lunedì 6 agosto 2012

Fausto Paravidino: "Vi narro lo sterminio della mia famiglia da parte di Dio"

Nel foyer del Teatro Valle Occupato, alla fine di una giornata di laboratorio di drammaturgia che ha per tema la crisi. Ma non la crisi così come viene lanciata per aria come spauracchio e subito dimenticata. No, la crisi profonda, quella da cui non possiamo scappare se non fermandoci a guardarla dritta negli occhi. La crisi di senso. La crisi devastante che convoca a sé la filosofia, l’economia, la teologia, e la cosmogonia del più grande scrittore di teatro di tutti i tempi, William Shakespeare. Nei giorni precedenti, era stato portato sul palcoscenico pure un vescovo che assieme agli aspiranti drammaturghi si era accanito sull’esegesi del Libro di Giobbe. Fausto Paravidino, scrittore di ispirazione pinteriana capace di far ridere e far piangere dentro una struttura ferrea, il trentaseienne drammaturgo pluripremiato e noto non solo all’estero ma (curiosamente) anche in Italia, traduttore attore e regista di teatro e cinema nonché neo-presentatore tv (FIL, Felicicità interna lorda, Rai 3), è ora sprofondato nel divano del foyer di uno dei più antichi teatri d’Italia attorno al quale si combatterà una battaglia importante. Il suo corpo esile sembra risucchiato dalla stoffa, come se si dovesse difendere da qualcosa, mentre la voce quasi stentorea e la concentrazione fulminea dello sguardo su un viso decisamente bello, da eroe romantico, creano dissonanze fertili in questa lunga conversazione che apre stanze su stanze: il teatro, l’autobiografia, la morte, la commedia e la tragedia, la realtà e i suoi carnefici, il ruolo della testa e quello del corpo in questa assurda vita che ci è stata data.

Fausto, cosa può il teatro rispetto al mare nero della crisi?

Noi non possiamo che partire da lì, dall’umanità. Naturalmente per far scorrere l’acqua ci siamo dati dei temi. E questi limiti sono stati dati pensando sempre al pubblico (perché io studio non essendo succube del pubblico, ma amando comunque la clientela). In questo periodo mi interessava la crisi perché è un tema sentito e perché è un tema interessante da sviluppare al Teatro Valle Occupato, che in questo momento pone il teatro al centro della società, mentre gli altri teatri si pongono come primari altri compiti: far bilancio, offrire entertainment.... Qui invece possiamo prendere il tempo.

E stare dentro la ferita.

Si, poter stare dentro la ferita e permettersi il lusso del tempo. Poi volevo occuparmi del Libro di Giobbe. Vorrei invitare anche un teologo.

Quali anticorpi dovrà sviluppare il Teatro Valle Occupato per non lasciarsi spegnere o trasformarsi in un simulacro di teatro stabile “con altre regole”?

Intelligenza e cultura. Ho abbastanza fede in queste due cose. La scommessa del Valle, che è l’unica alternativa che abbiamo trovato allo stato di cose esistente, è la forma assembleare. Non abbiamo inventato l’assemblea ma in questo momento è lo strumento più antitetico rispetto al modo con cui si prendono le decisioni solitamente.

Adesso vivi a Roma?

Vivo un po’ a Roma, un po’ in Piemonte, e un po’ dove mi chiamano a lavorare, spesso all’estero.

Fino a quando hai vissuto a Rocca Grimalda?

Lì ho abitato fino a 18 anni, poi ho fatto un anno di scuola di recitazione allo Stabile di Genova e l’anno dopo sono venuto a Roma.

Quando hai scritto il primo testo teatrale?

Trinciapollo l’ho scritto in quegli anni lì, appena finito il liceo.

Liceo classico?

No, scientifico. Non si vede? Ho la testa piena di scienza! Proprio tanta sapienza, guarda!

Quale è stato il primo impulso che ti ha portato a scrivere?

Finita la scuola, mi sono trovato a settembre per la prima volta senza un futuro, mi ha preso un’angoscia terribile e mi sono messo a tradurre un testo di Shakespeare.

