domenica 5 dicembre 2010

Lorenzo Pavolini e le sue parole out: fascista, comunista e fascio-comunista


Roma, piazza San Cosimato. Seduti ad un bar, con il sole d’ottobre che tarda a sparire. Con la parola che cerca di rianimare il passato, il cadavere non sepolto della storia. Lorenzo Pavolini ci racconta il suo rapporto con i padri. Mentre, a pochi metri di distanza, la sua bambina si infila in uno scivolo colorato. Eccola, la vita davanti. Nel suo romanzo centrato sul nonno, gerarca fascista, Pavolini ha voluto affidare proprio all’apparizione della figlia le battute finali. Prefigurando un futuro in cui forse la pace sarà più forte della violenza. Di sicuro più interessante. Persino più bella. Non c’è enfasi in questo. Pavolini non sembra uno che si accontenta della prima lettura. Per questo è incapace di sintesi grossolane. Lo si capisce anche dalla nostra conversazione, dal modo in cui cerca le parole, e dallo sguardo obliquo, denso, cristallino, con il quale accompagna le parole che nascono. Con un occhio fruga tra le immagini della storia, con l’altro si accerta che la figlia giochi senza farsi male.

Pavolini, il suo romanzo “Accanto alla tigre” (finalista Premio Strega, 15.000 copie vendute) ci ha ricordato “L’invenzione della solitudine” di Paul Auster. Lì un figlio traffica tra le carte - e i segreti - del padre appena morto. Qui un nipote accerchia il fantasma di un nonno fucilato a piazzale Loreto. Nel libro di Paul Auster, la conciliazione è possibile, nel suo invece non c’è salvezza né esorcismo possibile.

Per me quel libro di Paul Auster è un punto di riferimento. E c’è un modo simile di costruire e di usare i materiali.

Anche nel suo romanzo (dedicato “ai padri”) l’unica relazione possibile è col proprio padre, che appare, non annunciato, solo alla fine, col suo carico di memorie fisiche (i libri, i silenzi).

La drammaturgia del mio libro è nata in corso d’opera e parte in effetti dai segni che mi ha consegnato mio padre. Non è però un libro familiare. Come è un romanzo storico. I personaggi sono apparsi uno ad uno, diciamo che mi sono arrivati.

Per un italiano, la materia del fascismo è ancora incandescente. Specialmente se a trafficare con “questi fantasmi” è uno scrittore di 46 anni dichiaratamente di sinistra.

E’ un tema che mette in campo necessariamente la psicoanalisi di una nazione. E le facili rimozioni hanno a che fare con la difficoltà oggettiva a penetrare la complessità delle colpe e delle scelte che hanno sotteso quel momento della nostra storia. Ogni nazione ha fatto i conti col proprio passato in maniera diversa. La Germania l’ha elaborata come metafisica del male. La Spagna ha aspettato che Franco morisse nel proprio letto. L’Italia è in una situazione ancora diversa. Parlare di scheletri nell’armadio come ho fatto io è, per certi versi, impensabile. Ma alla fine è l’unica strada per provocare un dialogo, e avviare un processo diverso alla storia. Per un verso, rispetto al fascismo, c’è il rischio della banalizzazione. Per l’altro, c’è il pericolo della mitizzazione di alcune figure come quella di mio nonno, Alessandro Pavolini, un intellettuale che ha aderito alla Repubblica di Salò e si è fatto trovare con le armi in mano. Fu fucilato a Piazzale Loreto a soli 42 anni.

Dopo questo viaggio, il cognome Pavolini è per lei più pesante o, paradossalmente, è riuscito a guardarci dentro come se leggesse una storia ancora diversa?

Discutevo qualche giorno fa con alcuni miei colleghi di come in Germania portassero certi cognomi. La nipote di Goering si è fatta sterilizzare. La contemporaneità vorrebbe che le colpe dei padri (tanto meno dei nonni) non ricadessero sui discendenti, quindi non dovremmo essere assediati dal senso di colpa. Al tempo stesso, sopravvive un tratto arcaico nella nostra cultura per cui è difficile astrarsi dalla propria storia. Questo accade anche dentro di me. Confesso che quando ho visto Radio Clandestina di Ascanio Celestini la prima volta, ho provato un forte disagio. Il libro l’ho scritto per rompere quest’imbarazzo. Alla fine, è stata una terapia.

Col suo romanzo, ha infranto grandi e piccoli tabù. Tra i piccoli, ci metterei l’essere entrato a Casa Pound.

