il 14 dicembre scorso, a tuttI quegli studenti che sono scappati di mano.

Però i cosiddetti “moti del 14 dicembre” sono durati solo 12 ore...

A questo ha contribuito proprio Saviano, scrivendo l’indomani su “Repubblica” la lettera agli studenti in cui distingueva tra buoni e cattivi. Quella lettera era l’attacco più forte che il potere potesse sferrare contro gli studenti e la loro rivolta spontanea. Il fatto è che per l’industria culturale italiana, i moti vanno bene se si fanno a Tripoli o Al Cairo, ma non vanno più bene se si fanno a piazza del Popolo. Se la rivolta scoppia a Teheran, allora si grida alla libertà, se invece esplode a casa nostra, allora si tende a spedire i rivoltosi in galera.

In molti suoi interventi, lei ha mostrato una certa nostalgia verso gli anni Settanta e le forme di antagonismo messe in campo allora. Non le sembra anacronistico?

Le cose non sono cambiate non in 40 anni, ma in duemila anni di storia. Le forme del potere e le forme del conflitto antagonista sono più o meno le stesse. La rivoluzione di Gandhi è stata unica nel suo genere, e non ci si può sempre appellare a quell’esperienza, in nome della non violenza. Quel tipo di azione può risolvere il problema dell’indipendenza, ma non quello della condizione sociale. Infatti in India vige ancora il sistema della divisione in caste.

Cosa pensa della canzone di Vecchioni che ha vinto il Festival di Sanremo?

Penso che, con tutto il rispetto per Vecchioni, sia il perfetto inno della Terza Repubblica che sta per arrivare. Ascoltandola, immaginavo che sotto ci fosse scritto: testo di Vecchioni-Fini-Bersani....


E Benigni che impressione le ha fatto?

Immagini di trovarsi in un hotel di Amburgo, di accendere la tv e di vedere un comico tedesco a cavallo avvolto nella bandiera tedesca, che fa discorsi retorici sulla sua patria: lo troverebbe quantomeno inquietante.

Devo ammettere che, messa così, suona come una cosa spettrale.

Per me la bandiera italiana va tirata fuori in una sola occasione: i mondiali di calcio.

C’è qualcuno che le piace?

Mi piace il compagno Bakunin. Mi piace Oreste Scalzone, mio grande amico. E mi piacciono un sacco di persone e di compagni di strada che non vanno in tv, che vivono la vita vera, che stanno dentro i Movimenti...

Vota, almeno?

Una volta ho votato Rifondazione ma poi me ne sono pentito. Non credo che il voto sia un esercizio utile.

Chi vive a Napoli, ha smesso di parlarne. E’ come se le parole fossero tutte morte, come se avesse vinto il nichilismo, la rassegnazione.

Non c’è molto di cui gioire. Napoli è una città bloccata, confusa.

Però Napoli è ancora il grande motivo ispiratore della sua musica.

Non può non esserlo: è un ventre inesauribile. E comunque a Napoli non si vive peggio che in altre città. Sinceramente, non penso che a Brescia stiano meglio. L’Italia è uno schifo, ma non per colpa di Berlusconi. Anche per colpa di Berlusconi, ma non solo sua.


E di chi è la colpa?

Di quella bella e buona borghesia capace di auto-assolversi, di cui Saviano è il simbolo.

Non ha mai pensato se, qualora il sintomo che lei descrive fosse vero, il problema non è Saviano ma la grande macchina dell’opinione e dello spettacolo?

Può darsi, ma lui non si è sottratto a tutto questo.

Come ha reagito quando (nel novembre del 2010) un buon numero di lettori del “manifesto” l’aveva proposto come direttore del giornale con una lettera intitolata “Per un Manifesto comunista contro un Manifesto costumista”?

Ho pensato che avrei potuto fare di meglio di Norma Rangeri.

Scusi, ma se pensa questo, come fa a pubblicare ancora per il “manifesto cd”?