Così piccolo?

Si, non so perché ma so benissimo l’inglese del Seicento. Poi a Londra sono perduto! Poi il destino mi ha portato a lavorare al Royal Court nel 2000, ma negli ultimi anni sono stato chiamato a lavorare più spesso in Germania ed ora in Francia.

E dopo la prima traduzione di Shakespeare cosa è successo?

Contemporaneamente , ho scritto la mia prima commedia, ho scritto un cortometraggio e ho provato a scrivere un romanzo.

Quindi tutto nasce da un sentimento di vuoto.

Un vuoto terribile.

Ma cosa accadeva negli anni della formazione? Ti immagino un po’ come Willhem Meister a creare fin da bambino il suo teatrino di marionette....

Proprio così. Sono andato a scena a tre anni con i burattini e le marionette. Facevo gli spettacolini e invitavo i genitori e i genitori degli amici che erano costretti a fare gli spettacolini con me. Poi alle medie sono entrato nella mia prima compagnia teatrale.

Come leader?

No, per carità. Ero l’ultimo arrivato, il più piccolo.

E i tuoi primi giochi di rappresentazione inclinavano più verso il tragico o verso il comico?

C’era un po’ di tutto. Anche un horror, genere che da adulto non ho più avuto il coraggio di affrontare. C’erano tragedie e anche qualche commedia. Ma mi ricordo che avevo un po’ di soggezione per le commedie perché avevo dei cugini più grandi molto più spiritosi di me.

Beh, la commedia, da quello che ci hanno raccontato un po’ tutti, da Aristotele a Pirandello, alla fine è un genere superiore e pericoloso. E comunque prima bisogna passare dal tragico, dall’abisso.

La commedia nasce come parodia, poi si affranca ma è alla tragedia che guarda.

Immagino che anche tu sia convinto che il teatro sia la forma primaria di conoscenza, cioè che tutti noi conosciamo il mondo per via di rappresentazione....

Non ho alternative. Noi agiamo soltanto per imitazione. E non c’è un secondo fine se on l’imitazione stessa. I bambini non imparano a parlare perché vogliono imparare a parlare ma perché imitano il linguaggio dei genitori. Siamo fondamentalmente delle scimmiette.

Ma anche la volontà forse (come suggeriva Hegel) c’entra qualcosa con il modo con cui ricostruiamo il modo.

La volontà come ricerca di senso, si.

Scrivi tutti i giorni?

Penso tutti i giorni alle storie, ma non ho l’appuntamento. Lavoro in modo caotico.
Come accade che una storia prende il sopravvento sulle altre?

In genere nasce per sbaglio. La scintilla si chiama “scena 1” ed è una idea di rapporto, ma non so mai come andrà da finire. Da quel punto in poi, ascolto i personaggi con molta umiltà. Non è paranormale che i personaggi sappiano meglio di te dove devono andare a parare. Nella mia esperienza sensibile, laica, pratica, è vero.

Quale è la nostra responsabilità di operatori di teatro – scrittori, attori, registi, critici, tutti – nella perdita del rapporto fiduciario tra chi il teatro lo fa e chi il teatro lo fruisce?

Certo che abbiamo una responsabilità. Non sarà mica sempre colpa del Fus che è stato tagliato! Guarda, secondo me è successo questo. Noi abbiamo rotto il patto con lo spettatore rendendo ufficiale l’iconoclastia degli anni Settanta. Chiamando il teatro iconoclasta teatro ufficiale, abbiamo fatto una rivoluzione dall’alto invece che dal basso, perdendo il pubblico borghese. Questa rivoluzione non poteva essere amata dal pubblico.

Come spettatore cosa ti appassiona?

Le commedie messe in scena bene.

Tu hai scritto alcune opere dedicate ai fatti tragici di Genova (da “Genova 01” a “Noccioline”). Cosa pensi delle ultime due sentenze che hanno condannato per un verso alti dirigenti della polizia e per l’altro alcuni esponenti del movimento no global?

