martedì 26 ottobre 2010

Valerio Morucci, totem e tabù di ieri e di oggi


Il personaggio che dobbiamo incontrare (in un caffè del centro di Roma) è uno che ti dà appuntamento alle tre e un quarto. Curioso. Non alle tre, non alle tre e mezzo. Quest’uomo misura l’ora in quarti d’ora. Significherà qualcosa. Nella partita tremenda dell’affare Moro, Valerio Morucci ha giocato il ruolo di chi, a via Fani, non poteva perdere tempo (il “quel che è fatto è fatto!” di Lady Macbeth), mentre nei cinquantacinque giorni successivi ha cercato disperatamente di dilatare il tempo per risparmiare la vita al prigioniero. Poi, in carcere, ha vissuto dentro una macchina del tempo con le lancette spostate all’indietro. E oggi che ha sessantun anni, è libero, ha una moglie e un figlio e teoricamente un bel pezzo di vita davanti, ci appare prigioniero del passato. Di se stesso dice, con rabbia: sono un fantasma del Novecento. Ne consegue che una conversazione con Morucci non può non diventare, alla fine, una lunga conversazione sul tempo, dentro la quale finisce di tutto: i totem e i tabù degli anni di piombo e di questo miserevole presente, le paure profonde, il racconto di come si arriva a uccidere, i nemici, Eleonora Moro, Cossiga, Moretti. Non c’è nessun vero argomento proibito per Morucci. Anzi, per la verità, uno ci sarebbe. Ed è il tempo futuro. Lì dentro vede solo un gigantesco buco nero.

Morucci, come passa oggi il suo tempo?

Lavoro da informatico per un’agenzia di viaggi. Poi scrivo per una rivista geo-politica, “Teorema”. Per i miei libri, invece, ho poco tempo, perché mi devo dedicare a mio figlio di dodici anni.

Com’è successo che ha scritto il primo libro?

E’ successo che nel 1983 ero andato al carcere di Torino per il processo Coco e mi avevano lasciato lì. Non mi riportavano indietro. Non c’era molto da fare da solo in un carcere speciale. Ho cominciato a pensare. Ho ricordato Giangiacomo Feltrinelli, quello che avevo vissuto con lui, e ho cominciato a scriverlo. Così sono nati i racconti confluiti poi in A guerra finita, per la Manifesto Libri.

La sua storia parte da suo padre che era falegname e comunista.

Mio padre era stato falegname, come mio nonno, mia madre era impiegata. Quando si sono conosciuti, prima della guerra, lavoravano all’Agfa. Poi cacciarono mio padre perché non faceva il saluto romano al capufficio.

Negli anni della sua clandestinità, aveva chiuso i rapporti con la sua famiglia così come veniva richiesto dalle Br?

Era richiesto ma io disubbidivo e li vedevo lo stesso, di contrabbando.

Loro sapevano?

Si, sapevano. Non condividevano naturalmente. Mio padre era comunista ma riteneva che non c’era la forza, nel paese, per instaurare il comunismo. Ancora meno che ce l’avessimo noi.

Legge ancora Marx?

No, leggo tutt’altro. Anche all’epoca leggevo tutt’altro.

Come, non ha letto Il Capitale?

No. Ho desistito.

Quindi lei non leggeva Marx negli anni della militanza.

Non leggevo Il Capitale ma i Grunndrisse, i suoi quaderni di appunti di economia politica. Meno rigidi e più densi di visioni, interpretazioni. Li aveva tradotti per la Nuova Italia un nostro compagno di Potere Operaio, Enzo Grillo.


Cosa c’è adesso sul suo comodino?

C’è Un giorno, romanzo di David Nicholls. Prima c’era un libro di racconti di Dashiel Hammett, recuperato in un mercatino. Ho buttato via invece il libro di David Benioff La città dei ladri.

Era così brutto?

No, troppo cruento. Benioff, americano d’origine russa, si è fatto raccontare dal nonno le sue vicissitudini da ragazzo, tra cui l’assedio di Leningrado da parte dei nazisti. Non sono riuscito ad andare avanti.

Cos’è che la disturbava, esattamente?

Se sei passato nella morte – nel senso che l’hai data o te la sei vista vicino – poi sviluppi una ripulsa verso tutto ciò che è cruento. Non guardo neanche documentari su situazioni drammatiche, dovrei continuamente girare la testa o chiudere gli occhi. Mia moglie l’ha trovato bello. Io invece ho il problema di questa porta che è costantemente aperta.


Ritorniamo al momento in cui si è aperto questo varco. La scelta di Morucci, uno dei capi della colonna romana, come “postino” (assieme alla sua ex compagna Adriana Faranda) delle Br durante il sequestro Moro era scaturita dal fatto che, come ricostruisce Andrea Colombo (Un affare di stato), “per freddezza e competenza, Morucci è quanto di meglio loro possano mettere in campo”. Freddo e competente: si riconosce in questa descrizione?

