sabato 20 novembre 2010

Marino Sinibaldi: "In Italia un immaginario razzista sta creando una realtà razzista"


A noi, entrare negli uffici di via Asiago 3, fa una strana impressione. E’ come andare a sfiorare un segreto. Il segreto della voce. Una voce collettiva, spessa e leggera, affidata ad una lingua alta, che da sessant’anni affabula ininterrottamente e non ti lascia mai solo. Radio 3 è un vero e proprio enigma. Come è un enigma la parte di paese che resta incollata giorno e notte a quella voce. Ci piace che resti un mistero. Se la sua formula non verrà svelata, magari Radio 3 camperà altri sessant’anni e ancora di più. E con lei, l’illusione che siamo tutti pezzi unici e non bambolotti da imbonire. E’ da poco finita la riunione di redazione. I giornalisti si sparpagliano nei corridoi con i taccuini in mano e nel volto la certezza che anche stavolta bisognerà sgobbare per far contenti gli ascoltatori. Il direttore resta da solo nella sua ampia stanza. Marino Sinibaldi ha 56 anni e un sorriso che lascia sfumare l’innocenza nell’intelligenza fulminea dello sguardo. Pensi che rimarrà sempre un ragazzo. Forse perché come critico letterario ha dovuto leggere una valanga di libri dovendone anche scrivere di nuovi (i libri mantengono giovani, invecchiano solo chi è già nato vecchio). O per via di “Fahrenheit”, la creatura pantagruelica con cui ha convissuto in un continuo eccesso di vita fino all’anno scorso, quando ha assunto la direzione e ha dovuto accettare il fatto che il figlio era grande abbastanza per passare in altre mani. La giovinezza è l’elemento in cui Sinibaldi sembra trafficare meglio, e coincide con la natura Radio 3.


Il 1 ottobre scorso, seduti in poltrona nella sala A di via Asiago, mentre per i 60 anni di Radio 3 Sandro Lombardi leggeva brani del libretto di Alessandro Striggio e si ascoltavano pezzi dall’Orfeo di Monteverdi e si disquisiva di antropologia e filologia (con in primo piano edizioni preziose di libri antichi, spartiti, cose strane), ci chiedevamo se tutto questo non fosse un segnale di un mondo che non è più, qualcosa che si sono dimenticati di spegnere e che va avanti lo stesso da anni...Anche lei, come direttore di Radio 3, sente di vivere in un tempo parallelo?


Questa è una descrizione entusiasmante e insidiosa di Radio 3. Già come ascoltatore, mi sono sempre sentito attratto dalla dimensione unica, alternativa e non altera, di Radio 3. Perché costituisce un forte elemento di identità, e di piacere. Contemporaneamente, mi darebbe fastidio l’idea che non ci sia altro. Se l’ascoltatore colto degli anni Cinquanta usava Radio 3 più come uno spazio che raccogliesse e soddisfacesse i suoi desideri di cultura, adesso penso all’ascoltatore come ad un bricoleur. Più che un’isola, mi piacerebbe che Radio 3 fosse percepita come una penisola, oppure come un arcipelago.


Restiamo sulla linea di Orfeo, sul filo della voce. Durante le prime dirette di Radio 3 (a cui anche il pubblico partecipa da via Asiago), lei si siede in prima fila ma tende a tenere gli occhi chiusi. Ci racconti cosa succede.

La radio, ma tutti i consumi non elementari, ha a che fare con un desiderio, e questo desiderio ha a che fare con i sensi. E’ un discorso stilnovista. A differenza della fotografia (che implica solo la vista), o della televisione (che implica la vista e l’udito), con la radio hai a disposizione solo l’udito...Si riflette poco sulla posizione originaria dell’ascolto. Io per esempio penso che meno sensi saturi, più liberi l’immaginazione. Se c’è una diagnosi estetica (ed etica) della contemporaneità non può che far riferimento alla vertiginosa mutilazione dell’immaginazione che stiamo progressivamente subendo. L’impossibilità di riuscire a costruire, non dico altri mondi, ma anche più semplicemente altri lavori, altre economie, altri spazi, altri rapporti tra uomini e donne, dipende solo da una difficoltà dell’immaginazione. L’ascolto sicuramente ci aiuta ad immaginare. Un altro processo è la lettura. Per godere pienamente di un libro, devi poterti raffigurare la tua Anna Karenina, i tuoi Buddenbrock. Ha ragione Grossman: l’immaginazione è l’unico strumento che ci permette l’immedesimazione.


E di lottare quindi contro il pensiero unico...

Già. Come dice Panikkar, abbiamo sostituito al Dio unico il mercato unico, il pensiero unico...Io sono un politeista. La bellezza del mondo è la varietà, l’ambiguità, la sua complessità. In questo senso, la radio è bella perché continuamente si sottrae alla tentazione del conformismo. Al contrario, la tv satura i sensi. Però io non penso che sia una cosa schifosa. Ne ha visto tanta.

Ne vede ancora?

Vedo tutte le partite di calcio, i notiziari, Rai Storia. Vedo pure pezzi di film, mai film interi.

