venerdì 20 agosto 2010

Massimo Bordin, la mia vita a Radio Radicale

Un baracchino colorato, di quelli che stanno vicino alle fiere, accanto alle chiese, nelle piazze segnalate dalle guide. C’è scritto “L’isola della frutta”. Il venditore ambulante se ne sta piantato proprio di fronte al numero 2 di via Principe Amedeo, a pochi passi dalla stazione e dal mercato di piazza Vittorio, nel ventre metamorfico della città, là dove i suoni di lingue incomprensibili di depositano su facce diseguali. Al numero due ci sono l’Hotel Principe e l’Hotel Touring. I turisti entrano ed escono, a gruppi spessi. In un primo momento, pensiamo di aver sbagliato. E invece la redazione di Radio Radicale è proprio qui. Mimetizzata. Complice. Aperta. Trafficata. Come il pezzo di scenografia naturale dentro cui ha trovato, tanti anni fa, la sua forma. Per diciannove anni Massimo Bordin ha messo la sveglia alle cinque e ha attraversato l’alba per arrivare a via Principe Amedeo, sintonizzarsi con il flusso sanguigno della città, raggiungere la sua scrivania leggere i giornali e poi parlare-informare-parlare. Finche in una conversazione domenicale con Pannella qualcosa è andato storto, sono volati via gli insulti. Bordin ha presentato le dimissioni da direttore. Mentre lo attendiamo, arrivano soffuse le voci della radio più affabulante d’Italia - Berlusconi Fini la guerra la pace - senza soluzione di continuità, senza musica. Per chi ascolta da fuori, non c’è musica. Ma per chi ascolta da dentro, alle registrazioni in studio si affianca il nastro sonoro della strada. Quando Bordin arriva nella sua stanza, tutti lo salutano con un “Buongiorno direttore”.

Bordin, è convinto di aver fatto la cosa giusta? Diciannove anni sono diciannove anni....

Diciannove anni sono un anno in meno di venti. Anche per motivi scaramantici, è meglio evitare il ventennio. Mi rendevo conto che più il tempo passava, più subentrava un istinto di routine. Il fatto che io dal 1 agosto non sia più il direttore di Radio Radicale (al mio posto ci sarà Paolo Martini, il caporedattore) non può che giovare alla redazione e a me.


Quale è stata la ragione vera del “divorzio”?

Sono stato accusato di aver avuto un’eccessiva attenzione nei confronti dell’area politica rappresentata da D’Alema. Avevo collaborato con red Tv, la tv satellitare vicina alle sue posizioni. In più, insieme ad un collaboratore della radio che si occupa di Medio Oriente, avevo stabilito un rapporto con la Fondazione dei Progressisti Europei. Ma la verità è un’altra. Ancora prima dei sospetti su questa mia presunta relazione politica con D’Alema (con il quale, peraltro, ho un rapporto che si limita al “buongiorno, buonasera”), Pannella si lamentava della linea editoriale della radio, che secondo lui si disallineava dalla sua linea politica. Cosa che contesto. Chiaramente siamo due persone diverse, ma le mie posizioni non erano così divergenti.

Il padre che divora il figlio. per questa storia, è stato tirato fuori il vecchio mito di Crono.

Fra i luoghi comuni di cui i giornalisti hanno abusato, c’è questa storia di Crono che divora i figli- Tutto nasce dall’intervista che Pannella aveva rilasciato all’Adnkronos. Alla domanda che gli hanno fatto (perché Bordin fa così?) lui ha risposto: forse perché non vuole più essere mangiato dal padre Crono. Al che io mi sono permesso di rispondere indirettamente: tanto non mi mangia.! Manon è questa la storia.

Siete state amici?

Non esattamente. Pannella è il leader del partito al quale sono iscritto ed è il mio editore.

Lui sostiene di non comportarsi come editore.

In parte è vero. In alcuni stati è stato vero. Fondamentalmente, il ruolo di editore di Pannella è stata una garanzia per la radio. Tutte le volte che il partito ha cercato di intervenire sulle scelte della radio, lui ha posto un freno.

E adesso non vi parlate più?

Non si può non parlare con Pannella. Non così tanto come vorrebbe lui, ma bisogna parlarci.

Quali meriti gli riconosce?


La capacità di aver costruito uno strumento politico nel quale molti possono riconoscersi, mantenendone la guida. Dentro il Partito Radicale è passato veramente di tutto.

Nell’attuale scenario politico, quale è il compito del Partito Radicale?

In questo momento della storia, il compito è quello della rivoluzione liberale.

Non è un obiettivo molto diverso da prima...

L’obiettivo resta lo stesso perché l’Italia è una democrazia incompiuta. Detto con parole mie, che Pannella sconfesserebbe, abbiamo il compito di rendere l’Italia un paese sempre più simile ai paesi di democrazia avanzata, in particolare mi riferisco ai paesi anglosassoni e scandinavi. Se siamo in questa condizione retrograda, non è colpa di Berlusconi. Berlusconi è un sintomo. La malattia è precedente.


Cosa farà d’ora in poi?

Resterò qui ad occuparmi della rassegna stampa- E in particolare dello speciale giustizia, che è una cosa che facevo tanti fa.