Si, freddo, per capacità di riuscire a mettere un coperchio su tutto ciò che scalpita dentro. E competente anche, per quanto potevamo essere competenti noi. Rispetto alla media dei rivoluzionari italiani, eravamo competenti.

Ha mai avuto paura?

La paura era quotidiana. Una compagna di strada.


Sull’ultima drammatica telefonata che lei fece a Tritto, per comunicare alla famiglia dove avrebbero trovato il cadavere di Aldo Moro, Sciascia ha scritto una delle sue belle pagine: “Sa che il telefono di casa Tritto è sotto controllo, sa che l’attardarsi nella telefonata può essergli fatale; eppure è paziente, meticoloso, riguardoso persino...la voce è fredda, ma le parole, le pause, le esitazioni, tradiscono la pietà. E il rispetto. Per quattro volte chiama Moro ‘l’onorevole’ e per due volte ‘il presidente’...”. Era la mattina del 9 maggio del 1978.

Sia in quella telefonata del 9 maggio che in quella di Moretti (del 30 aprile) a casa Moro, i due minuti che ci eravamo dati non sono stati rispettati, ci siamo presi molto più tempo, indugiavamo. Sì, anche lui sembra che non voglia staccarsi perché crede che se riesce a far capire alla famiglia Moro cosa volevano le Br, ci sarebbe stata una possibilità. Nomina solo la Dc, una sua presa di posizione, e non i tredici prigionieri da liberare (nessuno degli esegeti ci ha fatto caso). Noi eravamo in tre fuori dalla cabina, il tempo passava e lo guardavamo terrorizzati. Ci aspettavamo il conflitto a fuoco da un momento all’altro. E lui rimane, continua, ripete mille volte la stessa cosa. Dice “Non posso stare” e sta. Dice “Non posso spiegare” e spiega. E rispiega ancora.

Quindi queste vostre due telefonate, per il modo in cui avete parlato, si sono trasformate in gesti di disubbidienza.

Disubbidienza, forse. Al fato? Sono state iniziative personali. Io dovevo fare quella telefonata, ma non certo in quel modo. E così è stato per la telefonata di Moretti. Come lui non voleva abbandonare la possibilità di liberare Moro, io non volevo abbandonare il suo cadavere. Come se continuare a parlare non mettesse la parola “fine”. La fine di quella telefonata era la fine della storia. E’ avvenuto inconsciamente. Adesso lo dico a lei, ma non era chiaro in quel momento.


I protagonisti di quell’agone drammatico sono due: Aldo Moro e Mario Moretti, l’uomo che lo ucciderà.

Sa quale è la cosa paradossale di questo dramma? Che le due dramatis persone non erano in conflitto. Nelle tragedie greche, e il caso Moro è una tragedia greca, il conflitto è tra i protagonisti che si fronteggiano, come Antigone e Creonte. In questa storia invece il conflitto è altrove: Moro è in conflitto con il fuori (i suoi, la Dc), e Moretti arriva al conflitto con se stesso.

Riporto una frase dal suo Patrie galere: “La galera è una macchina del tempo, tarata all’indietro”. Quando poi ne è uscito, ha ricominciato a coniugare i pensieri al futuro oppure e è sempre e solo il passato il tempo in cui ancora sente di vivere?

Quella sensazione si è attenuata perché non c’è più la coazione delle mura e dei cancelli, però c’è costantemente un’altalena tra passato e presente. Perché è un dramma che non è stato superato. Fosse superato dal paese, potrei ragionarci in modo diverso. Non accantonarlo, ma guardarlo con un distacco maggiore che non si può avere quando sei ancora condannato a starci dentro.

Rileggendo le cronache di quei giorni, si entra in un’atmosfera quasi da thriller, di lotta contro il tempo. Tutto era sfasato: i politici tetri che pensavano (o facevano credere di pensarlo davvero) che ci fosse ancora tempo, la vostra personale guerra contro il tempo per salvare il prigioniero, le due drammatiche telefonate, in cui cercavate di prendere tempo. Poi d’improvviso le lancette si azzerano e quella mattina del 9 maggio, si esegue la condanna a morte, come se quello e non un altro fosse il tempo giusto, l’attimo esatto in cui compiere il sacrificio Perché?

Noi prendiamo il tempo che si era presa la Dc. Correndo enormi rischi. Pazientemente aspettiamo che le contraddizioni esplodano, provocando un cedimento da parte dello Stato. Noi dilatiamo il tempo contro l’evidenza. C’erano i rastrellamenti, in qualunque momento potevano intercettare qualcuno di noi, ma arriva un punto in cui il tempo reale ripiomba dentro. Avevamo messo l’orologio sotto il cuscino per non sentire il ticchettio, ma dopo cinquanta giorni il tic tac era diventato assordante. A quel punto Moretti decide che è arrivato il momento.


