sabato 22 maggio 2010

Ninni Bruschetta: "Faccio politica con Boris"


Una antica leggenda racconta di un soldato saraceno che, convinto di vedere i propri nemici sulla riva, per salvarsi, si tuffò in mare. Fu così che il mare lo inghiottì. Il nemico in realtà era molto lontano, ma a lui “sembrò” che fosse proprio dietro di lui. A Messina, si vedono cose che non esistono, e quelle che esistono si fa fatica a farle vedere. Sono strani fenomeni di rifrazioni: naturali e innaturali. E’ così che inizia la nostra conversazione con Ninni Bruschetta, regista e attore siciliano: “Nel 2008, avevo scritto per “il manifesto” un articolo sui cento anni del terremoto a Messina, che intitolai “Fata Morgana”: parlava proprio di questi strani flussi di venti, che possono donare alla città una particolare luce ma che arrivano anche a metterla severamente in pericolo”. Una particolare luce, una particolare sensazione di pericolo. Bruschetta le ha trascinate con sé, anche ora che vive a Roma e che la televisione assorbe gran parte della sua creatività. La luce la trattiene sempre a teatro (come metteur en scene), il pericolo lo porta in tv (come attore). Il coraggio transita dall’una all’altra sponda, con leggerezza, e vigore.

L’ultimo suo spettacolo teatrale, Lavori in corso (che ha debuttato a Messina e andrà in tournèe la prossima stagione) affronta la questione spinosa, drammatica, e per certi versi persino comica, del ponte sullo Stretto. Ponte sì o ponte no?

Lo spettacolo è fortemente ironico, anche se tragico. La paura più grande è che senza la mafia il ponte non si possa fare. Ma con la mafia non si farà mai. Tutti lo sanno che non serve a nulla.

Uno dei protagonisti di Lavori in corsi è un operaio. Un punto di vista inusuale…

Nei testi contemporanei i personaggi appartengono sempre a mondi altolocati. Se li leggesse Shakespeare, si suiciderebbe, o ammazzerebbe gli autori…

Ancora una volta una collaborazione con Claudio Fava. Cosa vi affratella?

Abbiamo collaborato insieme varie volte. Devo dire che Il mio nome è Caino è uno dei libri più belli e dolorosi che mi sia capitato tra le mani. Ricordo di averlo letto in treno, sulla linea Salerno-Reggio Calabria. Quel giorno una donna si buttò dal treno (non il nostro) e naturalmente ci fermammo. Quando riprendemmo a viaggiare, dal finestrino vidi le scarpe della donna. La ritualità, la quotidianità dell’orrore erano tutte in quel paio di scarpe. Il dolore scatenato dalla lettura del libro e il suicidio fecero da eco l’uno all’altro…Figlio di un uomo ucciso dalla mafia, Claudio ha scritto un libro usando il punto di vista di quelli che il padre Giuseppe chiamava “gli uccisori”...Pazzesco. Questo è Claudio Fava.

Lavori in corso ha avuto come pubblico un’intera città. Questo vuol dire che quando si usano parole chiare e dense c’è tanta gente pronta ad ascoltarle…

In Italia non si vuole capire che il problema – non solo della politica, ma del sistema – è l’autoreferenzialità. Per questo stiamo fermi. A Messina lo stretto non lo vuole nessuno. Solo i bigotti, preoccupati esclusivamente di se stessi, lo vogliono.

Tornando a Shakespeare (che lei ha frequentato spesso come regista), di fronte alle espressioni del brutto, forse non si suiciderebbe, semmai ucciderebbe gli autori…Non era uno che amava fare la vittima.

No, Shakespeare non aveva tempo per fare la vittima. Lui cercava la perfezione. Io sono fortemente convinto che quella perfezione drammaturgica dipendesse dalle sue conoscenze metafisiche. Shakespeare aveva due qualità uniche che il teatro (e in particolare quello italiano) ha abbandonato: tutte le sue storie partono da fatti reali, da storie vere, ed hanno una costruzione magnifica. Nel nostro paese la percentuale di autori italiani rappresentati è bassissima, e si tende a dare spazio ad elucubrazioni inutili. Io vorrei sapere perché la mia vicina di casa dovrebbe uscire per andare a vedere un testo minore del Seicento…

Lei ha diretto lo Stabile di Messina dal 1996 a 1999. Che esperienza è stata?

Dirigere lo stabile della tua città a soli trentaquattro anni è un fatto importante, che ti àncora fortemente alla tua terra e ai suoi bisogni. Comunque, la situazione negli anni è peggiorata. A parte qualche rara eccezione, gli stabili sono ridotti a stipendifici.