Ma non è vero che ci sono entrato.

Non c’è entrato?

No. Io abito all’Esquilino ed è difficile non notare Casa Pound: ha un forte impatto estetico sul quartiere. Avevo deciso di nominare Casa Pound ma di non descrivere niente di preciso. Ma poi, un mio amico, leggendo la prima stesura, mi ha raccomandato: “Non metterti in questa posizione pusillanime, tremebonda. Racconta che ci sei entrato. Entraci”. Così è nata la descrizione di Casa Pound. La cosa incredibile è che, all’uscita del romanzo, ricevo la telefonata di un altro amico che non vedevo da tanto tempo che mi dice: “Io quella sera c’ero e ti ho visto”. Il mio amico, che nel frattempo era diventato di destra, sosteneva di avermi visto in quella serata che sembro descrivere ma che in realtà non è mai esistita.

Cosa ci dovrebbe dire questa storia?

Ci dice il valore simbolico della messa in scena. Si è sempre sostenuto che Indro Montanelli fosse tra i testimone dell’eccidio di piazzale Loreto. Invece non c’era. Ma è come se ci fosse stato. In un certo senso, c’è stato.

Ma lei perché non ha varcato la soglia di Casa Pound?

A stento sono entrato nella libreria “Testa di Ferro” per chiedere un libro su mio nonno. Io ho scritto questo libro vincendo la naturale repulsione che provo per la cultura fascista. Non mi piace perché è magniloquente. Detesto la faccia cattiva. Mi è bastato leggere alcuni materiali per rendermi conto che questo cosiddetto fascismo di terzo millennio è una pura accozzaglia di segni, miti e figure appartenenti a storie diverse. Più studiavo la cultura fascista, e più mi accorgevo che il neo-fascismo è esteticamente violento e intellettualmente confuso. Cosa significa lo stilema della faccia cattiva? La faccia cattiva va bene allo stadio.

I centri sociali di sinistra invece li ha frequentati...

Sì, li ho frequentati a lungo. E, facendo anche un’autocritica, arrivo a dire che i centri sociali di sinistra sono vittima dello stesso infantilismo di cui parlavo prima. Non si può andare in giro oggi con la faccia di Che Guevara. E’ completamente fuori contesto.

Chi può dirsi “fascista” oggi?

Non lo so, veramente non lo so. E’ una di quelle parole che ha assunto nel tempo dei confini talmente slabbrati, da aver perso qualsiasi senso. Io non la uso più. Non sono, per esempio, d’accordo sull’uso del termine “fascista” per definire certe forme di totalitarismo politico e di intolleranza.

Non usa neanche la parola “comunista”?

Non uso neanche quella.

Ha invece conosciuto un “fascio-comunista” a cui ha dedicato intere pagine del suo libro e che poi il destino ha voluto le “soffiasse” pure il premio Strega (curiosamente con un altro libro sul fascismo, “Canale Mussolini”).

Antonio Pennacchi ha avuto una vita piena di contraddizioni che ha affrontato con onestà personale. Nonostante la forma del suo romanzo possa prestarsi ad un discorso di banalizzazione del fascismo, ho grande stima di lui, come uomo e come scrittore.

Deluso per non aver vinto lo Strega?

No, assolutamente. L’ho presa come un’occasione adulta. Con il mio libro precedente, Essere pronto, mi rifiutati di partecipare, contro la spinta della casa editrice (Pequod). Questa volta invece ho detto sì. Ed è stato importante. Era la prima volta che un libro Fandango entrava nella cinquina. E’ stato divertente. Ha significato partecipare al ballo. Naturalmente, poi ci rimani male per i rapporti con le persone: amici che si eclissano, estranei che si avvicinano. Arrivano sempre grandi sorprese. In occasioni come questa, ti confronti con quello “gnommero” che è l’impasto di amicizia, onestà, ipocrisia, ambizione...

Recentemente mi è capitato tra le mani un libro oggi quasi introvabile, “L’uomo spaesato”. Senza tante cortesie, Todorov parla dei vizi, ma anche dei crimini, degli intellettuali. Li accusa di manifestare più simpatia per le tirannie piuttosto che per le democrazie, più per le idee belliche e nichiliste che per i valori del pacifismo. E conclude: “Anche se apprezzo le belle storie, in politica preferisco la pace”...