Ci sono due versi shakespeariani che dicono due verità apparentemente in contraddizione fra di loro: uno è contenuto nell’ Amleto e dice “Essere pronti è tutto” (“The readiness is all”), l’altro è nel Re Lear e recita “La maturità è tutto (“The ripeness is all”). Sembrerebbe che nella sua vita lei non abbia fatto altro che oscillare tra questi due poli, con disperazione. E quindi, da un lato l’essere pronti a tutto, anche a sparare e uccidere con freddezza, e dall’altro un improvviso cedere, il volersi fermare e voler fermare il tempo, quando però è tutto già troppo tardi.

Tutto quello che è accaduto e che ho fatto dopo, nasce da quel momento. La morte immediata è un conto, nel senso che non c’è soluzione di continuità tra il tuo essere combattente e l’uccidere.
Considerando che in questo paese erano avvenuti dei passaggi critici, la possibilità di uccidere era nelle cose. Cioè si era già deciso (non a cuor leggero) che si potesse dare la morte per realizzare il comunismo. Quando la morte è immediata, la decisione presa dà uno slancio che fa superare l’impasse del momento specifico.

Fino a quando non vedi le immagini....Che cosa ha provato rivedendo subito dopo in tv la scena della strage di via Fani?

Le immagini di via Fani non potranno che perseguitarmi tutta la vita. Ma nel momento in cui premi il grilletto non hai consapevolezza della morte, perché non è avvenuta: è futuro. Ti muovi come se stessi sempre nel “prima”. La realtà della conseguenza non c’è in quel momento. Invece nel dare la morte a un uomo che è tuo prigioniero, inerme, lo avverti già prima. La morte ritardata ha aperto un altro mondo, che è, aoounto, il mondo della maturità. Si rovescia tutto: tu fai quello che fai anche perché “loro” uccidono i prigionieri. E poi anche tu uccidi un prigioniero. A quel punto tutto salta, non c’è più nessuna legittimazione. E’ aberrante. Quale è la differenza tra te e loro?


In più, il prigioniero era un uomo che stava facendo e dicendo cose che certo non avevate messo in conto. A via Montalcini rivelava a voi che eravate i suoi sequestratori la sua fragile e intelligente umanità.

Adriana e io leggevamo le sue lettere e se leggi le lettere di un tuo prigioniero, o hai lo stomaco corazzato come una testuggine, oppure ti arrivano delle coltellate nell’anima. Pur non avendolo mai incontrato, per me Moro era vivissimo.

Sono scomparse da poco due figure importanti che, con due diversi ruoli, sono stati tra i personaggi principali del dramma che si è consumato nel 1978: Eleonora Moro, la vedova di Aldo Moro, e Francesco Cossiga, allora ministro degli Interni. Due figure con le quali, anche recentemente, lei ha avuto dei dialoghi. Come ricorda Eleonora Moro?

Eleonora Moro era stata segnata dal tradimento di amici e compagni del marito. Talmente segnata da ritenere noi molto meno responsabili della sua morte di quanto lo fossero loro. Ribadiva che lei nei nostri confronti era serena. Donna molto combattiva e di carattere, dava fastidio perché costantemente criticava la Dc, e Andreotti più di tutti. Proseguendo la battaglia del marito, cioè anteponendo la vita del singolo all’interesse dello Stato. Che poi in questo caso era l’interesse di partito, Dc e Pci, dilatato a interesse dello Stato.

Cossiga allora era uno dei vostri più acerrimi nemici.

Faceva parte del gioco delle parti. Considero Cossiga un personaggio eccezionale. Non uno statista, ma un uomo straordinariamente addentro ai meccanismi del potere, della sua difesa. Lucidamente cinico come pochi. Anche lui, con la morte di Moro ha subìto un cortocircuito, e si è forse chiesto quale legittimità ci fosse stata nel difendere il potere a discapito di quella vita. Lì la morale ha fatto irruzione nella politica. Il momento di catarsi che noi abbiamo avuto nel conflitto sulla sua uccisione, per Cossiga è stato la morte di Moro. L’allora ministro degli Interni, fautore della politica della fermezza, si è ritrovato un cadavere tra le mani. E da lì ha cominciato a “smascherare” la politica. Non tutti si sono posti quella domanda. Andreotti non se l’è mai posta.

Dubito che qualcuno riuscirà mai a capire cosa pensa e cosa sente veramente Andreotti.