E’ vero che persiste a tifare per il Messina, la squadra che non c’è più?

E già…Persino la storia della squadra di calcio (che è fallita) racconta la storia di ascesa e caduta della mia città.

Come attore di cinema e di fiction, trova sempre il modo di parlare della sua terra e della mafia. O perlomeno sono ruoli che le propongono spesso. Non pensa che in qualche caso le fiction banalizzino il fenomeno mafioso, rendendolo “tollerabile”?

Per me, più se ne parla e meglio è. Sia che ne parli Camilleri, sia che ne parlino gli autori di fiction. Prendiamo due esempi: Il Capo dei Capi e Squadra Antimafia – Palermo oggi. Il primo (dove non ho lavorato) è uno straordinario affresco storico della mafia corleonese. In sé, è un’operazione che ha valore politico. Mentre Squadra Antimafia, che è un’opera di “genere” (a proposito, il mio personaggio è stato appena ucciso), è nata subito l’instant movie su Provenzano. Raccontare una cosa subito può essere utile. Sono convinto che se adesso si facesse un film tv sulla morte di Stefano Cucchi, potrebbe essere molto importante. Poi c’è da dire un’altra verità: in Italia al cinema non c’è lavoro. Nessuno lo dice, ma il cinema è morto.

Quale è il suo giudizio su Camilleri e la sua rappresentazione della mafia?

Il mondo di Camilleri non mi attrae, però capisco la necessità dello scrittore. I suoi non sono libri di mafia, ma ovviamente ne parla. Fondamentalmente, Camilleri descrive il fenomeno mafioso come un fenomeno siciliano. Io invece penso che la mafia sia una cosa a cui i siciliani hanno dato un nome, mentre gli altri non l’hanno ancora trovato. Basta farsi un giro nei paesi dell’Est per capire che la mafia con la coppola non esiste.

Le ho spesso sentito parlare della “sacralità” della recitazione a teatro…

Vede, io non ho voluto fare l’attore di teatro perché ero privo di quella componente sacerdotale. In scena, non ho quel tipo di controllo di me stesso.

In chi vede invece quell’aura sacerdotale?

In mia figlia Anna che ha dodici anni. La sua insegnante di drama (studia in una scuola inglese) deve aver intuito in lei quel “controllo naturale” da farla recitare in un liceo. Pur essendo poco più di una bambina, è capace di stare perfettamente immobile in scena. Ricordo che quando ci provavo io, mi tremavano le gambe.

E a parte sua figlia Anna, quali altri attori posseggono questa sacralità, un controllo assoluto dello spazio teatrale?

Totò Onnis è un attore poco conosciuto ma meraviglioso: porta in scena una grandezza spirituale. Un’altra attrice che è capace di abbandono nel rito teatrale è Anna Maria Guarnieri. Quando l’ho diretta in Medea di Franz Grillparzer, non potevo fare altro che ammirarla.

Come attore, sta per girare il film di Boris (ndr, nella serie tv interpreta il ruolo del direttore della fotografia). Cosa ha significato per lei trovarsi a muoverli a dentro, i fili di questa straordinaria macchina inventiva?

Boris è una brillante operazione politica e una straordinaria esperienza linguistica. Per usare le parole di Godard, “io non ho fatto cinema politico, ma ho sempre fatto cinema politicamente”. Boris è un modo per esserci politicamente in questo paese. E’ la più seria critica fatta alla nazione attraverso un racconto televisivo. I tre sceneggiatori di “Boris” – Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Ventruscolo - sono i veri eredi della grande commedia all’italiana.


Lei non pensa che in questo paese si respiri un clima di censura? Mi riferisco al commento di Berlusconi su Gomorra e al rifiuto di Bondi di andare a Cannes assieme a Draquila, giudicato un film di propaganda antiberlusconiana.

Io sono convinto che quella battuta a Berlusconi sia scappata:

Gli è scappato di dire che il libro di Saviano fa da supporto promozionale alla mafia?


Sì, gli è scappato…. Io sono sempre stato di sinistra e vorrei a questo proposito lanciare un appello alle italiane e agli italiani: sono appena stato a Lecce e non ho dubbi: la nuova sinistra in Italia deve ripartire da Nicki Vendola! Detto questo, non bisogna per forza essere “contro”. Berlusconi ha dimostrato in varie occasioni di apprezzare il libro di Saviano. La frase che ha pronunciato non significa nulla. E poi devo dire anche un’altra cosa: le fiction per cui lavoro ultimamente sono tutte firmate Mediaset. All’interno delle aziende Mediaset, che sono gigantesche, si respira una certa libertà. E’ un antico assioma marxista: si accentra la ricchezza nelle mani di pochi, poi le aziende diventano talmente grandi e autonome che i capitalisti non contano più nulla e si fanno spazio principi rivoluzionari…. Per quanto riguarda Bondi, secondo me aveva paura di prendere l’aereo.