Come ogni persona perbene rispetto le decisioni della Magistratura, ma forse va cambiata la legge, perché c’è una sproporzione evidente al senso comune tra le pene severissime alle quali sono stati condannati quattro capri espiatori di un popolo che nel suo insieme è stato massacrato, e le pene tutto sommato amministrative che riguardano alcuni funzionari della polizia, cioè coloro che hanno perpetuato la più grande sospensione dei diritti umani dal dopoguerra ad oggi in un Paese occidentale.

Hai visto “Diaz” di Daniele Vicari?

Sì, l’ho visto, e se devo dire la mia, quel film ha un problema drammaturgico, cioè manca un punto di vista. Il nostro cinema civile racconta le cose sempre da un punto di vista generico, che non è interessante mai per un’opera d’arte, ma non è interessante neanche per un articolo di giornale.

Quali sono stati i momenti di maggiore crisi nella tua vita?

I lutti, ovvero lo sterminio della mia famiglia da parte di Dio. Tra il 2004 e il 2006 sono morti prima mio padre e poi mia madre.

Su tua madre che stava morendo, hai scritto un’opera teatrale tragica e lieve, “Il diario di Maria Pia”...

In realtà era un’opera che stava scrivendo lei. Mia madre (che era medico), in seguito alla malattia, sentiva un terribile vuoto, una depressione, una mancanza totale di senso, ed è stata la sua oncologa a farle capire che lei aveva la possibilità di raccontare quell’esperienza assoluta e unica che è il morire. Poi quando è cominciata l’agonia, ha dovuto smettere. A quel punto io sono stato tutti i giorni per un mese a mezzo accanto a lei nel suo letto d’ospedale, e ho trascritto quello che lei mi andava dicendo sotto forma di intervista.

Questo non è accaduto invece con tuo padre.

Adesso che mi ci fai pensare, mia madre gli aveva chiesto di scrivere ma lui non voleva, non ci credeva, e in ospedale si annoiava tantissimo facendo il condannato a morte che non viene mai chiamato. E’ chiaro che la scrittura è un atto disperato (ma anche insensato) di resistenza. Pone una domanda di senso di fronte al vuoto terribile della mancanza di senso. Adesso che stiamo studiando il Libro di Giobbe, ci stiamo facendo tante domande. La cattiveria di Dio è inspiegabile. Dov’è il senso di questa nostra vita? Nella ricerca di senso, d’accordo. Ma quando stiamo per morire (che è un’esperienza veramente insensata) o quando stiamo soffrendo troppo, dove lo troviamo questo senso?

Sei cristiano?

Non più. Lo sono stato.

Ci sono due superstiti allo sterminio della tua famiglia.

Si, io e mia sorella più piccola, anche lei è ancora in piedi e siamo molto legati. Fa l’ingegnere e vive a Pavia.

Cos’è che ti fa più paura?

La morte. Ma non è l’unica cosa di cui ho paura. Ho paura anche delle persone. Le amo ma mi fanno paura, nel senso che mi mettono soggezione. Quando qualcuno si mette a parlare con me, cerco sempre di calcolare se c’è una via di fuga possibile.

Per un timido, fare il presentatore televisivo deve essere una cosa da pazzi.

Beh, nel caso di “Felicità interna lorda”, mi hanno messo nelle migliori delle condizioni. E poi mi sono inventato un personaggio. Non potrei fare il presentatore come fa Piero Angelo che fa finta di essere se stesso. Qui ho rubato delle cose di “Alfred Hitchcock presenta” sapendo che sarebbe diventato un’altra cosa ancora.

Tra i tuoi ruoli, chi è più ingombrante: il regista l’attore o il drammaturgo?

Il regista è quello che rompe di più le palle.

Ma c’è qualcosa di non intellettuale, di più fisico, che ti piace fare?

Bere! Mi piace anche fare l’amore. Ma quello non è originale. A chi non piace? Però non vorrei che si pensasse che mi piace di più bere che fare l’amore, anzi direi che mi piace di più fare l’amore che bere. E chi se ne frega di essere originali.


(Pubblicato su "Gli Altri")

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