La differenza tra loro è che Andreotti è il potere, mentre Cossiga è stato un uomo di potere. Andreotti è il potere in senso millenario. Le sue radici affondano nel neolitico. Il suo sguardo è quello indifferente di millenni di storia sulla travagliata condizione umana.

Forse è per questo che Il Divo di Sorrentino non riesce a rappresentare pienamente questo enigma della specie umana. L’originale è meno grottesco e più perturbante della maschera indossata nel film da Toni Servillo.

Io ho colto questo elemento incontrandolo. Ho visto un dinosauro. Racchiude in sé gli strumenti di potere originari adottati dal sacerdote e dal capo per tenere sotto giogo il villaggio, la città, gli Stati. Andreotti viene da lì. In questo senso è immortale. In quanto fossile vivente, andrebbe preservato. Se lo sfogli strato per strato, arriverai a scoprire il meccanismo primordiale del potere. Per Pascal le “corde immaginarie” della dominazione, dell’usurpazione remota da cui ha origine.

Come immagina il suo futuro e il futuro di questo paese?

Non lo immagino. Anzi, lo immagino nero, fosco.

Ma ha una moglie e un figlio...

E che ci posso fare! Spero che mio figlio riesca ad andarsene da questo paese maledetto. Mi sento un imbecille. Col passare del tempo, mi si aggrava la sensazione di fallimento. Anche se continuo a pensare che quella stagione sia stata una stagione obbligatoria, da vivere; tranne, per me, per le morti di troppo.

Come si passa dalla potenza all’atto? Come si arriva a uccidere?

E’ successo che vivere l’immagine epica dell’eroe che lotta contro l’ingiustizia ha significato per alcuni applicarla, quindi trasformarla in azione. Lì l’epos si perde, perché entri nella materialità di vite tolte, che non sono più vissute nell’epica omerica, ma nella realtà. Era talmente forte la spinta dell’epos, che si poteva anche arrivare a non rendersi conto del pericolo. Come i bambini che non distinguono la violenza virtuale da quella reale.

Ha paura della morte?

Si, ho paura della morte. Perché me ne andrò da un mondo che mi piace ancor meno di quanto non mi piaceva allora, e da un paese che mi piace infinitamente meno. Paradossalmente, allora io amavo il mio paese, amavo la sua storia. Noi ci richiamavamo alla storia della Resistenza, all’afflato comunista. Io mi sentivo parte di questo paese. Oggi lo odio. Ma lo odio anche perché non l’ho capito.

Cosa non ha capito?

Non ho capito che, mentre io cercavo di fare la rivoluzione comunista, questo paese stava secoli indietro perché non aveva avuto una rivoluzione borghese. E’ una cosa che mi fa dannare. Se ci fosse ancora Einaudi, e cercasse di praticare le sue idee sull’economia e sulla gestione dello Stato, sarebbe considerato un rivoluzionario. Ma come, noi abbiamo ucciso, siamo rimasti uccisi, abbiamo accumulato millenni di galera, e oggi basterebbe Einaudi per sbaraccare questo Stato fermo poco più in là del feudalesimo? Tra il nostro paese e qualsiasi altro paese europeo c’è un abisso.

Lei è libero di spostarsi?

Non posso andare in paesi dove è necessario il passaporto.

Ma in Francia per esempio potrebbe andare e persino viverci.

Teoricamente sì. Se trovo un accordo con il Ministero dell’Interno.

Quindi ci ha pensato.

Certo, ma come ci vivo? Sono appena tornato dalla Francia e sono incazzato, perché ho scoperto che lì c’è il comunismo.

Il comunismo?

Si. Nonostante Sarkozy, il rimpatrio dei rom, rispetto a noi in Francia c’è il comunismo. O perlomeno qua lo chiameremmo comunismo. In Francia c’è un rapporto di mutualità tra lo Stato e il cittadino. E non c’è comunismo senza fondamento di cittadinanza. Da noi siamo ancora sudditi; di una monarchia repubblicana.


Si ricorda cosa sognava durante quelle 55 notti del ’78?

Sognavo di sentire il campanello, mi alzavo, prendevo le armi e mi appostavo dietro la porta. Oppure sognavo situazioni di scontro a fuoco: sparavo ma i miei proiettili facevano un metro e poi cadevano. Quelli che mi fronteggiavano sghignazzavano alla vista di queste pallottole che cadevano come fiori appassiti. Brutti sogni.

Sono sogni che continua a fare ancora adesso?

Adesso sogno il carcere. Sogno situazioni di pericolo mortale e mi sveglio in preda al panico. Non riesco più a gestire queste situazioni dormendo. Sempre perché quella porta è aperta.

Che rapporti ha con Adriana Faranda?

Buoni ma scarsi. Adriana non vive a Roma.