Bondi non è andato a Cannes perché aveva paura di prendere l’aereo?

Sì, l’ho sentito dire da un giornalista e mi sembra una cosa verosimile. Io so cosa vuol dire aver paura dell’aereo, non l’ho mai superata. Però lo prendo lo stesso.

Nel corso di una conferenza, ha dichiarato che la vera malattia è la vanità, la mancanza di umiltà, che ha contagiato tutto il mondo del cinema. Lei si considera umile?

Se mi ritenessi umile, non lo sarei. Se si fa un mestiere come il mio, si è continuamente sottoposti all’aggressione della propria vanità. Fondamentalmente, si cerca di controllarla. E non è semplice. Però devo dire che negli anni sono riuscito a correggere abbastanza la mia inclinazione naturale. Prima mi osservavo molto di meno, parlavo molto per esempio… Ora invece credo di aver sviluppato una discreta capacità di ascolto. E non si può fare l’attore né il regista se non si conquista questa qualità. Il pubblico se ne accorge subito, se ce l’hai o non ce l’hai.

(Pubblicato su "Gli Altri" il il 21 maggio)

venerdì 14 maggio 2010

Finalmente una buona notizia: il ministro Bondi non va al festival di Cannes


Finalmente una buona notizia: il ministro Bondi non andrà al Festival di Cannes a rappresentare l’Italia. Niente cerimonie ufficiali, nessuna dichiarazione retorica, nessuna cela di gala. L’Italia in cravatta, guardie del corpo e vocine robotiche, latita una delle più importanti occasioni mondane. Questo perché il film di Sabina Guzzanti ha provocato un eccesso di bile nell’anatomia imperfetta del ministro della cultura, rivelando, in fondo, una falla all’interno del sistema di potere. Invece di dare il suo pericoloso consenso, Bondi si è fatto altare la giugulare e ha gridato ai quattro venti: “Esprimo rincrescimento e sconcerto per la partecipazione di una pellicola di propaganda, che offende la verità e il popolo italiano”.
A questo punto c’è soltanto da sperare che il ministro non torni sui propri passi. Se, come ha minacciato, non passeggerà con aria soddisfatta e complice sui tappeti rossi della Croisette (dal 12 al 23 maggio), vuol dire che le opere hanno qualche speranza di farcela da sole.
In mancanza di una “rappresentanza”, il cinema può per una volta lasciare a se stesso la possibilità di “rappresentarsi” e soprattutto di mandare avanti la propria “rappresentazione” della realtà. Il che vuol dire che Sabina Guzzanti, con il suo Draquila, potrà godere del privilegio non solo di essere “fuori concorso” ma anche “fuori” dalla benedizione di questo governo. Non c’è una situazione migliore per conservare la propria indipendenza intellettuale e morale. Per non parlare della pubblicità involontaria che il ministro, nella sua cecità di censore (i censori del mondo non hanno mai brillato per intelligenza strategica), sta regalando all’ “affair Draquilia”, per cui sono stati riesumati Ultimo Tango a Parigi di Bertolucci, Il Decameron di Pasolini, Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco, per citare soltanto alcuni dei celebri casi di film censurati in Italia. In questo caso non è stato apposto nessun bollino proibitivo né è stato fatto nessun taglio da arte di una commissione che vigila sul senso del pudore e sulla errata o legittima rappresentazione del nostro paese del mondo. Ma il clima che si respira oggi in Italia ci riporta a certi periodi e certi esempi della storia che non hanno brillato per democrazia. I colleghi di Sabina Guzzanti, da Salvatores a Virzì, gridano allo scandalo, Monicelli rievoca il monito andreottiano “i panni sporchi si lavano a casa propria”. E’ lo stesso monito che ha mosso il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel momento in cui (dimenticando che il libro è edito da Mondadori), ha attaccato Gomorra di Saviano: “La mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo, ma guarda caso è quella più conosciuta, perchè c'è stato un supporto promozionale che l'ha portata ad essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro paese”.
Questa volta, l’oggetto del discorso non è la camorra, ma lo stesso Silvio Berlusconi. Il documentario di Sabina Guzzanti ricostruisce, attraverso una inattaccabile documentazione, il clima di intimidazione, violenza e manipolazione che ha segnato i mesi seguenti al terremoto in Abruzzo. Il disegno che ne emerge è di una chiarezza esemplare, e dobbiamo ammirare il coraggio di questa donna che con ostinazione si è messa a trafficare tra le carte, interrogare i cittadini dell’Aquila, interpellare magistrati, ex funzionari della Protezione Civile, sindacalisti, per ricostruire alla fine un puzzle angosciante dello stato delle cose. “Ma è una dittatura!” ha esclamato una signora alla fine della proiezione del film in un cinema romano. Come va chiamata in effetti se non dittatura quella mostruosa alleanza tra affari, edilizia e occupazione militare di una città?
Il documentario di Sabina Guzzanti ha molti pregi e un unico grande difetto: non c’è bisogno che l’intervistatrice dica “è spaventoso” commentando le parole o le immagini che va raccogliendo. La cosa in sé è già abbastanza orrenda. Si racconta da sola.
Al tempo stesso, è anche vero che la notorietà di Guzzanti la obbliga in qualche modo a stare in campo, ad accompagnare la sua opera “in presenza” e “in voce”. Al di là della sua qualità estetica, il film è un ibrido, interessante, stringente, un veicolo di conoscenza e d’informazione.
Che Draquila, allora, se ne vada a Cannes senza padrini che benedicono e assolvono ad ogni loro passaggio, è un buon risultato, un fatto da considerare con attenzione.
Per due ragioni. La prima è stata già detta: l’opera prende l’aereo da sola e da sola si sottomette al giudizio del pubblico.
La seconda riguarda la natura imperfetta di questa nostra supposta dittatura. Il potere oggi è più sofisticato di un tempo: non lavora sulla censura, ma sul consenso. E’ un organismo capace di trasformare tutto in merce e di assorbire nella lucente macchina propagandistica anche i dissidenti, di anestetizzarli e lucidarli a nuovo.
La rabbia di Berlusconi nei confronti di Gomorra, l’indignazione di Bondi contro Draquila, vanno letti come sintomi di un impero in disfacimento, come gesti di vistosa debolezza che non può che giovare a chi in Italia esercita la critica.
Questo privilegio va considerato però in seno relativo, e non assoluto. E qui ritorna in ballo l’arte.
Sabina Guzzanti ha fatto il suo lavoro e si è assunta una responsabilità collettiva. La sua opera va protetta difesa e applaudita, perché fa informazione sul presente e ci aiuta a leggere i meccanismi occulti e marci del potere. Qui, ora, subito.
L’arte invece ha percorsi differenti, più lenti. Nella dialettica tra memoria e dimenticanza, gioca una parte delicata, ambigua. E sarà il tempo a fare da unico vero giudice dell’opera d’arte.
Per questo, l’artista non andrebbe issato sul trono, ma lasciato in pace, a lavorare nell’ombra. “Io sono stato assistito fin troppo – diceva Carmelo bene in una storica puntata del “Maurizio Costanzo Show” – Io chiedo ora di essere trascurato, chiedo l’oblio di me. Già sono sfuggito alle apprensioni di mia madre…voglio sfuggire ora alle apprensioni dello Stato e degli altri”.

