martedì 15 marzo 2011

De Rita: "Vi racconto l'Italia senza desideri"


Qui si parla di ardore e desiderio. Si fa l’elogio della vita lenta. Si mette in croce l’indignazione come forma di protesta e si celebra il funerale definitivo dell’opinione. Un simposio di filosofi distaccati dal mondo? No, quella che segue è solo la sintesi di una lunga conversazione con Giuseppe De Rita, un sociologo sui generis nato nel ’32 a Roma, che da cinquant’anni osserva il corpo anomalo del sistema Italia e pubblica i suoi spiazzanti referti sempre un po’ prima che la malattia prenda il definitivo corso. Nell’ultimo rapporto Censis, si legge che il sintomo più grave di quest’Italia febbricitante è il calo del desiderio, inteso come virtù civica. E in un recente intervento sul “Corriere della Sera”, De Rita (che del Censis è il presidente) smonta quel dispositivo psicologico che sta mandando in cancrena il paese: la macchina oscena dell’opinione-spettacolo che dispone sul palco facce urlanti da una parte e tiepidi appelli al razionalismo riformista dall’altra. Tutto senza vita, senza ardore. Senza tempo. Vale allora la pena di prendersi un po’ di tempo per ascoltare questa bella lezione sul tempo visto come strumento di uscita dalla crisi.

De Rita, lei ha richiamato l’attenzione “sullo spettacolo che da mesi va in onda sulla nostra arena pubblica”. Si infiammano gli animi e si nasconde il degrado, l’incapacità di farvi fronte con una nuova cultura di governo. Cosa si cela dietro la pratica dell’indignazione?

Si cela l’impossibilità di fare politica. Questo è un sistema che non permette oggi di far politica. Conseguentemente ad una forte verticalizzazione del potere (che ha sostituito il policentrismo), si assiste ad una mediatizzazione del potere. Se oggi Santoro ha più potere di Sansonetti, è perché ha la disponibilità del mezzo. Se Emma Mercegaglia è la protagonista del dibattito, è perché sa gestire bene la sua figura. Si è detto che la Polverini fosse stata inventata da Floris. Il potere dei media è opinionismo continuato. Non si oppone un fatto ad un altro fatto, ma una opinione all’altra. Se l’opinione non serve a far politica, serve allora solo a contrastare l’opinione altrui. Da una parte ci sono i difensori dell’opinione pubblica indignati contro i puttanieri, dall’altra ci sono i difensori della privacy indignati contro i giacobini....Questa è sola la parte finale di un processo di ibernazione della politica.

Quando è cominciato questo processo di ibernazione?

Direi nel 1992/’93. Potrei dire con Tangentopoli, che io vedo con come l’invasione della magistratura, ma dell’opinione. Basta rivedere i filmati delle aule di tribunale: in prima fila ci sono soltanto i giornalisti con l’aria furibonda. D’improvviso, non era più necessario iscriversi a un partito o fare l’assessore comunale, per incidere politicamente... Oggi fa politica chi va ad un talk show.

La parola indignazione contiene in sé la parola “dignità”. Stefano Rodotà colloca la figura dell’ “homo dignus” dentro la storia costituzionale di questo paese, che avrebbe due fondamenti: la dignità e il lavoro. Ma nell’uso concitato che si sta facendo delle parole “degno” e “indegno” si nascondono probabilmente altri significati e intenzioni, che non hanno a che fare con la sfera dei diritti.

Mi viene in mente Cicerone quando nel “De Senectute” dice “è bello essere vecchi...ci sono quei dieci amici che ti accompagnano fino al Senato e ti fanno sentire degno di partecipare alla cosa pubblica”...Ecco, se uno oggi se un esce e va al Senato a fare un bel discorso, ti accompagnano non gli amici ma le scorte. Allora la dignità da dove viene? Sono gli altri a conferirti dignità. Oggi non è giudicato importante essere degni, ma il farsi da soli. Quello che conta è: mi faccio il quinto telefonino, la terza casa, mi costruisco il mio potere. Quindi io posso autogratificarmi, ma ho bisogno degli altri per sentirmi degno. Perché l’italiano medio non ha mai avuto il senso della dignità di Gheddafi ma solo del suo potere? Il popolo italiano vede in Berlusconi l’uomo che si è fatto da solo, questo gli piace. Neanche il più acceso berlusconiano parla di Berlusconi come uomo degno, ma come uomo ineguagliabile nel vendere e comprare.

Un tempo non era così, ma adesso un istituto di studi socio-economici come il Censis diventa una bussola, un punto di riferimento. Forse perché è un punto fermo in un paese dove si tende a fare “tanto rumore per nulla”...

I rapporti degli anni settanta in realtà erano più importanti, solo che non venivano letti. Siamo stati noi a parlare per primi di “economia sommersa” e di “localismo”. Quest’ultimo rapporto non mi dà la stessa soddisfazione delle diagnosi fatte in quegli anni, ma lo stesso malessere. Dopo aver visto la rassegna stampa (gigantesca) del 2010, ho convocato una riunione straordinaria e ho detto: “Ragazzi, siamo fottuti”. Siamo i soli ormai nella dialettica politica. E quando sei solo, qualcuno ti cecchina.

Lei individua nella mancanza di desiderio il vero buco nero dell’Italia. Non solo la norma, ma anche il desiderio sarebbe in via d’estinzione, in un paese abitato da individui soli, edonisti, euforici, incapaci di relazioni...La cosa sorprendente è la conclusione di questo discorso, il richiamo alla necessità di attivare una “mente immaginale”. Forse ha avuto così tanto successo proprio perché, a differenza di tante analisi fatte usando lingue morte (politichese, burocratese...), si tenta qui un assalto dell’immaginario...