A proposito di Adriana Faranda, in risposta a un articolo di Telese che commentava una lettera della sua ex compagna (in cui il giornalista scriveva: “Se qualche brigatista è riuscito a superare la dimensione dell’odio, forse possiamo farlo pure noi”), Giancarlo Caselli ha risposto: “Quale odio, quale superamento? Siamo stati protagonisti di una guerra che qualcuno – unilateralmente - aveva deciso di dichiarare, stabilendo dal mondo parallelo e cupo della clandestinità quali nemici meritassero di morire ammazzati e quali invece solo storpiati”. E’ un commento pubblicato sul “Fatto Quotidiano” il 27 agosto 2010. Credo che la posizione di Caselli sia ancora quella maggioritaria nel paese.

E’ sicuramente maggioritaria tra i comunisti. Non tra gli ex democristiani, non tra gli ex socialisti. E’ maggioritaria tra i comunisti e i leghisti, accomunati in questo forcaiolismo indefesso e plebeo. Non c’è storia, né riflessione, solo retorica dozzinale. Queste sono le persone che in Spagna hanno massacrato gli anarchici e i libertari non allineati a Mosca. Sono fanatici esecutori dello Stato, gli agenti della Ceka che hanno ucciso migliaia di comunisti per ordine di Stalin. I Dominicani della Santa Inquisizione, e i necrofori che hanno riesumato impiccato e squartato Cromwell. Hanno lo stesso animo. E’ l’animo di quelli che hanno appoggiato l’invasione dell’Ungheria, e poi detto che era un’azione utile alla pace nel mondo! Ed è lo stesso animo dei brigatisti. Sono specchiati. Solo che i brigatisti sono riusciti a rivedere le proprie posizioni, Loro no. Sono come brigatisti irriducibili. Se ancora ce ne fossero.


C’è un modo profondo e non retorico di arrivare ad una pacificazione?

Ci si può narrare le proprie memorie, condividerle. Quello che è avvenuto incontrando Cossiga: lui mi ha narrato la sua memoria di uomo di potere, io gli ho narrato la mia di brigatista. Non è che siamo arrivati a una unicità o a dichiararci amici. Solo che non eravamo più nemici, potevamo dirci quello che era stato, e come lo avevamo attraversato, senza più le urgenze della guerra. Una singola memoria “condivisa” non può che essere di regime.


Memorie che sono però inconciliabili: ognuno ha visto e ricorda una cosa diversa.

E’ chiaro che la memoria dei parenti di chi è stato ucciso non potrà mai avere nulla a che vedere con la mia, se non per il momento di quell’evento. Per il resto sono incommensurabili. Quindi l’unica possibilità è abolire l’idea del “nemico”. Il resto del lavoro è comprendere e ascoltare.Questo è sempre difficile, ma è un tassello in più per guardare a quegli anni con il distacco che può consentire di rileggere tutto non con tranquillità (non ci può essere quando accadono lutti tremendi), ma almeno con serenità.

La verità è che l’omicidio Moro rimane un tabù per tutti noi, perché ha segnato profondamente le nostre vite.

Rimarrà un tabù ancora per molto tempo, se non si faranno dei passi in avanti, nella direzione del dialogo e della comprensione. Non c’è bisogno di dire, come fa Caselli, che noi ci siamo “inventati la guerra”. Avevamo ucciso, i nostri ergastoli ce li saremmo presi anche se nelle sentenze fosse stato scritto che volevamo attuare il comunismo e che in questo paese c’era stata una ventata rivoluzionaria durata quindici anni. E che dal dopoguerra centinaia di comunisti erano morti di lotta politica. La posizione di Caselli è la stessa del Pci di allora. Ma non c’è più il Pci. Che cosa si difende allora?

Già, che cosa si difende?

Da una cosa che è morta e sepolta.

Quindi è la prova che c’è un bisogno profondo che non è morto e sepolto da trent’anni., al contrario è vivo e vegeto. Vogliamo provare a nominarlo, questo bisogno?

La politica vive dei suoi precedenti storici. Andando indietro nei secoli, deve sempre trovare la giustificazione del proprio abuso. Loro sono delegati in abuso. In abuso, oggi, di una possibilità di amministrazione diretta della cosa pubblica. La politica deve sempre poggiare sul proprio passato. Come per la Chiesa non c’è nulla di “scritto” che giustifichi la sua “mediazione”. Col benessere ultraterreno la prima, e terreno la seconda. Per lei neanche nessun patto, nessuna alleanza. Se ammettesse un errore del passato, vacillerebbe. Tutto questo loro darsi del nemico a vicenda, serve a mantenere viva un’atmosfera da Novecento che non ha più motivo d’essere. Se nel Novecento si sono scontrate dottrine che avevano alla spalle fior d’elaborazioni sulla gestione dello Stato e dell’economia, questo non è più. Oggi non si dà più vera battaglia sull’economia perché non è gestita di certo dallo Stato nazionale. Le decisioni si prendono altrove. Sono altri i poteri che gestiscono i nostri destini. Allora, non potendo ammettere di stare lì a gestire soltanto il deficit pubblico, debbono mantenere una tenzone da Novecento, proponendo instancabilmente una contrapposizione insanabile che vive solo nella virtualità dei media. E nessuno stacca la spina. Il paese reale è altrove. Tanto per dire, basterebbe vedere la Puglia,o le Marche, con il loro efficace intervento sulle fonti di energia rinnovabili. Per questo gli zombi spingono sul nucleare. Quella è la “loro” energia.