(Pubblicato sul settimanale "Gli Altri")

domenica 9 maggio 2010

Ida Dominijanni, la "cattiva" ragazza del manifesto


E’ una donna minuta, elegante, apparentemente distaccata. I suoi occhi si aprono gradualmente, una volta che hanno pescato al fondo le parole. Anche il volto si schiude solo alla fine, dopo un lungo silenzioso match tra se stessa, l’interlocutore e lo spazio intorno. A rifletterci bene, è giusto che sia così. Perché due estranee dovrebbero fare simpatiche chiacchiere senza importanza? Per Ida Dominijanni tutto ha importanza, anche una semplice ìntervista. Giornalista storica del “manifesto”, opinionista politica, figura guida del femminismo, questa signora delicata e ferma non è una che fa “conversazione”. Con lei anche un’ora di dialogo può assumere il valore di un’esperienza. Convinta della capacità d’azione delle parola (come la sua “maestra” Hannah Arendt), Ida ama instaurare un regime particolare del discorso, dove l’acqua scorre spessa e lenta, e il suono esce pulito. Questo significa “pensare”. Nel suo caso, ha significato, di conseguenza, produrre continuamente idee, scriverle, comunicarle. Però una fase sembra esaurita: “Questo mestiere è malato”. Brutto bruttissimo sintomo, che ha a che fare con il corpo ammalato, solo apparentemente florido, di questa nostra società dello spettacolo, che negli ultimi anni ha mangiato tutto, informazione compresa.


Ammalato di che?

Ha vinto la formula “più cinico è meglio è, più in superficie sta più vende”. Allora, o si ha il coraggio di farlo rinascere, oppure morirà in un bla bla insensato.

