venerdì 4 giugno 2010

Nicolai Lilin, al di là del bene e del male


Se lo chiami “scrittore migrante”, ti dà del maleducato. Anche se lo chiami “scrittore” e basta, reagisce con un sorriso sarcastico, accompagnato da uno sguardo fulmineo, come di lepre. Il tempo per darti un’occhiata, capire chi sei e soprattutto da che parte stai: “Non sono uno scrittore”. Gli piacciono le armi. Va in chiesa ogni domenica. Tutti vorrebbero che Nicolai Lilin fosse di sinistra, o almeno che (in quanto scrittore appunto) dicesse cose di sinistra, ma lui afferma di non essere né di destra né di sinistra. Però ha una moglie di sinistra che l’aveva pregato di non andare a far visita ai ragazzi di Casa Pound. Lui ci è andato lo stesso. Ha il corpo costellato di tatuaggi e ogni tanto tatua anche gli amici. Di lui si è detto di tutto perché la sua “iconografia” è un depistaggio vivente rispetto alle categorie mentali con cui siamo andati avanti tutta la vita. Dopo aver letto Educazione siberiana, noi credevamo che avesse nostalgia della Transnistria, della comunità degli Urka siberiani di cui Nicolai è un discendente. Invece la patria di Nicolai Lilin è l’Italia: “Questa è casa mia”. Ci è arrivato nel 2003, la vigilia di Natale (“come accoglienza a Malpensa mi hanno rubato tutt’e due le valigie.”) Era venuto a trovare sua madre che si fingeva malata per attirare il figlio a sé. Non è andato più via. Qui si è sposato, qui ha avuto una figlia (che oggi ha tre anni), qui è diventato un caso letterario. Scrive nella nostra lingua, che ha imparato leggendo Dante e parlando con la gente. Il suo secondo libro, Caduta libera, ha lasciato tutti di stucco per la freddezza anatomica con cui racconta la seconda guerra in Cecenia (alla quale Lilin aveva partecipato quando aveva 18 anni, come cecchino in un gruppo d’assalto dell’esercito russo): il sangue, il corpo smembrato, il piacere di uccidere, l’indifferenza, e l’impressione che la guerra sia più viva della vita in tempo di pace.
A Cuneo conduce un’esistenza ritirata a molti incomprensibile, dicendo cose che fanno tremare i polsi al suo editore (Einaudi): ogni volta che parla di Dio, patria e famiglia.
Lo abbiamo incontrato alla fine di un ciclo di incontri dal titolo “Itagliani, seminari creoli” organizzato dall’Assessorato alla Politiche Culturali della Provincia di Roma (a cui hanno partecipato l’assessore Cecilia D’Elia, la giornalista Luciana Sica e la professoressa Nora Moll). Con lo stato d’animo di chi non sta proprio andando a fare una passeggiata. Come se dovessimo vincere una battaglia. O quanto meno tentare di non perderla.

Dunque lei, Nicolai, non è uno scrittore…

Siamo onesti…Io sono un ragazzo di trent’anni che non ha nessun titolo. In Russia ho fatto tre classi di studio e poi il militare. Qui in Italia ho avuto fortuna. Leggo e basta. Non so nulla.

Cosa legge?

Bulgakov. Quando mio zio è andato in galera, sono andato a casa sua che era piena di libri. In realtà cercavo libri di storia, invece ho incontrato i romanzi di Bulgakov. In una notte ho letto Il maestro e Margherita…avevo dieci anni. Ecco, da allora ogni anno rileggo ritualmente tutte le opere di Bulgakov. Da quattro anni le rileggo in italiano. E’ un modo per conoscere le sfumature e il pensiero che c’è dietro la lingua italiana. Sono anche un appassionato di Dante Alighieri. Quando ho mal di testa, metto sù un disco d’opera lirica (in genere il Don Giovanni o Il barbiere di Siviglia) poi smonto le armi e mi metto sulla poltrona a leggere Dante .

Perché le piacciono così tanto le armi? Non le ricordano la guerra?

L’arma è un meccanismo perfetto che non ha creato il diavolo, ma l’uomo. Tutto dipende dall’uso che se ne fa. Se ne fai un uso disonesto, allora l’arma diventa pesante, insopportabile. Comunque, ci sono più casi di uomini sbranati dai propri cani che di gente uccisa dalle armi.