Insomma, uno spettro si aggira per l’Italia, e si chiama Novecento.

Noi ex brigatisti siamo l’indice dei loro fantasmi. E’ per questo che non possono liberarsi di noi. Lasciarci andare, morire, seppellire. Debbono costantemente riesumare il cadavere del brigatismo e impiccarlo e squartarlo. Seppellire il “Secolo breve” dei grandi scontri epocali, che a tutto davano un senso, porrebbe di fronte al baratro del dopo, di un nuovo senso che non c’è. Per questo io sono un fantasma del Novecento

(pubblicato su "Gli Atri")

giovedì 21 ottobre 2010

Franco Giordano, Nicki Vendola e l'invasione dei gatti


L’anno scorso uscì un libro dal titolo apocalittico: Nessun Dio ci salverà. L’autore di quel pamphlet politico non era l’ultimo epigono dell’esistenzialismo francese, ma un italianissimo ex segretario di partito, un partito che, a dispetto del suo nome altisonante, non sarebbe riuscito a ricucire neanche i brandelli di se stesso, figuriamoci a rifondare del comunismo. A capo del Prc dal 2006 al 2008, Franco Giordano ha passato altri due anni a metabolizzare prima la sconfitta personale, poi quella storica. Nel frattempo, da comunista-operaista, è metaforicamente tornato a lavorare in fabbrica. Una fabbrica più stramba e immaginifica di quella di una volta. La fabbrica di Nichi. Ed è da un angolo ancora un po’ chiaroscurale di quella nuova casa, che oggi Giordano ci racconta un pezzo di storia politica. Scegliendo con accuratezza le parole. Scartando quel linguaggio un po’ astratto che lo caratterizzava a favore di una lingua più calda che nomina gli “affetti” e le “relazioni umane” prima delle “ideologie”: è un movimento di quella “grammatica delle passioni” che sta prendendo forma nel laboratorio più avanguardistico d’Italia, la Regione Puglia.


Giordano, è sempre convinto che nessun Dio salverà la sinistra italiana?

Se dovessi riscrivere quel libro, lo intitolerei allo stesso modo. Però amplierei una parte del discorso, quella sulla deriva del capitalismo. Io credo che il capitalismo stia non solo disintegrando il conflitto sociale, cercando di negare la soggettività del movimento (in questo caso operaio), ma che abbia attentato ai legami sociali, alle forme primarie della comunicazione tra esseri umani. Quello di cui la sinistra deve occuparsi oggi è, da una parte, il conflitto sociale, dall’altra la necessità di ricostruire i legami tra le persone.


E’ quello che dice Vendola.

Vendola interpreta il bisogno di rifondare in Italia una sinistra, senza ripercorre le vie del passato né praticare strade a tutti i costi “nuoviste” L’attuale Pd è contemporaneamente “vecchista” (nel senso che affonda le sue radici nel Novecento) e “nuovista”, nella misura in cui si muove in un vuoto di orizzonti. Con le fabbriche, invece Nichi sta provando a ricostruire una nuova idea di società a partire dalla difesa dello Stato democratico che è stato mutilato da più parti. Penso che Sel sia un luogo importante da cui portare avanti questa ricerca.

Allo stato attuale però, a fronte di una crescente visibilità (e leggibilità) della figura di Vendola, nella percezione comune rimane piuttosto oscuro il lavoro che si sta facendo dentro Sinistra e Libertà. Ai più appare come un “non ancora partito” già carico dei conflitti e delle spaccature di un vecchio partito.


I partiti, che sono nati come luoghi di solidarietà e di aggregazione sociale, sono diventati col tempo delle pure macchine elettorali, dei luoghi in cui far carriera ed esercitare la competizione al massimo grado. Sinistra e Liberta lo fa un po’ meno, se non altro per perché dispone di scarse economie, ma non è completamente estraneo a questi meccanismi. In questo senso, credo che le fabbriche siano un’esperienza positiva. Se i partiti vogliono ritrovare linfa vitale, devono cambiare modalità e lavorare alla cooperazione (altra parola importante). La cultura della non violenza che abbiamo introdotto con Fausto Bertinotti all’interno di Rifondazione, è stata una delle ultime lezioni di civiltà.