Quando ha cominciato a lavorare al “manifesto”?

Ho cominciato a collaborare alla fine degli anni Settanta, ma sono entrata nel 1982, poco dopo essermi trasferita a Roma.

Lei è nata a Catanzaro ma ha studiato filosofia a Firenze. Ed è lì che ha anche incontrato il pensiero femminista…

Sì, negli anni Settanta. L’Università di Firenze era un laboratorio molto segnato dalla cultura del Pci, e altrettanto dalla contestazione della nuova sinistra al Pci. Il femminismo è cominciato all’interno di un collettivo che si chiamava “Rosa” e faceva un’omonima rivista, un grande esperimento di pensiero collettivo di cui mi sono rimaste amicizie fondamentali: Maria Luisa Boccia, Tamar Pitch. Attraverso il femminismo, negli anni ho anche ritrovato e rielaborato la mia formazione filosofica. Con “Diotima” ho lavorato molto sul pensiero della differenza, poi ho ripreso una collaborazione con l’Università, prima con Mario Tronti a Siena, poi con Giacomo Marramao a Roma 3, dove ho insegnato filosofia sociale. Molto della mia formazione lo devo però anche alla psicoanalisi.


Suo padre, Bruno Dominijanni, era una figura di spicco del Partito Socialista Italiano. Che clima si respirava in famiglia? Cosa le arriva dalla linea paterna e cosa dalla linea materna?

Da mio padre mi arriva tutto: l’amore per la politica e l’amore per la libertà. Veniva dalla sinistra socialista, aveva attraversato quella divisione di campo tra Pci e Psi che passava per la questione della libertà. La sua morte, nel 2004, mi ha profondamente destabilizzato. Devo anche molto a mia madre e alla sua famiglia – i Giglio, un bellissimo cognome! - : anche lì i valori della libertà e della cultura erano molto marcati.


Un suo articolo pubblicato alla fine su “Alternative per il Socialismo” (dicembre 2009), iniziava in questo modo: “Il ventennio berlusconiano sta finendo per implosione interna, senza che ciò che chiamiamo, sinistra, abbia battuto o si decida a battere un solo colpo”…Nel frattempo ci sono state le elezioni regionali che hanno confermato Berlusconi. A sinistra, si profila invece un nuovo scenario politico trasversale attorno alla figura di Vendola. La formula “Pd più satelliti radicali” potrebbe essere destinata a cadere.

Confermo quello che ho scritto in quell’articolo: il berlusconismo e Berlusconi hanno cominciato a declinare dopo il 25 aprile dell’anno scorso, con l’esplosione di quello che correntemente si chiama sex-gate e che secondo me non è un sex-gate ma la messa a nudo di un sistema di potere basato sullo scambio sesso-potere-denaro. Un declino non necessariamente e immediatamente misurabile in voti, anche se di voti, fra europee e regionali, Berlusconi ne ha persi molti. Ha retto solo per il sistema di alleanze e per il tracollo della sinistra. E a tutto ciò non è estraneo il quadro internazionale, in particolare la presenza di un uomo come Barack Obama, che è anche una figura del maschile così diversa da quella di Berlusconi. Per quanto riguarda invece lo scenario che si apre a sinistra, mi pare che sia in atto una destabilizzazione del bipolarismo che ridisegnerà il campo politico complessivo. Quello che potrà succedere a sinistra è molto legato a quello che succederà al centro, e quello che succederà al centro è legato a quello che farà Fini. Sono convinta che torneremo a votare prima della scadenza della legislatura, ma non è chiaro con quali formazioni si andrà al voto.


Che sentimenti le suscita una figura come Vendola?

Di Vendola penso molto bene, perché “incarna” un cambiamento, non lo predica solo a parole. E’portatore di una contaminazione culturale inedita. E- dato per me tutt’altro che secondario – di una interpretazione della mascolinità opposta a quella del “vero uomo” che Berlusconi ha scagliato contro le trasformazioni imposte dal femminismo. Detto questo, penso che Nichi dovrebbe evitare di ripartire dalla costruzione recintata di una sinistra radicale, e parlare a una platea più larga. Detta in altri termini, è da evitare la strada del minoritarismo.


All’interno della riflessione sul sistema di scambio tra sesso denaro e potere, lei nomina “quei brandelli di periferia frustata” che possono aiutarci a comprendere meglio il presente e le nuove conflittualità sociali: “C’è una relazione tra nuove forme di mercificazione e sedimenti di libertà”. Possiamo approfondire meglio i termini di questa relazione?