Nei suoi libri ci sono molti riferimenti, anche paradossali, agli animali: per esempio ai topi di fogna allevati dai soldati.

Amo molto gli animali. A casa ho tre gatti.

Mi sembra che lei tenda a dividere il mondo tra onesti e disonesti.

E’ ovvio.

Non è ovvio per tutti. Ognuno di noi ha il proprio vocabolario, e nel suo ricorre il contrasto tra onestà e disonestà…

Io rispetto solo le persone oneste. Se poi queste persone sono etero, gay, donne, uomini, fascisti, comunisti, non importa. La cosa che conta è che abbiano rispetto di se stessi e degli altri.

Quando Roberto Saviano scrisse quel celebre articolo di “battesimo” su Educazione siberiana, ci invitava come lettori a sospendere le normali categorie di bene e di male, i sentimenti così come siamo abituati a concepirli. Ed è in questo modo che io ho letto i suoi due romanzi. Cosa significato dà lei alle categorie di bene e male?

Io non credo che esistano il bene e il male: sono stati inventati per spaventare la gente. Come esseri umani abbiamo tutti i sentimenti dentro di noi e scegliamo ogni volta la possibilità del bene e del male. Anche il nazista più efferato magari prima di compiere un’atrocità ha accarezzato un bambino o fatto l’amore. Noi uomini siamo gli animali più pericolosi della terra, perché siamo dotati d’intelligenza. Così come siamo capaci di azioni violente, così sappiamo creare un’opera di grande bellezza.

Cito una frase da Caduta libera: “Ogni uomo porta dentro di sé dio e il diavolo.. In certe situazioni è giusto che uno prenda il sopravvento sull’altro: solo così l’uomo può sopravvivere”…

E’ proprio così.

Restando in terra russa, la domanda etica sul bene e sul male è sempre stata una questione dostoevskijana…

Già. Questo perché Dostoevskij raccontava la vita reale.I suoi personaggi erano veri.

Curiosamente, Caduta libera non è stato affrontato come un caso narrativo, ma come un manuale di psicopatologia della guerra.

Invece è un oggetto narrativo. Non credo di avere il diritto di raccontare la vita delle persone. E non scrivo autobiografie. Perché non sono né il Papa né Madre Teresa di Calcutta. E neanche il direttore della Mondadori. I miei sono romanzi che partono da storie vissute. Proprio per questo, non vanno trattati con leggerezza. All’interno di queste pagine vivono anche mio nonno e tante persone che non ci sono più. Io non posso raccontare la guerra in modo giornalistico, proprio perché l’ho vissuta. Sarebbe disonesto da parte mia.

Come è arrivato in Italia?

Non avrei mai pensato di arrivare in Italia, anche perché nella mia fantasia l’Italia era un paese d’arte e bellezza, ed io che ero sporco e ignorante non avrei mai potuto viverci…Ci sono arrivato nel 2003, per raggiungere mia madre che, come tutte le madri russe (e come ogni madre meridionale) si era inventata una malattia solo per vedermi. A quel punto ho capito che questa sarebbe stata la mia terra. Ho costruito la mia casa mattone per mattone. Mi sono sposato. Ho fatto una figlia. Sono cittadino italiano. Se scoppia una guerra, andò a morire per questo paese. E’ l’unico posto in cui mi sento a casa. Credo che l’Italia e gli italiani mi abbiano dato quello che non mi aveva mai dato nessuno finora, nemmeno la mia famiglia.

Come è entrato nei meandri della lingua italiana?

Non ho mai studiato la grammatica. Ho imparato l‘italiano leggendo libri, ascoltando la musica, parlando con la gente.

Ma lei scrive e pubblica nella nostra lingua.

Ho un editor che lavora sulla correzione grammaticale. Vede, io racconto le storie come se la raccontassi ad un mio caro amico. Le scrivo senza fermarmi, senza rispettare le strutture sintattiche e grammaticali (non ho mai frequentato non solo la scuola, ma neanche la scuola Holden, che fra l’altro continua a snobbarmi). Quando ho finito di scrivere la storia che ho in mente, non rileggo neanche una pagina e spedisco tutto in casa editrice.

E’ vero che vive sotto minaccia? E da parte di chi?