Lei è rimasto molto legato a Bertinotti...

Su di lui si sono costruite così tante immagini rovesciate! Per quanto mi riguarda, penso che Fausto sia uno degli intellettuali più raffinati che l’Italia abbia avuto, un politico in grado di rimettersi sempre in discussione. Fausto mi ha insegnato una cosa rara in politica: cioè che puoi accettare una mediazione se quella mediazione ti può servire per migliorare le condizioni di vita dei soggetti che vuoi rappresentare. Viceversa, Fausto è il più grande nemico delle mediazioni che non cambieranno mai quelle condizioni di vita.

Ma al momento di tentare la mediazione o il compromesso come vogliamo chiamarlo, non sapremo mai quale sarà la ricaduta di quel gesto nella realtà. Come si fa a determinare a priori l’effetto concreto di un accordo? Chi stabilisce se una mediazione è nobile o meschina?

Certo, non si può sapere prima. Per questo dipende dal tipo di mediazione. Faccio un esempio: bisogna andare in treno a Milano. Ecco, Fausto firmerebbe un accordo che ti fa fermare a Firenze ma non un accordo che ti fa andare a Napoli per poi arrivare a Milano.

Con Nichi, invece, siete amici fin da ragazzi....

Si, siamo tutte due di Bari e siamo nati lo stesso giorno (il 26 agosto) ma con un anno di differenza, cioè io sono nato nel ’57, lui nel ‘58. Ricordo benissimo la prima volta che lo incontrai. Io ero segretario della Fgci di Bari, lui si iscrisse ad una delle discussioni e dichiarò nel suo inconfondibile linguaggio che preferiva stare dalla parte di Solidarnosc che dalla parte della repressione di Jaruzelski. Per questo, fu pubblicamente criticato da Giorgio Amendola. All’inizio ero arrabbiato con Nichi perché per iscriversi aveva saltato tutte le burocrazie, ma poi dopo quel discorso mi fece immediatamente simpatia e presi le sue difese. A Roma, abbiamo anche vissuto nella stessa casa per tre anni.


In quella casa, ne accaddero di tutti i colori, invasioni di gatti comprese (episodio raccontato nel libro di Gian Antonio Stella)...

Si, abitavamo insieme in un appartamentovicino Ponte Lungo. Nichi stava lavorando nell’altra stanza. Io ero nella mia stanza a letto. Ad un certo punto, dalla finestra entrarono decine di gatti. Io rimasi scioccato e chiamai Nichi. Lui entrò, vide la scena, e per tutta risposta chiuse la porta a chiave. Si mi chiuse dentro con i gatti e da fuori mi urlò: “Abbaia!”. Non potendo contare sulla solidarietà di un amico, non mi restò altro che abbaiare sul serio.

Poi ci fu il viaggio a Mosca...

Erano gli anni della Perestrojka. Intervistati da Gad Lerner sull’”Espresso”, i dirigenti dell’Organizzazione Comunista Giovanile Sovietica (che di giovane non avevano niente: si aggiravano sui cinquanta sessanta anni l’uno) dichiararono che non avrebbero mai stretto la mano ad un comunista gay. Noi dovevamo andare al festival Mondiale della Gioventù Comunista e naturalmente ci organizzammo affinché Nichi fosse eletto capo della nostra delegazione. Come promesso, ci trattarono malissimo. Appena arrivati, ci divisero. Io fui mandato a Mosca, Nichi a Samarcanda, costretto a mille peripezie. Infine, ci negarono il ritorno in aereo. Quel viaggio in treno fu un incubo. Era il 1986. In Italia non ne parlò nessuno.

Di recente, lei ha raccontato al “manifesto” la morte di Benedetto Petrone, le cose che le disse prima di morire. Chi era Benedetto e perché ha tenuto questo segreto con sé tutti questi anni?

Benedetto Petrone era un giovane comunista di Bari figlio di una famiglia poverissima della Città Vecchia, che fu assassinato il 28 novembre del ’77. Aveva 18 anni, Io ne avevo 20 ed ero segretario della Fgci di Bari. Lui la mattina venne da me e mi disse che aveva paura perché aveva subito delle intimidazioni dai fascisti. Lo consigliai di non uscire dalla Città Vecchia. Fu ammazzato quello stesso pomeriggio. Ho deciso di ricordarlo solo ora perché mi sembrava una cosa troppo personale da dire. La morte di Benedetto Petrone ha fortemente segnato la vita di noi giovani comunisti a Bari. Tra questi c’era Nichi.

Che cosa rappresentano Bari e la Puglia per lei?

