venerdì 20 agosto 2010

Il viaggio in Grecia dei Motus: a Tebe per sapere la verità su un ragazzo ucciso dalla polizia

Dimentichiamo che si chiama teatro. Facciamo finta che si chiami vita. Una vita “con forma”. Un vita “activa” che (così come la intendeva Hannah Arendt) abbia intimamente a che fare con la condizione - e non con la natura - umana, cioè con il destino dei tanti e non dei singoli. Una vita di movimento, un movimento sentimentale e politico. In una parola, Motus. In quattro parole, Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande. La loro compagnia compie nel 2011 venti anni, ed è appena uscito un libro che raccoglie discorsi, riflessioni, appunti, sedimenti terrestri (Motus, 991-011, Nda Press) . Un po’ per costrizione (tuttora non hanno una sede in cui lavorare), un po’ per scelta. la marginalità li ha sempre messi in cammino: fisicamente e intellettualmente. Da Stato d’assedio (ispirato a Camus) del 1991, fino agli ultimi “contest” su Antigone, passando per lo sguardo di Orfeo e la musica di Nick Cave, interrogando le parole di Pasolini e gli adolescenti che si lasciano morire nei centri commerciali, gli artisti riminesi hanno creato, non prima di averle abitate, delle stanze (Rooms è il titolo di un loro storico spettacolo) molto speciali. Posti da cui vedere realtà impercettibili e riflettere sulla condition humaine. Per far questo, hanno sempre voluto muoversi. Come si fa a stare fermi, seduti, soddisfatti? Motus è flusso perenne, transito, erranza. C’è un’immagine che lo racconta bene: i due direttori artistici a Santarcangelo in bicicletta, a correre da una parte all’altra, per incontrare tutti e raccogliere da tutti domande e visioni. Sono queste le cose che mettono in valigia.
Dopo aver accostato la bici, si fermano sotto un albero e ce le mostrano, queste cose immateriali, una per una: utopia, azione, spettatore, bisogni, desiderio, rabbia, rivolta...E’ il kit immaginifico con cui partiranno, stavolta, in direzione della Grecia.

Perché la Grecia?

E.C. Staremo lì un mese, per fare delle ricerche su Alexis Grigoropoulos, il ragazzo ucciso due anni fa dalla polizia greca Per ora sappiamo solo il titolo dell’opera, Alexis una tragedia greca, che debutterà in autunno a Modena all’interno delle Vie dei festival. La intendiamo come una tragedia contemporanea dove la Grecia verrà usata come specchio di tante nostre realtà e come forma di resistenza culturale.

Avete già dei contatti?

D.N. Abbiamo dei contatti con dei gruppi anarchici greci. Incontreremo anche la madre di Alexis. L’intento è quello di usare fonti ufficiali assieme a racconti meno ufficiali. Oltre che ad Atene, andremo anche a Tebe.

Che impressione vi fa ripercorrere i passi di Edipo? Per noi occidentali imbevuti di cultura classica andare a Tebe non è un gesto qualunque.

E.C. Credo che sia un posto totalmente diverso da come ce lo siamo sempre immaginato.

Probabilmente vi farà lo stesso effetto “smitizzante” che fece la Palestina a Pasolini, che non trovò in Galilea nessuna traccia del sacro.

E.C. Sarà bello farsi sorprendere.

Cosa vi lascia il festival di Santarcangelo che avete appena diretto e concluso?

E.C. Abbiamo scoperto che ci hanno lavorato 790 persone, tra artisti e staff. In un certo senso, ha significato fare uno spettacolo con 790 attori, con un’intensità e una valenza umana assolutamente inediti. Era chiaro fin dall’inizio che per noi fare un festival non avrebbe significato fare una vetrina. Le vetrine le devo allestire gli stabili. Specialmente con gli artisti italiani, abbiamo sperimentano la bellezza del fare operazioni “fuori formato”, accostandoci a dimensioni che è difficile avvicinare in situazioni più convenzionali. Ci sono state delle vere e proprie “epifanie” come la partita di pallone di Teatro Sotterraneo.

Pensate che questo modello di amministrazione e partecipazione possa essere usato in larga scala, in un senso politico?

E.C. Magari lo fosse!

D’altro canto, in tempi di miseria materiale e culturale, non ci resta che pensare in grande.

D.N. La condizione minoritaria rappresenta sempre un punto di forza. Questo non significa che bisogna restare nella propria nichhia, al contrario questa nostra condizione ci obbliga al confronto, che è sempre possibile.

E.C. Noi non abbiamo grandi rapporti con la politica, perché tutte le volte che abbiamo avuto a che fare con i politici abbiamo registrato una paura nei confronti del cittadino, come se il cittadino rappresentasse una minaccia. Da questo punto di vista, gli artisti possono fare molto per cambiare le cose. Per esempio il progetto dei murales a Santarcangelo ha sfondato molti limiti e pregiudizi.