Facile trattarla come fosse il demonio, la tv. Difficile dire perché affascina.

Io non sono contrario alle sostanze che inducono ipnosi. La televisione è un tipo di sostanza simile. In certi momenti hai bisogno di staccare le tue sinapsi. E questo è affascinante.

In un bellissimo saggio di Mauro Mancia (il grande analista, neorofisiologo e medico del sonno scomparso nel 2007), che si intitola Sentire le parole, si parla della capacità della voce di creare un transfert attivando la “memoria implicita”. La tesi di fondo è questa: più si va a fondo nell’ascolto della musica delle parole, e più è possibile che accada qualcosa anche fuori di noi, nella relazione con l’altro...

Quando parlavo dell’ascolto, parlavo proprio di questo. Negli anni, ti accorgi che l’elemento dell’”io-tu” è più forte che in televisione. Non dimentichiamo che la radio esisteva in epoche di analfabetismo diffuso. Era un mobile che stava in salotto e che era affidata persino a progettazioni da design. Tutta la famiglia si radunava intorno alla radio. Quest’idea è incompatibile con l’idea della radio di oggi: un piccolo oggetto mobile, ad uso personale. Oggi si è annidata, come smaterializzata. E ha perso grandemente quell’elemento di autorità: “è così perché l’ha detto la radio”. Cosa ha acquistato in cambio? Gli ascoltatori danno prevalentemente una risposta: “Ascolto la radio perché mi tiene compagnia”. Questo mi piace molto perché stiamo parlando di una relazione fraterna.

Una parola chiave che ricorda l’atto di nascita dei Radio 3 e i suoi atti di perseveranza è “differenza”. Come si fa a lavorare sulla differenza in maniera popolare, non spocchiosa?

Il corrispettivo di quella mutilazione dell’immaginario di cui parlavamo prima è una riduzione della differenza linguistica. La massificazione significa questo: che si parla una lingua media, che esclude le testimonianze e le differenze, il troppo alto e il troppo basso. Radio 3 invece parla dei linguaggi, e non una sola lingua. Parla agli individui e non a categorie di persone.

E’ un problema quindi di frequenza sonora.

Sì, come è un problema di vocabolario, di complessità di argomenti e di ricchezza di riferimenti. Noi non possiamo usare una lingua media perché abbiamo a che fare con oggetti che non si chiamano una lingua media. Come possiamo usare una lingua media se dobbiamo parlare della Socìetas Raffaello Sanzio o di Amos Oz? L’unico rischio è che questi linguaggi diventino gerghi. Noi facciamo radio per strappare gli appartenenti alle comunità (le comunità del jazz, del teatro, della letteratura) ai loro gerghi. Faccio un esempio: usare l’espressione “come tutti sanno” è gergale, perché rassicurante. E’ una regola cosa che ho imposto subito: “D’ora in poi nessuno più dice “come tutti sanno”.

Forse al pubblico non va spiegato tutto.

In realtà a me spiegare non dispiace. Le tre parole chiave della conduzione sono: spiegare, raccontare e connettere. Raccontare è imprescindibile perché devi dar conto della ricchezza del mondo o almeno immaginare che il mondo sia tale. Radio 3 esiste soltanto se il mondo è ricco. Se il mondo non è ricco, bastano Radio 1, Radio 2, Radio Deejay....Io penso che ci sia bisogno pure di spiegarlo, il mondo. E credo che la spiegazione alla fine risieda proprio nella facoltà di connettere.. Un’angoscia intellettuale tipica del nostro tempo è la disconnessione del mondo. Di conseguenza, l’intelligenza del nostro tempo sta nella capacità di connettere. Le cose ci stanno. Connettere significa vedere dove stanno. Nell’arte, si chiama contaminazione.

Quale è la sua idea di contemporaneità?

Contemporaneità è un’altra parola chiave: intelligenza, bellezza e contemporaneità. E’ un’idea un po’ mediatica, un po’ etica, un po’ politica. Radio 3 è un’istituzione culturale. La cultura e le culture nei secoli hanno depositato forme di bellezza e di intelligenza. Il problema è che tutto questo finisce se non si è capaci di confrontarsi con la contemporaneità.

Siamo sicuri che la cultura ci aiuti ad allontanare la paura (il sentimento che oggi unisce tutti)?

Oggi la paura è così nitidamente paura della diversità, che l’uso continuo della parola “differenza” che noi facciamo e l’idea stessa che la cultura non può esistere senza differenza, non può che andare verso la direzione di una sconfitta della paura. La musica non esiste senza il fatto che entrano continuamente altri suoni. Di conseguenza, se io amo la musica, non posso aver paura del fatto che nella musica entra qualcosa di straniero. La cultura si crea con l’irruzione del diverso. E’ chiaro che stiamo parlando di uno scontro ad armi impari. Una cosa è dire “è bella la musica tzigana”, altra è capire che la musica tzigana viene creata nel campo nomadi sotto casa.

Questo le genera un sentimento di frustrazione?

Più che di frustrazione, di confusione. Mi rendo conto che la convinzione che la cultura serva a capire l’altro, alla fine è debole.

