lunedì 12 marzo 2012

Carmelo Bene: la voce bambina


Una volta, e fu l’unica volta, andai a casa di Carmelo Bene, a via Aventina. Lui però non c’era. Stavo facendo una ricerca sul Macbeth che agli inizi degli anni Ottanta C.B. aveva provato e messo in scena al Teatro Ateneo. Ne avevo parlato con Luisa Viglietti, la sua ultima (dolcissima) compagna di vita. E lei, con il sorriso esaltato di chi, con la mente, sta vedendo qualcosa che vede solo lei, mi disse: «se vieni a via Aventina, ti mostro una cosa pazzesca»». Andai il giorno dopo. Erano circa le sette di sera. Febbraio, mi pare. Inverno, di sicuro. Portavo nel corpo una sensazione di scomposta elettricità. Entravo a casa di Carmelo Bene, porcamiseria, quell’essere sovraumano dotato di una voce lisergica che aveva il potere di farmi uscire fuori di me senza che dovessi far uso di sostanze stupefacenti. Io andavo ai suoi concerti ed entravo in trance. E ogni volta pensavo che forse Albinati non l’aveva mai sentito dal vivo Carmelo Bene, altrimenti l’avrebbe messo per forza in quel suo libro fantastico che si intitola Svenimenti dove racconta di estasi ordinarie procurate anche per caso, dopo un’anestesia totale o nel tempo fuori tempo di una meditazione, o negli accessi d’isteria. Trapassatoi. Svenimenti. Svanimenti. Insomma, io con Carmelo Bene che leggeva Leopardi, Holderlin, Majakovskij, mi sentivo così. E poco mi interessava invece del polemista, o meglio dell’effetto che il polemista faceva sulla gente, perché la gente tendeva a prendere sul serio cose che lui recitava, con gran divertimento narcisistico.
Comunque, quella sera entravo con una temperatura irreale addosso, a via Aventina. Entravo nella luminescenza del nero. Il nero di tende nere, coperte nere, divani neri, velluti luccicanti e sete monocromatiche che si diffondevano da un lungo corridoio fin dentro le stanze tappezzate tutte di libri. Una casa partorita dalla mente più febbrile che il teatro italiano ci abbia mai dato, un cervello che per 64 anni ha convissuto nello stesso corpo con altri organi cagionevoli, il cuore i polmoni, tutto: non a caso Bene andava sempre fasciandosi e sfasciandosi, in scena, dove le bende bianche significavano proprio questa sua estrema familiarità con la malattia che fin da bambino l’ha perseguitato (ma lui diceva che era stata la sua fortuna). Diffusa su tutto lo spazio, una musica (classica) inflessibile.
Mentre io mi figuravo la voce di Carmelo che chiamava Luisa nell’intimità domestica, così come un uomo chiama la sua donna, Luisa si china in basso e da un cassetto tira fuori il copione del Macbeth. I versi di Shakespeare attraversati da colori tutti diversi. Ogni stato d’animo corrispondeva a un colore. E ripensai alle prove viste in video, quando Carmelo agitava fazzoletti, lenzuola, vestiti, e diceva che ogni stoffa aveva il suo umore, la sua personalità.
Quello era il tesoro, la partitura policroma di cui avrei potuto fare una copia per il mio lavoro. Ma i doni si portano sempre altri doni. Ed è così che dallo stesso cassetto Luisa Viglietti tira fuori una montagna di quaderni e fogliettini che piccoli spettatori invasati avevano mandato negli anni a Carmelo Bene e dove avevano manifestato tutto il loro ardore attraverso frasi geniali e disegni di un ermetismo bello, assoluto: sensazioni su corpo-bambino dell’effetto della voce di Carmelo-Pinocchio.
Tuttora rimpiango di essermene andata con il mio copione del Macbeth sotto braccio e di aver chiuso la porta dietro di me convinta di aver preso tutto, di aver visto tutto. Avrei dovuto avere il coraggio di chiedere a Luisa qualche minuto ancora per copiare alcune di quelle dichiarazioni d’amore, per appuntarmi nella stanza della memoria in cui vanno a finire le scoperte scientifiche la prova inconfutabile di quello che sospettavo da tempo: l’unico teatro per l’infanzia e l’adolescenza che si possa dare è quello di Carmelo Bene, o di qualcuno come lui, uno che sfidi le tempeste e gli uragani così come faceva lui, tirandoci tutti dentro le tempeste e gli uragani senza protezione.
I bambini — che giustamente Dostoevskij considerava i più perfetti esempi di essere umano — sono pronti a tutti, perché capaci di tutto: capaci di tradire e fare del male, capaci di odiare, capaci di abusare dei padri e delle madri, e naturalmente capaci di sogni grandi e spaventevoli, di infiniti amori e di imprese difficili a dirsi, che ricorderanno forse da vecchi, poco prima di morire.
A questi bambini non si può parlare come dei servi sciocchi, indossando brutti costumi e parrucche ridicole, facendo voci in falsetto che suonano solo come scricchiolii su disco. Il novanta per cento del teatro per l’infanzia e l’adolescenza è una truffa, perché lucra sulla presunta bambineria dei bambini, a cui si rifila un immaginario da bancarella della Befana a piazza Navona.
Carmelo Bene non faceva teatro per l’infanzia, faceva teatro per esseri umani.
Sulla superficie della catena che lo incatenava da adulto ad un banco di scuola, il Pinocchio di Bene faceva suonare uno spettro superbo di variabili umane: le note della perversione, della tortura, del crimine parentale, insieme al dolore precoce, alla pietà, al capriccio infantile.
La voce faceva risuonare ogni cosa della scena e arrivava fino a noi, grandi e bambini, che assistevamo sgomenti, estatici.
In uno di quei quaderni (è tra le poche cose che ricordo), c’era il disegno di una figura bambina con gli occhi azzurri viola e un microfono in mano. Una voce bambina. Come bambina era, per sua stessa ammissione e consapevolezza, la voce di Carmelo Bene, in grado di trasfigurare tutto e di convocare gli assenti, quelli che non ci sono più, i mai nati, assieme a coloro che sono nati tanto tempo fa ma chissà dove vivono: «Bambina è la vita e basta, manca ed è: bionda, occhi azzurri verdi neri o viola...bambina è l’età degli angeli che giocano tra loro....bambina è l’opera d’arte» (Carmelo Bene, La voce di Narciso). Come me, anche i bambini che avevano sentito recitare Carmelo Bene entravano quindi in uno stato simile alla trance. Vedevano cose che non esistevano. Le uniche che abbia senso evocare sul palcoscenico.
(Pubblicato su "Gli Altri")

2 commenti:

lughelughedda ha detto...

Gentilissima Katia,
grazie per questa inquieta e febbricitante testimonianza.
Vorrei chiederle: è mai stato pubblicato il copione del Macbeth con le note di Carmelo? Esiste una qualche edizione che lo contenga?

Grazie.

Rita Frongia

Fabio Pietrantonio ha detto...

Toccante.