Mi sembrava che dal sex-gate berlusconinano, come dal caso Marrazzo, fosse emersa una tipologia sociale estranea alla rappresentazione dominante e sconosciuta alle nostre analisi. Una periferia che forza i confini del centro...


Ma non sono certo le periferie pasoliniane…

No, non sono le periferie pasoliniane. Sono stupefatta da questo tirar fuori sempre Pasolini. Bisogna rifare, nelle condizioni di oggi, le operazioni di lettura che lui faceva negli anni Settanta. E parliamo di due condizioni completamente diverse.

Di quali periferie parliamo allora?

Le figure che sono venute fuori da questo scenario sessuale “trash” abitano una zona di confine tra oppressione e libertà, o per dirla con Foucault fra assoggettamento e soggettivazione. Sono bordi che premono sul confine illuminato della politica, che si muovono fuori dal perimetro della rappresentazione “mainstream”. Noi non soffriamo solo di una crisi di rappresentanza, ma di una crisi di rappresentazione del mondo.


Nel 2001 pubblicava un testo dal titolo “Motivi della libertà”. Se oggi, dopo dieci anni, si trovasse ad aggiornare quel libro, cosa scriverebbe della “libertà”?

Sono molto affezionata a quel libro e devo dire che lo riscriverei uguale. Era un testo molto profetico, grazie anche alle eccellenti firme che conteneva. Aggiungerei solo un seguito di discorso su come il rovesciamento della libertà - che analizzavamo allora prevalentemente su scala italiana - si sia aggravato dopo l’11 settembre su scala occidentale. Lo slittamento della libertà dal campo della sinistra al campo della destra si è consolidato dopo il crollo delle Twin Towers.

Ho letto sul sito del manifesto i materiali del dibattito sulla direzione. Giornale e politica, quale rapporto?

Citando Carla Lonzi, dico che un giornale “è già politica”. Per fare politica, non deve essere necessariamente legato a un pezzo di sinistra…facendo comunicazione, si fa politica. E’ per questo che sono stata così tanti anni al “manifesto”: perché nella sua stessa forma, nella sua stessa scommessa, mi consentiva di fare politica. Naturalmente, anche nel campo del rapporto fra comunicazione e politica siamo nel pieno di un rovesciamento dagli anni Settanta a oggi. L’affernazione che la comunicazione possa essere politica nel frattempo è andata al potere con Berlusconi... Ma quello del manifesto resta un esperimento straordinario. Quattro anni fa, con Marco Bascetta e Stefania Giorgi ho curato un grosso fascicolo sui trentacinque anni del giornale…Ho risfogliato 35 anni di storia e sono rimasta colpita dal numero delle firme, più di cinquantamila, che sono passate da questa testata: persone che hanno creduto nella capacità della comunicazione e della parola in un progetto politico collettivo…questo è un patrimonio enorme che andrebbe conservato. Oggi invece prevale una rincorsa alla visibilità, e quando si dice visibilità si dice televisione….Io penso che il compito di una intelligenza critica sia di lavorare molto sull’invisibile, per renderlo visibile, certo, ma anche per capirlo, per interpretarlo….Il lavoro di una buona informazione non si giochi tutto su una visibilità accecante, si gioca sul bordo tra visibile e invisibile.


A proposito di interpretazione del tempo presente, una sua figura di riferimento è Hannah Arendt, che parlava della “difficoltà di comprendere” il presente e del compito non facile di nominarlo e interpretarlo. E’ una lezione definitivamente tramontata, inadatta ai tempi, oppure vede barlumi di quel pensiero politico in azione in alcune figure e in alcune zone politiche del presente? Ed è concepibile oggi prendersi il lusso del tempo, del pensiero che non diventa subito sintesi, immagine, slogan, visibilità come la chiama lei?

Gilles Deleuze parlava del regime di visibilità come il risultato dei giochi di luce e di ombra di un’epoca. E tutta la grande tradizione critica, a partire da Marx, ci ha allenato a vedere lo spessore di opacità che c’è dietro la visibilità della forma merce. Hannah Arendt è stata una grande maestra non solo per il contenuto del suo pensiero, ma anche per il modo in cui lei concepiva il pensare. Pensare il presente comporta una continua messa a rischio di sé.
Per quanto riguarda noi, siamo abituati a frequentare una sinistra che si sente orfana dei grandi intellettuali di riferimento. E’ sbagliato. Non ci sono più quegli intellettuali “organici” che ricevevano la linea dall’alto e la restituivano in termini culturali... Ma che non ci siano è solo un bene. Come ogni epoca di grande crisi, questa è un’epoca di grande pensiero: sulla globalizzazione, sul soggetto, sulla libertà…Non manchiamo di intellettuali, ma di di politici capaci di fare tesoro di questa enorme produzione di idee.