Infatti non sono sicuro che il mio prossimo album uscirà per loro. Se Saviano se ne va dalla Mondadori, Sepe, nel suo piccolo, se ne può andare dal “manifesto”.

mercoledì 23 marzo 2011

Liz Taylor non può morire


Certe morti, non sono vere. Nel senso che la nostra coscienza e la nostra memoria faticano a prenderle per vere. In un certo senso, Liz Taylor non è mai esistita, almeno non è esistita per noi che l’abbiamo ammirata e osservata da lontano. E ora che è sparita non proviamo un vero dolore perché, semplicemente, non ci crediamo. La sua bellezza fatata, irreale, non ci è mai sembrata di questo mondo. Liz Taylor coincideva con Hollywood, non solo i suoi personaggi sensuali e capricciosi, ma anche le liti, i divorzi e gli amori fuori scena, ci hanno sempre conciliato con la luce diurna di Mulholland Drive. Liz aveva avuto un’infanzia difficile. L’ha detto tante volte. Ha subito decine di operazioni. E’ stata anche per alcuni mesi paralizzata. Ma tutto questo non ha mai incrinato la perfezione della sua immagine. Un’immagine che viveva su un paradosso: il più bel corpo senza corpo, la bellezza assoluta senza ferita immaginabile. Come se dietro l’azzurro dei suoi occhi non ci fosse una donna vera ma un altro cielo ancora, dipinto su una scenografia che per configurazione è hollywoodiana, colossale, tempestosa.
Al cinema, vogliamo ricordarla con un titolo preciso: “La gatta sul tetto che scotta” del 1958, regia di Richard Brooks, accanto a Paul Newman. Del dramma di Tennessee Williams, Liz Tayloraveva saputo svelare, senza svelarlo mai del tutto, il tormento di un personaggio fedele e sensuale. Riguardando mentalmente quelle scene e mille altre che ci ha regalato nella sua lunga carriera, ci sentiamo presi da incantamento. Aveva un modo tutto suo, Liz, di abitare il proprio corpo. Un modo esplosivo e insieme tenero. Luminoso. Come si fa a staccare gli occhi da lì?
C’era poi la vita. Turbinosa. Plateale. Una vita che sembrava fatta a misura per il suo pubblico, dove la scenografia, ancora una volta, rivelava la turbolenza di un’anima indecifrabile, ma serena. Divorziare e sposare varie volte lo stesso uomo (Richard Burton) è stato forse il gesto più cinematografico che una diva potesse compiere, indisturbata, davanti all’occhio vorace, innamorato, di chi la osservava da anni. Ripetere la stessa scena è dispositivo primario della macchina-cinema. Ripetendo le scene della sua vita, Liz la incarnava alla perfezione.
C’era, infine, una bellezza assoluta (più incompresa rispetto ai suoi numerosi amori) anche nell’amicizia con Michael Jackson, altra grande icona dello spettacolo, anche lui dotato di un corpo senza corpo.
Liz Taylor ha sempre difeso il re del pop martoriato negli ultimi anni della sua vita dalle accuse di pedofilia. Affermava di amarlo come un figlio e di comprenderlo profondamente, perché entrambi avevano avuto un’infanzia di spaventi familiari. Entrambi conoscevano il potere folle delle medicine.
A Neverland, in quel giardino d’infanzia che finirà con l’intrappolarlo a morte, Jackson aveva fatto costruire una sala dove si proiettavano i film della sua grande amica Liz ventiquattro ore su ventiquattro.
Ecco, forse, un ultimo fantasioso frame. Michael e Liz, seduti uno accanto all’altro. Senza tempo. Corpi irreali. Capaci di strane forme d’amore. Fedeli. Innamorati della bellezza. Ridono. Giocano. Michael si specchia nell’azzurro scenografico dell’amica Liz e le canta la canzone che scrisse per lei, “Elisabeth, I love you”. Liz gli giura che non moriranno mai.

martedì 15 marzo 2011

De Rita: "Vi racconto l'Italia senza desideri"


Qui si parla di ardore e desiderio. Si fa l’elogio della vita lenta. Si mette in croce l’indignazione come forma di protesta e si celebra il funerale definitivo dell’opinione. Un simposio di filosofi distaccati dal mondo? No, quella che segue è solo la sintesi di una lunga conversazione con Giuseppe De Rita, un sociologo sui generis nato nel ’32 a Roma, che da cinquant’anni osserva il corpo anomalo del sistema Italia e pubblica i suoi spiazzanti referti sempre un po’ prima che la malattia prenda il definitivo corso. Nell’ultimo rapporto Censis, si legge che il sintomo più grave di quest’Italia febbricitante è il calo del desiderio, inteso come virtù civica. E in un recente intervento sul “Corriere della Sera”, De Rita (che del Censis è il presidente) smonta quel dispositivo psicologico che sta mandando in cancrena il paese: la macchina oscena dell’opinione-spettacolo che dispone sul palco facce urlanti da una parte e tiepidi appelli al razionalismo riformista dall’altra. Tutto senza vita, senza ardore. Senza tempo. Vale allora la pena di prendersi un po’ di tempo per ascoltare questa bella lezione sul tempo visto come strumento di uscita dalla crisi.