D’altro canto è difficile intavolare una discussione con il ventre. Viene meglio con la testa.

Il limite è quello della coerenza. Non è vero che se mangi il cibo africano, non puoi fermare nessuno a Lampedusa. E’ un pensiero troppo conseguente, e quindi falso.

Da questo punto di vista, non pensa che ci sia una forte responsabilità di chi la cultura l’ha fatta e poi, egemonizzandola, l’ha chiusa in consorterie, accademie, ghetti? La frattura forse è stata causata anche da certi nostri cattivi maestri...

In parte è così. Ma la cultura di per sé non è mai stata troppo accessibile. Non viene rifiutata perché si presenta in modo chiuso, viene rifiutata e basta. Per questo insisto sulla connessione. Mi piacerebbe far capire che se mangi la cucina africana e cacci via i ristoratori che la fanno, sei sconnesso non solo col mondo di fuori, ma alla fine anche rispetto a te stesso.

Crede che il nostro sia un paese schizofrenico?

Se, per esempio, mi interrogo sulla questione del voto in Italia, non ho una risposta. Forse si va a votare anche in maniera compensativa. Nella realtà, puoi trovarti costretto ad integrare e accogliere, mentre nella tua proiezione immaginaria (il voto elettorale), puoi esprimere un desiderio razzista. E siccome io credo che l’immaginario sia destinato a vincere sulla realtà, sarà la realtà a conformarsi. Rispetto agli schemi classici, tra struttura e sovrastruttura si è operato un rovesciamento. Adesso è l’immaginario che informa la realtà. E l’affermarsi di immaginari razzisti sta generando una realtà razzista anche dove non c’era.

Che esperienza ha rappresentato per lei l’adesione a Lotta Continua?

Ha significato fare politica da ragazzi.

Tutto qui? Non ne è ossessionato, come lo è Erri De Luca....

Col tempo, ciascuno di noi ha rielaborato quell’esperienza in maniera diversa, ed Erri De Luca ne ha fatto una questione estetica.

Sembra che non faccia altro che parlare ancora a loro, ai suoi compagni di allora.

Non è vero. Vende un sacco di copie, quindi parla a tutti.... Per quanto mi riguarda, parliamo di un piccolo pugno d’anni che man mano che cresco (o invecchio) si allontana e si ridimensiona. Naturalmente, siccome ha coinciso un po’ con la giovinezza, come quelli che hanno combattuto insieme in guerra, continuo a sentire dei legami con quei ragazzi di allora.

La radio così come la fate voi è un modo di fare politica?

Politica non lo so, ma certo crea un legame con la collettività. Questa è la ragione per cui la gran parte di coloro che all’inizio hanno fatto politica, hanno poi finito col fare comunicazione. La politica è stata una sorta di talent show, nel senso che ha selezionato qualità, competenze culturali e relazionali. Se fai i comizi a sedici anni di fronte a folle inferocite che ti tirano la roba, poi non hai certo paura a parlare alla radio.

La sua vita è molto cambiata da quando è direttore di Radio 3?

Prima dovevo leggere un libro al giorno. Adesso posso andare a teatro. E questo ha significato apertura d’orizzonti inediti: qualità, corpi, materie sparse sul palco.

Molti sostengono che “Fahrenheit” senza di lei non sia la stessa cosa. Cosa ne dice lei?

Dico che non è vero. Ovviamente quella trasmissione s’era modellata sul mio fisico, però rimane l’unico spazio dove accadono tutte quelle cose. Io la chiamo “bellezza”, ma può essere il mio punto di vista euforico. “Fahrenheit” è un programma che ti fa uscire esausto. Prendi roba, la carichi e la scarichi addosso all’ascoltatore. E’ un lavoro da facchini. Il patto è chiaro: mi apri la porta e ti riempio casa.

Quali giornali legge al mattino?

“La Repubblica”, “Il Corriere della Sera”, “La Stampa” e “L’Unità”. In questo ordine.

Gli autori senza i quali non potrebbe vivere?

Cervantes, Stevenson, Tolstoj, Elsa Morante e Vonnegut.

Viaggia molto?

Solo in casi estremi. Io sono nato in una clinica che è trecento metri da qui e a venti metri da dove (casualmente) abito ora, sono andato a scuola al Mamiani (che è a due passi), come autista di tram mio padre ha lavorato tutta la vita a piazza Bainsizza (dove c’è il deposito dei tram), mia madre vive a un chilometro. Poi vado in onda e parlo di globalizzazione. Assurdo!...Io non ho visto quasi nulla del mondo. Ad un certo punto mia sorella è andata a lavorare in Namibia, che pare sia il posto più bello del mondo: c’è il deserto attaccato al mare, con la foresta dentro... Mia figlia e mia madre, come è naturale, andarono a trovarla. Non mi ricordo neanche che scusa tirai fuori per non accompagnarle!

Magari è solo paura dell’aereo...

Un po’. Beh, in effetti... Domani sono costretto ad andare a Cagliari e si annuncia un temporale. Non ci voglio neanche pensare.

(Pubblicato su "Gli Altri"

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