Si dice che lei abbia un carattere difficile…

Beh, c’è una vasta letteratura sulla storia del lavoro femminile che dimostra che l’argomento del cattivo carattere è stato sempre usato contro le donne. Io sorrido molto di questo. Non so cosa sia un carattere facile…Comunque chiunque sa che talvolta certe asprezze caratteriali sono anche sintomi di fragilità, e io rivendico le mie fragilità.


Leggendo i suoi scritti, ho la sensazione che in lei passi una certa consapevolezza della sua femminilità, che lei si senta a casa nel suo corpo.

Mi fa piacere darle questa sensazione, arrivarci è stato frutto di un lungo percorso…. La scissione fra corpo e linguaggio fa parte della tradizione occidentale. Per molte donne è una scissione sofferente, la maggior parte degli uomini la risolve con una rotondità del linguaggio che non corrisponde a un’esperienza emotiva e quindi mente…Mettere in rapporto corpo e linguaggio significa accedere non dico alla verità ma almeno alla propria, piccola verità.

E’ possibile individuare sintomi di una scrittura femminile differenti da una scrittura di segno maschile?

Ci sono dei sintomi di un pensiero staccato dalla realtà anche del soggetto che lo esprime e che è un pensiero ben truccato di logica, di consequenzialità: lo chiamo “maschile” perché storicamente esprime la forma di razionalità del sesso dominante, ma questo non significa che non ci siano molte donne che aderiscano a questo modo d’essere, né che vi aderiscano tutti gli uomini. Storicamente, noi siamo state considerate come corpo un oggetto e come pensiero un non soggetto…emergere come soggetto pensante ha significato anche combattere questa scissione, ritrovare il corpo come corpo non alienato nel desiderio dell’altro. Io penso che il femminismo non sia altro che una presa di parola a partire da sé, e in quel partire da sé c’è in primo luogo un certo “sentire il corpo”.

(pubblicato su "Gli Altri" del 7 maggio 2010)

domenica 2 maggio 2010

I libri per chi “non bacia le mani”