De Rita, lei ha richiamato l’attenzione “sullo spettacolo che da mesi va in onda sulla nostra arena pubblica”. Si infiammano gli animi e si nasconde il degrado, l’incapacità di farvi fronte con una nuova cultura di governo. Cosa si cela dietro la pratica dell’indignazione?

Si cela l’impossibilità di fare politica. Questo è un sistema che non permette oggi di far politica. Conseguentemente ad una forte verticalizzazione del potere (che ha sostituito il policentrismo), si assiste ad una mediatizzazione del potere. Se oggi Santoro ha più potere di Sansonetti, è perché ha la disponibilità del mezzo. Se Emma Mercegaglia è la protagonista del dibattito, è perché sa gestire bene la sua figura. Si è detto che la Polverini fosse stata inventata da Floris. Il potere dei media è opinionismo continuato. Non si oppone un fatto ad un altro fatto, ma una opinione all’altra. Se l’opinione non serve a far politica, serve allora solo a contrastare l’opinione altrui. Da una parte ci sono i difensori dell’opinione pubblica indignati contro i puttanieri, dall’altra ci sono i difensori della privacy indignati contro i giacobini....Questa è sola la parte finale di un processo di ibernazione della politica.

Quando è cominciato questo processo di ibernazione?

Direi nel 1992/’93. Potrei dire con Tangentopoli, che io vedo con come l’invasione della magistratura, ma dell’opinione. Basta rivedere i filmati delle aule di tribunale: in prima fila ci sono soltanto i giornalisti con l’aria furibonda. D’improvviso, non era più necessario iscriversi a un partito o fare l’assessore comunale, per incidere politicamente... Oggi fa politica chi va ad un talk show.

La parola indignazione contiene in sé la parola “dignità”. Stefano Rodotà colloca la figura dell’ “homo dignus” dentro la storia costituzionale di questo paese, che avrebbe due fondamenti: la dignità e il lavoro. Ma nell’uso concitato che si sta facendo delle parole “degno” e “indegno” si nascondono probabilmente altri significati e intenzioni, che non hanno a che fare con la sfera dei diritti.

Mi viene in mente Cicerone quando nel “De Senectute” dice “è bello essere vecchi...ci sono quei dieci amici che ti accompagnano fino al Senato e ti fanno sentire degno di partecipare alla cosa pubblica”...Ecco, se uno oggi se un esce e va al Senato a fare un bel discorso, ti accompagnano non gli amici ma le scorte. Allora la dignità da dove viene? Sono gli altri a conferirti dignità. Oggi non è giudicato importante essere degni, ma il farsi da soli. Quello che conta è: mi faccio il quinto telefonino, la terza casa, mi costruisco il mio potere. Quindi io posso autogratificarmi, ma ho bisogno degli altri per sentirmi degno. Perché l’italiano medio non ha mai avuto il senso della dignità di Gheddafi ma solo del suo potere? Il popolo italiano vede in Berlusconi l’uomo che si è fatto da solo, questo gli piace. Neanche il più acceso berlusconiano parla di Berlusconi come uomo degno, ma come uomo ineguagliabile nel vendere e comprare.

Un tempo non era così, ma adesso un istituto di studi socio-economici come il Censis diventa una bussola, un punto di riferimento. Forse perché è un punto fermo in un paese dove si tende a fare “tanto rumore per nulla”...

I rapporti degli anni settanta in realtà erano più importanti, solo che non venivano letti. Siamo stati noi a parlare per primi di “economia sommersa” e di “localismo”. Quest’ultimo rapporto non mi dà la stessa soddisfazione delle diagnosi fatte in quegli anni, ma lo stesso malessere. Dopo aver visto la rassegna stampa (gigantesca) del 2010, ho convocato una riunione straordinaria e ho detto: “Ragazzi, siamo fottuti”. Siamo i soli ormai nella dialettica politica. E quando sei solo, qualcuno ti cecchina.