Io sono figli di due bidelli, che non mi hanno fatto mancare nulla ma naturalmente non rappresentavano la classe borghese. Con la città ho sempre avuto un rapporto contraddittorio. Ma le devo molto. E devo molto all’esperienza politica giovanile, perché a Bari il Pci non si confrontava tanto con la mitica classe operaia ma con i braccianti. Si formava in noi un’idea di classe, di società e di capacità umana proprio a partire dall’esperienza bracciantile pugliese. Poi sono molto legato ad alcune figure di intellettuali pugliesi. Uno di questi è Franco Cassano: trovo che la sua idea di “pensiero meridiano” sia uno dei più efficaci strumenti di critica al capitalismo contemporaneo.

E’ vero che per la politica ha rinunciato ad una carriera calcistica?

A 17 anni lavoravo nella formazione giovanile del Bari, ma poi ho voluto smettere perché ho creduto che avessero truccato una partita. In verità dopo molti anni ho scoperto che non si trattava di quello, però io allora l’ho creduto e questo mi è bastato per andarmene sdegnosamente e scegliere la politica.

Lei ha una moglie sudamericana...Dove vi siete conosciuti?

Si, la mia seconda moglie, Griselda, ci siamo conosciuti in Italia...è la donna che ha cambiato la mia vita. E nata a Buenos Aires ma vive in Italia da quando aveva 18 anni. Siamo insieme da dieci anni e le devo tutto. Ha cambiato la mia vita nel senso letterale del termine, nel senso che adesso sono più attento alle relazioni umane, al tempo che scorre. Prima ero completamente assoggettato alla politica intesa come un dover essere. Adesso mi accorgo di avere un diverso rapporto con la politica stessa. Se alzi lo sguardo sul mondo e ti accorgi della povertà della politica italiana, allora capisci che è proprio in un’altra direzione che bisogna andare.

A questo punto devo chiederglielo. Non crede che questo suo sguardo così distaccato, chiamiamolo filosofico, sul mondo, sia stato reso possibile proprio dalla caduta? Cioè che si sia potuto affermare solo nel momento in cui lei ha perso una battaglia importante?

Naturalmente, io ho fatto esperienza di quel fallimento. Ho visto tante di quelle cose inaccettabili e pesanti nella vicenda politica di Rifondazione, che mi hanno decisamente cambiato. Guardando oggi il tumulto del mio partito, non posso che sorridere.

Ma allora è stato doloroso?

Si, è stato doloroso. Ho visto l’inganno, l’ipocrisia, la falsità delle persone. Si, mi ha fatto molto male.

E cosa ha significato invece la nascita di Rifondazione?

Un momento di grande partecipazione e speranza. Dopo la Bolognina, si erano affermate due tesi: quella di chi voleva rifondare il Pci, e l’altra di chi desiderava costruire un soggetto politico che potesse mantenere aperta la strada di rifondazione culturale del Paese. Questo conflitto poi ha continuato a resistere anche dentro Rifondazione, fino alla fine. Cè chi ha sempre osteggiato il nostro progetto di innovazione e ha impedito la naturale evoluzione di un grande progetto di sinistra. Con Fausto, abbiamo tentato di ribaltare il partito e le sue istanze reazionarie come un calzino. Non ce l’abbiamo fatta. Adesso però vedo che sono ridotti a ben poca cosa.

Ha sofferto anche la perdita del ruolo?

Quello no. Io non volevo fare il segretario di Rifondazione: me l’ha chiesto Bertinotti. e io non sono mai riuscito a dire di no a Fausto. Non è il ruolo che mi manca anche se devo dire la verità: quella posizione mi dava la possibilità di esprimere le mie idee. E’ sempre più difficile trovare un luogo da cui parlare e creare forme nuove di partecipazione. Però posso dirmi fortunato. Ogni tanto vado a parlare con Fausto. Spesso vedo Nichi. Loro sono le persone con cui mi confronto meglio. Se oggi dovessi scrivere un altro libro, lo imposterei tutto sull’importanza delle relazioni umane.

Che libri sta leggendo?

Sto leggendo tre libri che in qualche modo parlano tutti della qualità delle relazioni tra le persone. Il primo è di Thomas Dumm, un sociologo americano, e si intitola Apologia della solitudine. Il secondo è di Enzo Bianchi ed è sulle beatificazioni. Sì, lo so, sembra strano ma anche quello parla delle relazioni umane. C’è tutto il discorso sulle migrazioni e sulle bestialità che in nome del cattolicesimo sono state compiute contro i migranti. Infine, l’ultimo libro di Christa Wolf, Con uno sguardo diverso, devo dire molto inquietante... E’ un libro sulla crisi del capitalismo ma è soprattutto una riflessione sull’esilio interiore. In qualche modo, io mi sento così: in esilio da me stesso.
(Pubblicato su Gli Altri)