Io vivo una vita abbastanza tranquilla rispetto a molte altre, ma ho il sostegno dell’esercito e dei carabinieri. Giro con la mia pistola . E a casa ho delle armi. Ma non è vero, come hanno scritto, che dormo con la pistola. Io dormo con mia figlia. Preferisco comunque non approfondire la questione.

Quale è oggi il suo rapporto con Saviano?

Io devo molto a Roberto Saviano, ha fatto moltissimo per me. L’ho anche invitato diverse volte a casa mia: ci eravamo già messi d’accordo rispetto alle questioni della sicurezza e tutto…Ma poi lui ha detto che preferiva non mettere in pericolo la mia famiglia. Io non libro come Gomorra non l’avrei mai saputo scrivere, perché non ho quel coraggio. Per questo sono fuggito dalla Russia. Non volevo affrontare situazioni di estremo pericolo. Mio nonno diceva sempre: “Quando Dio ti ha avvisato tre volte, non insistere”.

Cosa ha significato per lei uccidere in guerra? Cosa è cambiato in quel momento nella sua vita?

La guerra è una brutta bestia, ed è una cosa stupida. Ma quando il pericolo è reale, non bisogna tirarsi indietro. Io ho un’associazione sportiva formata da ex militari, dove incontriamo le famiglie dei nostri caduti. Ecco chi non ha un caduto in guerra certe cose non le può capire. In guerra o si uccide o si è uccisi.

In Caduta libera lei racconta ad un certo punto il “brivido della morte che coccola”, qualcosa a metà tra una indescrivibile gioia e la pazzia dell’assassino…

Sono delle sensazioni che non sono paragonabili a nient’altro, come dice il protagonista.

Crede in Dio?

Sì, sono un cattolico credente.

E va a messa la domenica?

Sì, vado a messa.

Ma non si considera un pacifista.

Non sono un pacifista, ma ho un’idea precisa della pace. Credo che la pace sia la comunicazione. Il vero pacifismo si nasconde nella capacità di comunicare e di scambiarsi le cose importanti per vivere.

Scatenando un certo clamore (silenzioso), lei è andato di recente a fare una visita a Casa Pound. Che impressione ne ha ricavato?

Sono stato molto criticato per questo mio gesto, sia dal mio editore che da mia moglie….Io cerco sempre di capire l’altro. Mi considero apolitico (semplicemente perché in quanto scrittore non reputo di dovermi occupare di politica), ma naturalmente ho le mie idee sull’Italia e la politica. Non riesco a capire perché qualcuno mi abbia dato del fascista. Sono andato dieci volte in centri sociali, nove volte erano centri sociali di sinistra e nessuno ha detto niente. L’ultima volta sono andato a Casa Pound e la cosa è stata giudicata scandalosa…Ho ascoltato i loro discorsi e mi è sembrato che esprimessero bisogni simili a quelli di tanti ragazzi di sinistra.

Legge un libro alla volta o tanti contemporaneamente?

Io ho un libro sul comodino, uno accanto alla vasca da bagno, un altro nello zaino. Assieme a Bulgakov (adesso è il turno di Cuore di cane), sto leggendo un fumetto inglese e Il bisogno di patria di Walter Barberis. Consiglio questo libro a tutti, è molto bello. Racconta quello che siamo, il rapporto con la nostra terra e la nostra identità.

Quale è la sua idea della felicità?

La felicità è nel momento che vivi. Più che nella felicità, credo nella possibilità di vivere serenamente, senza distruggere la natura e rinunciando ai consumi inutili.

Ha paura della morte?

Ho visto la morte due volte. Una volta mi hanno sparato al cuore, e un’altra volta mi hanno fatto saltare il blindato in cui mi trovavo. Quello che mi preoccupa è il futuro, sì il futuro di mia figlia, ma non ho paura della morte. In guerra mi facevano più paura i vivi che i morti.

(Pubblicato su "Gli Altri" il 5/06/2010)

3 commenti:

Ermanno ha detto...

complimenti per l'articolo, molto interessante anche se l'ho letto solo ora :) ciao e complimenti!

Roberto Scarfone ha detto...

eccellente intervista. Finalmente trovo un articolo su Lilin. Non a caso lo trovo su un blog. Il tempo delle corazzate 'Time' 'Panorama', è finito. Ora bisogna guardare in Internet.

awdawd ha detto...

terima kasih infonya
sangat menarik dan bermamfaat..