Lei individua nella mancanza di desiderio il vero buco nero dell’Italia. Non solo la norma, ma anche il desiderio sarebbe in via d’estinzione, in un paese abitato da individui soli, edonisti, euforici, incapaci di relazioni...La cosa sorprendente è la conclusione di questo discorso, il richiamo alla necessità di attivare una “mente immaginale”. Forse ha avuto così tanto successo proprio perché, a differenza di tante analisi fatte usando lingue morte (politichese, burocratese...), si tenta qui un assalto dell’immaginario...

La mia furbizia è stata quella di dire una cosa che tutti sentono. Tutti sentono il crollo della norma, della legge. Non viene più riconosciuta una norma paterna, né religiosa, né sociale. Non solo la legge, ma anche il desiderio è caduto. L’italiano però accetta di più che gli si dica “non c’è più padre”, mentre non accetta che gli si dica “non hai più desideri”...La cosa che manca nel rapporto Censis è la relazione tra le due sfere, perché era più complicata da costruire. Lo psicoanalista Massimo Recalcati dice: la mancanza d’inconscio crea l’uomo malato, e nell’uomo malato arrivano le malattie (anoressia, bulimia, depressione)...questo messaggio è semplice da capire perché parla al singolo che alla fine decide se andare o no in analisi. Ma come sociologo, per me la sintesi è più complicata. Cosa dici allo Stato? Non puoi soltanto elencargli le malattie, Dovresti anche dirgli come curarle. E come fai? Questo limite oggettivo del nostro discorso è stato però anche alla base del suo successo.

Recentemente, mi è capitato di partecipare ad un dibattito sul tema del “desiderio”. Nel corso di tre ore, si è arrivato a parlare di tutto, di lavoro, sessualità, maternità, tranne che di desideri. Il desiderio è il vero tabù di questa società?

Si parlava evidentemente di bisogni. Il bisogno è del corpo sociale, mentre il desiderio è del singolo. E’ importante arrivare però a concepire il desiderio come corpo sociale. Questa è la cosa difficile. Le consiglio di leggere “L’ardore” di Roberto Calasso. C’è una pagina in cui scrive: “Quando la mente comincia a funzionare, lo senti anche fisicamente. Ad un certo punto, il calore diventa sempre più importante e arriva l’ardore!. Calasso parla dei limiti della sociologia e dice che bisogna tornare a parlare ai singoli individui, individui di mente di testa di cuore e di fede.

Lei sta dicendo che la sociologia è in crisi e che bisogna affidarsi alla psicoanalisi del profondo per arrivare a capirci qualcosa?

Se è in crisi la colpa è degli stessi sociologi, che hanno occupato tutte le cattedre universitarie ma non hanno più nessun rapporto con la realtà né con le altre discipline. Un sociologo umile sa di aver bisogno della psicoanalisi, dell’antropologia, dell’economia. Ma non lo fa nessuno. Oggi ha più senso l’antropologia culturale. La sociologia ha tradito la sua vera natura, che è fenomenologica.

La videocrazia non sarà desiderabile ma può essere seduttiva. Perché secondo lei la sinistra non riesce ad immaginare un mondo desiderabile, in cui è bello e piacevole vivere?

Perché l’uomo di sinistra, anche il più moderato, è pur sempre figlio del pensiero rivoluzionario. Bisogna “cambiare le cose”: questo è il suo processo mentale. Bisogna criticare quello che c’è. Li chiamo “i rottamatori”. Si parla solo in termini negativi. Non viene in mente a nessuno di “costruire” assieme ad altri un mondo desiderabile.

Che responsabilità ha in questo senso il mondo culturale italiano?

Sono abbastanza vecchio da aver visto almeno 35 anni di appelli di intellettuali. Il collateralismo è stata una tragedia. In tutta la mia vita io ho firmato un solo appello, quello per la beatificazione di papa Giovanni XXIII.

Cattolico senza dubbi?

Sono stato educato dai gesuiti e rieducato dai rosminiani, ho otto figli e quattordici nipoti.

Carlo Levi parlava del senso di sopravivenza e incolumità dell’italiano medio, resistente alla tentazione del suicidio, al motivo della “fine della vita” che invece aveva attecchito nella letteratura europea. Un carattere che sarebbe stato raccontato dalla commedia all’italiana. Secondo lei, esiste in questo senso un’anomalia italiana?