Anche riaprire un camping dopo tanti anni è un atto politico.

D.N. Assolutamente sì. Gli amministratori temevano che ci sarebbe stata la polizia tutte le sere a vigilare situazioni fuori controllo. E invece non è successo niente dentro il camping. E’ chiaro che chi fa teatro, arte, si deve porre anche il problema del come parlare e del dove parlare.

E.C. In Italia, si fanno tanti sprechi. Penso alla Notte Rosa a Rimini, oppure al concerto del 1° Maggio a Roma. In un momento storico così critico per i cittadini e i lavoratori, fare un concerto di quel tipo con il palco gigantesco, l’illuminazione da set televisivo e un esercito di ospiti, non serve a nessuno. Quanti lavoratori si sarebbero potuto sfamare con quei soldi? In realtà, basterebbe un piccolo palcoscenico con una sola lampadina. Così fai qualcosa per i lavoratori....C’è da dire che anche la classe politica di sinistra insegue quel modello, peggiorandolo. Meglio l’originale: almeno è l’orrore totale.

Il tipo di “partecipazione” spettatoriale che ci e stata richiesta a Santarcangelo ha codificato un modello alternativo rispetto al reality show. E’ proprio un modo diverso di pensare e di esserci.

D.N. Molti spettacoli contengono i meccanismi della fiction, ma declinati in maniera sottile, ironica. E lì c’è tutta la differenza. Quello che è emerso è un terzo modello rispetto al modello standard (spettacolo televisivo) o al teatro di strada. E’ importante per chi assiste essere chiamati ad intervenire, poter sentire la propria voce. Tutto questo ha a che fare con un movimento più generale di partecipazione e di protesta che chiama in causa direttamente il popolo e che trova per esempio una forma di espressione e di condivisione nei blog.

Cosa significa essere in due, nella vita e nel teatro?

E.C. Credo che la nostra coppia funzioni perché non c’è competizione tra di noi. Ci siamo incontrati negli anni dell’Università, a Bologna, all’interno di un collettivo composto da venti registi. Lì ci siamo innamorati e riconosciuti. Dopo poco abbiamo fondato Motus, che all’inizio si chiamava Opera d’Ingegno.

Non litigate mai?

D.N. Molto poco. Naturalmente, ci sono delle discussioni, ma non veri e propri conflitti, Io tendo ad essere più ottimista, Enrico esercita la parte critica. Io mi occupo di più della scrittura di testi se c’è da scriverli, la regia è sempre di entrambi.

Avevate annunciato un film sul progetto “Ics, Racconti crudeli della giovinezza”...

D. N. Non so se il cinema lo faremo mai. Siamo troppo in trasformazione per poter fare un film, Diciamo che facciamo il cinema dentro il teatro.

Rispetto a vent’anni fa, tutto ciò che è “immagine” ha una maggiore ambiguità. Come si è andato configurando nel tempo il vostro rapporto con il mondo delle immagini?

L’ultimo contest su Antigone non ha neanche un faro, solo un attore e un’attrice. Questo perché abbiamo sentito una saturazione non dell’uso del video in sé, ma della sovrastruttura testuale che diventava più importante rispetto al lavoro diretto con gli attori.

Quindi anche Motus, come altri gruppi in Europa, recupera l’elemento della vulnerabilità umana.

Se la macchina è preponderante, si ha una disumanizzazione. Togliendo la macchina, abbiamo paradossalmente rafforzato la velocità del pensiero. Si mette direttamente in campo tutto quello che l’attore sta pensando.

D.N. Tutt’e tre i “Contest” sull’Antigone sono fortemente politici. Ci sono richiami alla situazione attuale, molti riferimenti alla Grecia.

Gli autori senza i quali non sareste quelli che siete oggi....

D.N. Ballard e Beckett. E Pasolini. A Santarcangelo abbiamo invitato Giorgio Vasta. Consideriamo Il tempo materiale un libro importantissimo, per la poeticità e l’estrema crudezza.

Avete interrogato a lungo l’età acerba. Pensate di occuparvi anche di un’altra età della vita, la vecchiaia per esempio?

E.C. Non ancora, però sarebbe interessante. Finora ci siamo rivolti ai più ùgiovani. Da quarantacinquenni riusciamo ad avere un rapporto orizzontale con i sedicenni, anche perché non ci trattano da padri.

E voi, li trattate da figli?

D.N. Il rapporto che abbiamo con questi giovani credo che somigli al rapporto che puoi avere con un figlio (noi non ne abbiamo). In realtà, però penso che loro ci amino perché noi non abbiamo nessuna voglia di istruire, di ammaestrare, di dire cosa si deve fare e cosa no.

(Pubblicato su "Gli Altri")

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