Sinfonico, generoso, duro quando deve essere duro e innamorato mentre scolpisce le vite di quelle creature a cui nessuno fa mai domande, la massa di invisibili che lavorano, rischiano e sognano al posto nostro. Malitalia va a perlustrare il suolo del Sud senza preconcetti, analizzando zolla dopo zolla. Sì, c’è del marcio in Italia. Ma c’è anche del bello, anzi del sublime. A leggere le storie raccolte da Laura Aprati ed Enrico Fierro, si prova un sentimento contrastante, di rabbia e di fiducia. Rabbia per il radicarsi di un sistema mafioso che vede declinare il pensiero e le azioni delle ultime generazioni su un versante sempre più sofisticato, legato ai traffici immateriali di danaro e all’affermarsi di un modello di vita materialista. Fiducia nei confronti delle donne e degli uomini che in questa Italia bucata si alzano ogni mattina per denunciare, riflettere, operare, parlare con i bambini, sanare le zone infette e fabbricare con l’inchiostro e le mani un’utopia diversa. Storie di mafiosi da una parte. Storie di eroi e cacciatori dall’altra. Malitalia (Rubbettino, 15 euro) è un piccolo libro, facile da leggere. Porta in grembo un documentario misurato, di alto valore pedagogico.
Con parole e immagini, i due giornalisti disegnano una mappa precisa dell’Italia, partendo da Trapani, passando per la Calabria, e fermandosi in Campania, in un viaggio antropologico che si incolla ai racconti di individui veri e al profilo diseguale del paesaggio. Come lettore non si ha mai la sensazione che questo libro sia l’ennesima commissione su temi caldi da bruciare in un processo di veloce consumo culturale. Al contrario, sembra quasi di sentire il respiro del pensieri, il tarlo del dubbio, la profondità di certi dialoghi che spingono la dialettica fino in fondo, là dove bene e male si guardano in faccia con severità.
La scelta di un autore plurale (Enrico Fierro ed Laura Aprati hanno chiesto la collaborazione di colleghi anche giovani che conoscono bene il territorio, da Angela Corica a Titti Beneduce, da Salvo Palazzolo ad Alessandra Barone, ma anche di personalità come Don Luigi Ciotti) è non solo affascinante ma vincente, e dà uno schiaffo al modo baronale con cui molti giornalisti conducono in Italia l’informazione. Malitalia, storie di mafiosi, eroi e cacciatori è una lezione di metodo, oltre che una fonte preziosa di notizie mai lasciate a bruciare in una terra assolata ma sempre affabulate, accompagnate, curate.
Da Trapani, arrivano i disegni (di paesaggi) e i ritratti (di esseri umani) fatti con passione e delicatezza da Laura Aprati, accanto ai ragionamenti filosofici di Giuseppe Linares, capo della squadra mobile di Trapani, e all’identikit (firmato da Rino Giacalone) dell’ultimo boss latitante, l’ex “Ministro degli Esteri di Cosa Nostra” Matteo Messina Denaro, l’uomo destinato a prendere il posto di Provenzano al vetrice della nuova piramide mafiosa. Attraversando il paesaggio brullo di Calabria, si incontra un moderno Medioevo, con i boss rintanati in bunker ricavati da un ovile, spesso stanati dai “cacciatori”, uomini che fanno una vita durissima. Una Calabria dove le donne sono vittime di un regime tribale, e una giovane giornalista di poco più di vent’anni vive sotto minaccia perché ama la verità e la scrive. Un paese povero poverissimo che nutre con latte guasto e pensieri storti una delle organizzazioni criminali più organizzate e ramificate nel mondo, la ‘ndrangheta,.
Parendo dalla Sicilia e attraversando quello che gli insulani chiamano ancora “il continente”, si arriva infine in Campania, e lì ci fermiamo, a raccogliere segni di una natura diversa, comportamenti più inclini alla messa in spettacolo del dolore e della violenza. Un mondo in cui le donne uccidono le donne nel nome del padre.
In questa mappa della Malitalia, finiscono anche le parole di colleghe straniere, che raccontano la traiettorie del crimine nei Balcani, in Germania, in Olanda.
Teoricamente, potrebbe risultare una babele. Invece il tono è lineare e frastagliato, sincero, attento ai racconti di tutti, non solo di quelli che contano. Facciamo un esempio.
Un giorno una donna incontra una sua coetanea sulle rive dell’Hudson. Cominciano a parlare. Semplicemente, umanamente. Caterina racconta a Laura che ha dovuto lasciare la sua terra, la Calabria, assieme al marito, perché come proprietari di un’azienda olivicola avevano dovuto subire pesanti ritorsioni. Loro che a Gioia Tauro erano rispettati e trattati come capi, adesso sono costretti a fare le pulizie e tagliare il prato a casa di padroni americani. E’ il prezzo della libertà.
La donna che ascolta è “anche” una giornalista. Ricorderà questa scena al momento opportuno. Per il momento non è lì ad estorcere confessioni per conto di altri padroni/editori.
Questo racconto, che potrebbe segnare l’inizio di un romanzo, è la chiave di un libro-inchiesta diverso dagli altri perché gli autori sono fatti così: si mettono a perdere tempo davanti alle sponde di un fiume ascoltando storie, testimoniando con attenzione il tempo presente.
Malitalia è uno dei cinque libri che l’editore Rubbettino ha scelto per promuovere l’iniziativa “Non bacio le mani”: il sapere e la conoscenza contro la cultura mafiosa di tutti i tipi. Gli altri testi sono ’Ndrangheta e Storia criminale di Enzo Ciconte, Il Gotha di Cosa nostra, la mafia dopo Provenzano nello scacchiere internazionale del crimine di Piergiorgio Morosini e Peppino Impastato, una vita contro la mafia di Salvo Vitale. “Tutti i regimi dispotici hanno provato a mettere le mani sulle tv e sui mezzi di informazione. Ma con i libri non è facile” riflette l’editore Florindo Rubbettino.
“La crescita di libri ed iniziative editoriali che analizzano il fenomeno mafioso fornendo strumenti per combatterlo, è un fatto importante per questo Paese…Io non temo un ritorno d’immagine negativa rispetto al parlare di mafia o allo scrivere di mafia. Se c’è una rappresentazione negativa è perché stiamo parlando di una descrizione della realtà così com’è…non ci muoviamo nel campo dell’onirico” dichiara Fabio Granata, vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia nel corso della presentazione alla stampa dell’iniziativa. Una risposta non equivoca alle dichiarazioni del nostro Presidente del Consiglio che recentemente ha accusato libri come Gomorra di promuovere la mafia nel mondo.
«Berlusconi si può permettere di editare Gomorra, guadagnarci molto sopra e poi prendersela con gli scrittori e gli sceneggiatori – commenta Enrico Fierro - ma questo è un periodo in cui il silenzio fa comodo alla mafia, soprattutto per due grandi opere, l’Expo di Milano, già avviata e il Ponte sullo Stretto, ancora virtuale”.
(www.malitalia.it; www.nonbaciolemani.it).

(Pubblicato su lettera 22)