Si, esiste un tipo di uomo italiano e lo abitano due meccanismi: la paura e la provvidenza. L’italiano medio è convinto che se si chiude una porta si apre un portone. Non si dà mai per perso. Al tempo stesso, l’italiano ha paura del futuro e quindi tende a mettere da parte. Quando non ha più niente, si appella alla provvidenza.

Nell’articolo pubblicato sul “Corriere della Sera”, lei parlava dell’”umiltà del tempo”. Prendersi il tempo giusto per articolare un “pensiero veramente pensato” può essere una risposta all’opinionismo a getto continuo?

C’è un brano di Natoli molto importante in cui si dice che uno dei problemi della nostra cultura è che non ha mai accettato di fare un passo indietro per un periodo di tempo. Non si combattono certi fenomeni stando dentro, bisogna guardarli da fuori. Non credo all’impegno. L’impegno è uno slogan nato nel dopoguerra. Adesso non significa niente.

Si è mai trovato lei a dover fare un passo indietro, ad ammettere di aver sbagliato una diagnosi?

La verità è che io vado molto lento, quindi ho il tempo per riflettere. Non a caso faccio lo stesso mestiere dal dicembre del ’55. Nessuno mi ha mai visto in un talk-show. Non saprei reggere i tempi televisivi. Essendone consapevole, non ci vado. Per il “Corriere” scrivo ogni trenta, quaranta giorni. Mai nessun direttore mi ha chiesto un pezzo. Sanno che ogni tanto ne arriva uno, e mi lasciano in pace.

(Pubblicato su "Gli Altri")

sabato 5 marzo 2011

“Berlusconi riflette hegelianamente, e italiotamente, lo spirito di questo tempo”: conversazione con Roberta Torre


Sul suo profilo facebook, Roberta Torre ha pubblicato la foto di una stanza d’hotel, il Bates Hotel di Park City, Utah: un divano bianco sotto una grande finestra che intercetta la luce azzurrina delle montagne. Titolo della foto: “La mia stanza”. E’ il suo modo “misterico” per raccontare il passaggio al Sundance Film Festival, dove I baci mai dati (unico film italiano in concorso) è stato accolto con calore, un’ attenzione quasi devota. Mentre siamo seduti nella hall di un altro hotel, a Roma, la cineasta ci mostra diverse foto scattate in quei giorni americani: due cowboys che si baciano seduti al tavolino di un diner, un grande affresco che restituisce lo scontornato disegno di un cavallo, una baita nel ghiaccio dove Robert Redford ha creato una sala di proiezione. Nessuna immagine autocelebrativa. Solo macchie, tracce di un umano intangibile, segni di quelli che Luc Nancy chiama “il vestigium”, “il passaggio di ogni venuta alla presenza”. Con i suoi occhi perennemente accesi, la bellezza bambina, acquatica, Roberta Torre racconta la sua vita dalla fine, come se la dipingesse con grandi pennellate impressionistiche, incantate: l’incontro con il Sud, le passioni, l’amore per la notte, la fede in Dio, il culto per l’inconscio e le sue strane creature.

Roberta, quali sono i baci mai dati?

L’ho capito solo a Park City, al Sundance, rispondendo alla domanda di una giornalista e osservando le reazioni del pubblico in sala durante la scena tra madre e figlia. I baci mai dati sono i baci che non ho dato a mia madre.

Ma a volte quei baci non si possono dare perché è in questione la propria sopravvivenza.

In effetti, allora, non avevo scelta. O la mia vita o la sua. E ho scelto la mia. Però adesso vorrei che lei fosse ancora viva per recuperare il tempo perduto.

E il padre?

Con il padre è stato diverso. Ci ho riflettuto molto, perché pensavo che fosse lì il problema. E invece il rapporto totale è stato quello con mia madre.

Cosa hanno letto gli americani nel suo film?

L’hanno guardato senza pregiudizi. Erano entusiasmati dal tono del racconto. E alla fine della proiezione, mi hanno fatto anche tantissime domande sull’Italia.

Per esempio?

“L’Italia è un paese di sconvolgente bellezza. Come è possibile che vi siete ridotti in questo modo?

E lei cos’ha risposto?

Niente. Sono rimasta a bocca aperta. Cosa si può rispondere?

La storia di una ragazzina che si trova, suo malgrado, a fare dei miracoli, a Librino (Catania). Da quale terra sommersa si è disincagliata questa storia?