Il rischio di costituire la base di un certo crimine sociale, gli intellettuali lo corrono sempre. Con le loro astrazioni, sono pericolosi. Quanti scrittori e intellettuali si sono prestati a strumentalizzazioni politiche? Basti pensare il ruolo che l’Accademia Serba ha svolto a Belgrado: inventando l’idea di “popolo celeste”, ha legittimato la violenza serba. Ma in questo momento gli intellettuali mi sembra che abbiamo meno potere dei giornalisti.

A proposito di giornalismo, in una recente intervista dichiarava che la conoscenza non risolve, non cambia le cose, che Michael Moore non ha fermato Bush né Travaglio Berlusconi. Però il problema forse è anche in Moore e in Travaglio, che rappresentano un’idea di opposizione da schieramento bellico. Entrambi sembrano molto poco inclini a ragionare in termini di complessità...


I grandi artisti e i capolavori (mi riferisco a Celine, ad Ezra Pound) alla fine si prestano poco alle possibilità di strumentalizzazioni. Mentre i giornalisti sì. Il fatto è che la società dello spettacolo si basa su figure retoriche che si offrono al mercato della comunicazione, dell’editoria e dei giornali. Sono convinto che Roberto Saviano svolga un ruolo determinante in Italia, ma c’è sempre il rischio di una personalizzazione della sua fama. Questo genera nel pubblico il sospetto che certi personaggi agiscano più per se stessi che per la difesa dei diritti dei più deboli. Sa cosa penso? Che si dovrebbe tornare a forme di collettivismo in cui scompare il leader, il protagonista.

E vede nel nostro scenario politico una figura che possa portare avanti questa istanze?

Non ne vedo. Eccetto Vendola. E mi dispiace quando intorno a me sento commenti di questo tipo: “Ma con lui non si vincerà”. Ecco, il problema è ancora il leaderismo. Non stiamo scegliendo una figura per una sfilata, ma un progetto politico, un’idea di paese. Ma questo ormai è incomprensibile a tutti.

Lei si è occupato a lungo (e ancora continua a farlo per Radio 3) di radiodrammi. A quale Italia parlano queste scritture e queste voci?

E’ un mondo desueto e affascinate che continua ad avere il suo pubblico. C’è un’idea di bellezza che circonda i radiodrammi, anche nelle sue forme sporadiche, occasionali. Da Beckett a Durrenmatt, da Giorgio Manganelli a Carlo D’Amicis e Chiara Valerio, i radiodrammi stimolano un certo tipo di immaginario che ancora sopravvive e aspira a trovare nutrimento.

Cosa trova in quel teatro che tanto cita e frequenta?

Una capacità di azione e di esorcismo della violenza che non è possibile trovare in altri luoghi.

Cosa assicura un racconto alla vita stessa? E cosa le toglie?

Un racconto rende la vita più sopportabile, ma non sempre le assomiglia. Discuto spesso con i giallisti, che usano delle categorie cartesiane. La realtà non è mai così lineare, non ha trame conseguenti. Mi interessa piuttosto lo scarto tra l’esistenza e la sua rappresentazione, che è poi lo spazio di lavoro del miglior teatro e della migliore letteratura.

Quando dice miglior teatro e migliore letteratura che cosa ha in mente?

Mi fermerei ai miei coetanei: i Motus, l’Accademia degli Artefatti. Emma Dante, Arturo Cirillo, Lucia Calamaro, Massimiliano Civica...Penso in assoluto che il teatro consenta uno spazio di libertà più ampio della letteratura...Sono convinto che Michele Mari e Walter Siti siano gli unici due professori di letteratura italiana che possono anche essere considerati i due migliori scrittori del momento. Attraverso “Nuovi Argomenti”, la rivista letteraria di cui sono stato caporedattore, ho potuto anche conoscere e apprezzare anche il lavoro di altri scrittori più giovani. Più in generale, sono interessato ai libri di Nicola Lagioia, Sandro Veronesi, Edoardo Albinati, Emanuele Trevi.

Sta scrivendo un altro romanzo?

Sto scrivendo per la casa editrice della Cgil un libro sulla radio. Parto da certe esperienze radiofoniche (compresi i radiodrammi) e finisco col fare un discorso sul freelancing. In venticinque anni di lavoro, non ho mai avuto un contratto a tempo indeterminato. E come me tanti altri. La dialettica tra lavoratori esterni e interni ci permette di delineare uno spaccato interessante (e di certo preoccupante) di questo paese.

(Pubblicato su "Gli Altri")

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