Quindi continuerà ad alzarsi presto la mattina.

Già.

A che ora si è alzato in tutti questi anni?

La prima sveglia suona alle cinque e un quarto. Ma questo solo nei giorni feriali.

Quante ore dorme ogni notte?

Quattro, cinque. Non riesco mai ad andare a letto presto. La vita politica italiana non ha ritmi europei, ma libanesi. Per cui bisogna sempre dare un’occhiata ai talk show serali.

Come strumento, la radio permette interventi di libertà e denuncia che la tv non può permettersi. Tutte le volte che la ascolto, ho l’impressione di fare qualcosa di vietato....

In quanto ascoltatore, hai la libertà di dare un’immagine alla voce. In questo senso c’è meno controllo. E’ la superiorità dello scritto sull’immagine. E’ il motivo per cui i libri sono sempre più belli dei film ispirati a quei libri.

Da ragazzo, lei ha aderito all’Internazionale Socialista ed è stato trotzkista.

Sono nato politicamente come giovane comunista. Quando è arrivato il Movimento studentesco, ci sono finito dentro. Poi sono entrato al “manifesto”. Nel ’73 ho aderito alla IV Internazionale, perché mi affascinava tutto il dibattito sulla forma-partito.

Quale è stato il senso dell’essere trotzkista?

In poche parole, il trotzkismo è la ripulsa dello stalinismo dentro i binari del comunismo rivoluzionario.

Ma oggi può ancora significare qualcosa?

Besancenot, il “postino” francese che ha avuto un successo stepitoso nell’ultima campagna elettorale francese, era trotzkista, anche se poi il suo partito ha cambiato nome scegliendo di chiamarsi “anticapitalista”, ma le radici sono quelle. Mi rendo conto che dentro quelle formazioni politiche il dibattito politico è veramente criptico, non fanno che cambiare nome, ma non sono fenomeni da sottovalutare.

Si definisce marxista?

Io sono uno di quelli che pensa che il marxismo non vada buttato tutto. Mi sono fatto quest’idea: di Marx va tenuta la sua apologia (che arriva quasi a livelli poetici) del capitalismo. Marx ha studiato la legge del valore in tutte le sue possibili varianti e, preconizzandone la fine, ne è diventato una sorta di apologeta. Come politico, era un disastro (l’unica cosa buona che ha creato è l’Internazionale Socialista). Quello che ci ha lasciato di profondo è la riflessione sul funzionamento della macchina non come manualità ma come intelligenza. Marx ha interpretato il mondo attraverso le macchine e il denaro, e non c’è un modo migliore di interpretare la storia.


Che libri ci sono oggi sul suo comodino?

Libri sul fondamentalismo religioso e sul Medio Oriente. E poi testi di cronaca giudiziaria: la mafia, la trattativa, Ciancimino...

Nessun romanzo?

Sono figlio di una generazione che stoltamente ha privilegiato la saggistica rispetto alla narrativa. Sto cercando di recuperare, ma sono molto indietro. Ho letto tutto Sciascia, Parise e Manganelli. Mi piace molto Hemingway. E ho un’autentica passione per Lo scrivano Bartebly di Melville: lo trovo un libro politico.

“I would prefer not to”, “Preferirei di noi”...(è la frase storica di Bartebly). Può essere letto, in effetti, come un libro sulla disubbidienza.

Si, è un libro sulla disubbidienza e sulla condizione umana. Sostanzialmente, Bartebly è un martire.

Il film di questa stagione che le è piaciuto di più?

Il concerto: riesce a lavorare insieme sulla corda della commozione e dell’ironia. Comunque al cinema in genere non ci vado spontanemente, mi ci porta la mia compagna.

Figli?

Un figlio nato dal precedente matrimonio. Ha 21 anni.

Mi dica che non fa il giornalista

Non ci pensa proprio, Fa lo stewart per la Ryan Air.

Meno male.

Si di figli di giornalisti ce ne sono fin troppi.

Tra tutte le interviste-conversazioni fatte in questi diciannove anni, quale è sta quella che l’ha più sorpresa?

Mi ha sorpreso Gioacchino Genchi, il grande “intercettatore”: soggetto molto diverso da come uno se lo può immaginare. Non la penso come lui, ma ne ho apprezzato l’intelligenza.

In 59 anni, lei non si è mai spostato da Roma. mai nessuna intenzione di vivere altrove?

E’ un posto dove non si vive male. Ho sempre pensato però che la città che si avvicina di più al modello europei sia Milano e non Roma. Spesso vado a Palermo (la mia compagna è d’origine palermitana) e la trovo meravigliosa. Non so se ci vivrei, ma è una città che ti consente di avere un ritmo di vita contemplativo anche se non sei contemplativo di natura.

Ama quindi le città d’acqua.

Sì, anche se poi una cosa è vivere un posto, altro è ricordarlo, o raccontarlo. Il primo film di Martone su Caccioppoli, Morte di un matematico napoletano, era geniale proprio perché non faceva mai vedere il mare di Napoli.

(Pubblicato su "Gli Altri")

1 commento:

Ruggero De Maria ha detto...

Complimenti, splendida intervista!