Non lo so. Ad un certo punto ho immaginato il racconto di questa ragazzina trascurata dalla famiglia che dice di sapere dove è la testa di una statua della Madonna che era stata perduta. A quel punto tutti cominciano a venerarla e a chiederle di fare dei miracoli.

Cosa chiedono gli abitanti di Librino?

La maggior parte di loro chiede lavoro.

E la ragazzina riesce a trovare il lavoro alle persone?

No, il lavoro non c’è per nessuno. Però alla fine un miracolo si compie. Perché nasce sul terreno di un’amicizia tra due ragazze.

Lei crede al miracolo di certi rapporti umani?

Si. Credo moltissimo all’amicizia, anche se ogni relazione ha una sua durata. In questo senso, io sono molto passionale, mi infiammo, ma poi sono consapevole del fatto che tutto finisce.

Anche gli amori?

Soprattutto gli amori.

Questo lo dice perché di sicuro non è stata abbandonata, e ha invece abbandonato.

Sì, in genere è andata così. Sento quando una cosa finisce, e trovo assurdo, e doloroso, prolungarla artificialmente.

La sua è una storia di iniziazione sentimentale capovolta. In genere, si parte dal Sud per cercare fortuna Nord. Lei invece è andata da Milano a Palermo e ci è rimasta quindici anni. Deve essere stata una folgorazione...

Avevo ventotto anni. Ero stata invitata a partecipare con un mio corto al festival “Palermo Cinema”. Giravo per la città e la guardavo come come Alice nel paese delle meraviglie. Dopo poche ore feci una telefonata a mia madre, era il 24 dicembre del 1990. Le dissi: “Mamma, non torno più, resto qui”.

Dalla sua relazione con Franco Maresco è nato anche un figlio...

Sì, che oggi ha diciotto anni e vive col padre a Palermo. Siamo molto legati, ma io poi ho deciso di venire a vivere a Roma, dove mi sono nel frattempo anche sposata, e divorziata dopo quattro anni.

Cosa rappresenta Roma per lei?

Non è il luogo a cui sento di appartenere. Mi piacerebbe vivere in un posto più piccolo vicino al mare, oppure in una grande metropoli.

Cosa l’attrae invece ancora della Sicilia?

Io sono nata da padre milanese e madre ligure. A Milano soffrivo molto: per il grigiore, per la vita borghese, per le piscine coperte. Io ho un animo zingaro. Ho sempre voluto vivere per strada, e la possibilità di vivere per strada me l’ha data Palermo. Però non credo che ci tornerei a vivere.

Dicono che lei sua una creatura notturna.

Lo sono stata, ma adesso per fortuna il fisico non mi viene più dietro (non è veloce come la mia mente) e mi sforzo di andare a letto non più tardi dell’una.

Quante ore dorme a notte?

Non meno di dieci.

Dieci? Ma sono tantissime!

Per me il sonno è salvifico. Quando c’è qualcosa che non va, mi addormento e mi passa tutto. Non ho mai capito perché, ma è così.

I medici del sonno non hanno ancora scoperto la ragione vera per cui dormiamo. L’ipotesi più accreditata è quella secondo cui il sonno servirebbe a processare la memoria, ad eliminare i materiali di scarto e a tenere i ricordi e le immagini utili....

Mi sembra verosimile. Per me ogni volta è un viaggio, e ne esco con il cervello ripulito. Posso fare a meno di qualunque cosa, ma non delle mie dieci ore di sonno. Io non ho vizi, non mi drogo. Il sonno è la mia droga.

Ricordi i sogni, al mattino?

Si, sempre.

Trae ispirazione dai sogni per i suoi film?

Non esattamente, ma direi che tutti i miei film, da Tano da morire ad Angela fino a I baci mai dati, sono viaggi nell’inconscio.

Però ha firmato anche diversi documentari (La notte in cui è morto Pasolini, I Tiburtinoterzo...).

Il documentario è un genere che in Italia è sottovalutato, invece è uno strumento meraviglioso per avere accesso a certi mondi che altrimenti ti sarebbero negati. Io sono una grande osservatrice, una voyeur direi, e il documentario mi permette di guardare con attenzione i volti e le storie delle persone.


Ha da poco debuttato in teatro la sua regia de “La ciociara” (in questi giorni in scena a Venezia e poi a Milano), con Donatella Finocchiaro. Cosa ha da dirci oggi questo testo?


