sabato 28 gennaio 2012

Prima e dopo Basaglia: i muri che restano in piedi


Indifferenti, opachi, incapaci di accorgerci quello che ci stanno facendo, o quello che ci stiamo facendo. Guardando Muri di Renato Sarti (testo e regia), interpretato da una Giulia Lazzarini in stato di grazia, riflettiamo su quello che siamo diventati, sui piccoli grandi omicidi a cui assistiamo senza più reagire. Letteralmente, lo spettacolo narra il primo e dopo Basaglia, attraverso gli occhi di una infermiera dell’ospedale psichiatrico di Trieste, che nel 72 entrerà a far parte della sua cerchia di “rivoltosi”. Il tono del linguaggio è pacato, appoggiato agli accenti di una interprete che fa una specie di incantesimo trasfigurante, immedesimandosi nel suo personaggio e donandoci la possibilità di riflettere sulla condizione umana e sulla radici della violenza. L’immagine delle donne buttate a terra come fagotti, punite, non medicate, e degli uomini lavati con grandi scope, si deposita sul palcoscenico come un enigma della specie. E non c’è possibilità di sollievo, ma di infinita tenerezza sì, quando la protagonista racconta la rivoluzione di Franco Basaglia indicandoci solo con le parole e le pause i movimenti dei segregati che pian piano si rialzano e riprendono a camminare, cercando, come rabdomanti, la luce, il bar, il giardino. E trovando di fronte a loro non più i domatori del circo/manicomio a cui per anni erano stati assoggettati, ma esseri umani di fibra resistente e di idealità pratica, capaci di costruire un altro modello di famiglia.
Non c’è un solo elemento di denuncia esteriore in questa piccola dirompente opera, che ha il potere di farci aprire porte invisibili, dietro le quali ci sono altre pareti e altre porte ancora. Perché la minaccia di una segregazione del diverso, del pazzo, del rivoltoso, del povero, del non allineato, è realtà di oggi, infezione tragica che è entrata nelle nostre ossa assieme al suo antidoto che rende sopportabile ciò che invece dovrebbe apparirci intollerabile. Quando alla crudeltà del manicomio criminale si è sostituita, negli anni, una letale apatia, la complicità silenziosa con cui accettiamo che i vecchi, i malati, gli stranieri senza casa e senza lavoro, muoiano lentamente. Lasciando alla propaganda elettorale la “rappresentazione” di una cura e di un trattamento umano che difficilmente troveranno piena cittadinanza in questo Paese.
(Visto al Teatro India di Roma. Per le repliche, www.teatrodellacooperativa.it)

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