La mia furbizia è stata quella di dire una cosa che tutti sentono. Tutti sentono il crollo della norma, della legge. Non viene più riconosciuta una norma paterna, né religiosa, né sociale. Non solo la legge, ma anche il desiderio è caduto. L’italiano però accetta di più che gli si dica “non c’è più padre”, mentre non accetta che gli si dica “non hai più desideri”...La cosa che manca nel rapporto Censis è la relazione tra le due sfere, perché era più complicata da costruire. Lo psicoanalista Massimo Recalcati dice: la mancanza d’inconscio crea l’uomo malato, e nell’uomo malato arrivano le malattie (anoressia, bulimia, depressione)...questo messaggio è semplice da capire perché parla al singolo che alla fine decide se andare o no in analisi. Ma come sociologo, per me la sintesi è più complicata. Cosa dici allo Stato? Non puoi soltanto elencargli le malattie, Dovresti anche dirgli come curarle. E come fai? Questo limite oggettivo del nostro discorso è stato però anche alla base del suo successo.

Recentemente, mi è capitato di partecipare ad un dibattito sul tema del “desiderio”. Nel corso di tre ore, si è arrivato a parlare di tutto, di lavoro, sessualità, maternità, tranne che di desideri. Il desiderio è il vero tabù di questa società?

Si parlava evidentemente di bisogni. Il bisogno è del corpo sociale, mentre il desiderio è del singolo. E’ importante arrivare però a concepire il desiderio come corpo sociale. Questa è la cosa difficile. Le consiglio di leggere “L’ardore” di Roberto Calasso. C’è una pagina in cui scrive: “Quando la mente comincia a funzionare, lo senti anche fisicamente. Ad un certo punto, il calore diventa sempre più importante e arriva l’ardore!. Calasso parla dei limiti della sociologia e dice che bisogna tornare a parlare ai singoli individui, individui di mente di testa di cuore e di fede.

Lei sta dicendo che la sociologia è in crisi e che bisogna affidarsi alla psicoanalisi del profondo per arrivare a capirci qualcosa?

Se è in crisi la colpa è degli stessi sociologi, che hanno occupato tutte le cattedre universitarie ma non hanno più nessun rapporto con la realtà né con le altre discipline. Un sociologo umile sa di aver bisogno della psicoanalisi, dell’antropologia, dell’economia. Ma non lo fa nessuno. Oggi ha più senso l’antropologia culturale. La sociologia ha tradito la sua vera natura, che è fenomenologica.

La videocrazia non sarà desiderabile ma può essere seduttiva. Perché secondo lei la sinistra non riesce ad immaginare un mondo desiderabile, in cui è bello e piacevole vivere?

Perché l’uomo di sinistra, anche il più moderato, è pur sempre figlio del pensiero rivoluzionario. Bisogna “cambiare le cose”: questo è il suo processo mentale. Bisogna criticare quello che c’è. Li chiamo “i rottamatori”. Si parla solo in termini negativi. Non viene in mente a nessuno di “costruire” assieme ad altri un mondo desiderabile.

Che responsabilità ha in questo senso il mondo culturale italiano?

Sono abbastanza vecchio da aver visto almeno 35 anni di appelli di intellettuali. Il collateralismo è stata una tragedia. In tutta la mia vita io ho firmato un solo appello, quello per la beatificazione di papa Giovanni XXIII.

Cattolico senza dubbi?

Sono stato educato dai gesuiti e rieducato dai rosminiani, ho otto figli e quattordici nipoti.

Carlo Levi parlava del senso di sopravivenza e incolumità dell’italiano medio, resistente alla tentazione del suicidio, al motivo della “fine della vita” che invece aveva attecchito nella letteratura europea. Un carattere che sarebbe stato raccontato dalla commedia all’italiana. Secondo lei, esiste in questo senso un’anomalia italiana?

Si, esiste un tipo di uomo italiano e lo abitano due meccanismi: la paura e la provvidenza. L’italiano medio è convinto che se si chiude una porta si apre un portone. Non si dà mai per perso. Al tempo stesso, l’italiano ha paura del futuro e quindi tende a mettere da parte. Quando non ha più niente, si appella alla provvidenza.

Nell’articolo pubblicato sul “Corriere della Sera”, lei parlava dell’”umiltà del tempo”. Prendersi il tempo giusto per articolare un “pensiero veramente pensato” può essere una risposta all’opinionismo a getto continuo?

C’è un brano di Natoli molto importante in cui si dice che uno dei problemi della nostra cultura è che non ha mai accettato di fare un passo indietro per un periodo di tempo. Non si combattono certi fenomeni stando dentro, bisogna guardarli da fuori. Non credo all’impegno. L’impegno è uno slogan nato nel dopoguerra. Adesso non significa niente.

Si è mai trovato lei a dover fare un passo indietro, ad ammettere di aver sbagliato una diagnosi?

La verità è che io vado molto lento, quindi ho il tempo per riflettere. Non a caso faccio lo stesso mestiere dal dicembre del ’55. Nessuno mi ha mai visto in un talk-show. Non saprei reggere i tempi televisivi. Essendone consapevole, non ci vado. Per il “Corriere” scrivo ogni trenta, quaranta giorni. Mai nessun direttore mi ha chiesto un pezzo. Sanno che ogni tanto ne arriva uno, e mi lasciano in pace.

(Pubblicato su "Gli Altri")

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