E’ stata un’idea del Teatro Bellini di Napoli. Ho lavorato sulla riscrittura di Annibale Ruccello, che è molto suggestiva. Per tutta la prima parte, le due donne, madre e figlia, sono delle piccolo-borghesi dedicate a insignificanti traffici di vita quotidiana. E’ un preludio fortissimo dal punto di vista drammatico, perché rende la storia ancora più perturbante. La violenza riaffiora come un fantasma, in una maniera oscura. E’ il ferro rovente dell’impotenza.

Nello spettacolo, ci sono anche riferimenti a Pasolini...

Sì, tutta la chiacchiera tra le due donne sugli oggetti ricorda i discorsi profetici di Pasolini sul soffocamento delle merci. C’è un monologo dentro lo spettacolo che ogni volta si porta l’applauso ed è il monologo di Michele, l’intellettuale, che riecheggia il monologo di Lazzaro dal Vangelo: “Fino a quando non abbandonerete le vostre piccole cose, non vi accorgerete di essere morti”.

Lei crede in Dio?

Si, credo in Dio, nel senso che fon da piccola ho avuto la chiarissima percezione dell’esistenza di Dio.

E prega?

Ho un rapporto quotidiano con la preghiera.

Ha avuto un’educazione cattolica?

Entrambi i miei genitori erano laici. La fede è il frutto di una mia storia tutta personale, e si è manifesta molto precocemente.

Nei suoi film, tratta però con umorismo la religiosità del Sud.

Religiosità e religione sono fenomeni molto differenti. Io credo in una sorta di cristianesimo primitivo, non nella messa in scena di tutti gli orpelli.

Questo suo carattere allegro è un’eredità genitoriale?

Né mia madre né mio padre erano come me. Non lo so come sono venuta fuori.

Continua ad occuparsi ancora di pittura e fotografia?

Si. Il manifesto del film, per esempio, ho fatto io. E’ un collage, uno di quelli che amo fare. Ho sempre avuto un forte senso estetico.

E a quale estetica farebbe riferimento il “Ryby-gate”? “Salò” di Pasolini, la commedia all’italiana, o qualcosa di nuovo che sfugge alle nostre categorie formali?

Dal punto di vista etico, non c’è niente di nuovo. Da sempre i potenti hanno approfittato dei loro poteri, e da sempre le donne (consenzienti o meno) sono state usate come merce di scambio. La cosa nuova è la forma miserabile con cui tutta questa storia delle notti di Arcore si manifesta. Dal punto di vista estetico, è orribile. E’ brutto Berlusconi. E’ brutta la sua casa. Sono brutte le scene che ci vengono raccontate. Anche Luigi XIV aveva le sue cortigiane, ma erano belle, o almeno pensiamo che lo fossero. Il viso di Berlusconi che si sta sfasciando, il corpo che va in pezzi, è qualcosa di orrendo, di insopportabile.

A volte penso che Berlusconi non esista, che sia un fantoccio partorito dai nostri incubi e dalle nostre pulsioni più indicibili.

Berlusconi riflette hegelianamente, e italiotamente, lo spirito di questo tempo. L’Italia si è meritata Berlusconi. E’ il nostro paese che ha reso possibile il berlusconismo. Pensiamo solo alla storia dei rifiuti. Come reagisce la città di Napoli? Sta immobile, ferma. Ma se non si fa una rivoluzione per una cosa così, per cosa si deve fare allora?


Come artista donna, ha dovuto lottare di più degli uomini?

Infinitamente di più. Negli anni, ho subito una censura sottile, subdola, ammantata di apparente benevolenza.

Cosa le rimproveravano?

Il fatto di essere una sperimentatrice, una donna che non va avanti per categorie precostituite. Per fortuna, adesso ho la mia casa di produzione autonoma. Non avrei potuto continuare a dipendere da qualcuno. E comunque è ancora molto difficile. Quando hanno candidato il mio film al Sundance, quasi tutti mi hanno chiesto: e come mai non hanno candidato il film di questo o quest’altro nome dell’establishment cinematografico? Come mai ci sei andata tu?

Ha amici nel mondo del cinema?
I miei amici non sono i miei colleghi di lavoro. Frequento persone che vengono dal mondo del teatro, della moda e dell’arte, donne e uomini divertenti e con indiscusso senso estetico.