venerdì 28 ottobre 2011

Il Valle Occupato, l'altra faccia del Grande Fratello: una Casa che narra se stessa con rabbia e utopia


All’inizio, nessuno poteva prevedere quello che sarebbe successo. La mattina del 14 giugno alle ore 9.00 settantuno lavoratrici e lavoratori dello spettacolo, occupano il Teatro Valle. E’ una giornata di sole. Un veloce giro di email e telefonate e alle ore 14 in punto molti di noi si ritrovano seduti in platea: un’agitazione bella e indistinta transita negli spazi tra le poltrone. Davanti al palcoscenico sfilano ragazze avvolte nel nero di vestiti teatrali, con fiori rossi tra i capelli. Senza microfono, annunciano una rivoluzione pacifica. A caldo, la battezziamo “la rivolta delle fanciulle in fiore”. Gli uomini in quel momento sono ancora in ombra, intimiditi dal passo guerriero e proustiano delle loro amiche. Il giorno prima avevamo vinto i referendum. C’era un clima di sospesa allegria nell’aria. L’immaginario da basso impero stava lentamente scivolando verso un nuovo punto di luce (non sapevamo ancora quanto sarebbe stato difficile liberarsi dell’osceno). “The Italian Spring” la definì “The Guardian”. In quel finale di primavera che stava entrando nell’estate, un piccolo esercito di performer - alcuni in atto, altri ancora in potenza (“Un performer è un guerriero col cuore da giovinetta”: la definizione è di Jerzy Grotowski), contribuiva a tenere accesa la fiamma della ribellione. Lo faceva col corpo. Settanta giovani corpi disseminati negli antri antichi, chiaroscurali del Valle. La fotografia era impressionante. Gli occupanti all’inizio avevano in mente un happening di tre giorni. Volevano fare rumore e chiedere aiuto. Il loro primo pensiero era: il Valle non si tocca, è il teatro di questa città, non premetteremo mai ci facciano un club privato da 400 euro a biglietto (una delle ipotesi neanche troppo fantascientifiche legate ai nomi di Baricco e al suo sponsor Farinetti). Ma le cose vanno diversamente: l’occupazione va avanti, un successo. Il ghigno iniziale di tanti che avevano scambiato la cosa per un’effervescenza giovanile, un atto carnascialesco, svanisce per trasformarsi nel classico meccanismo di invidia sociale. Si entra così nell’estate (con la punta microstorica del 15 agosto: la città in festa a via del Teatro Valle), e poi nell’autunno. Nel frattempo, a Venezia, si occupa anche il Teatro Marinoni, e le scene dell’assemblea veneziana arrivano in streaming la sera in cui a Roma Paolo Rossi gioca con i suoi giovani estemporanei allievi. Dalla platea, Rossi chiede ad un bambino: “Cos’è questa cosa magica? Chi c’è dall’altra parte del video? Chi è questa gente che lancia proclami?”. La Stanza del Marinoni entra dentro la Casa chiusa/aperta del Valle. Perché il circuito non si interrompe mai: chi guarda e chi è guardato? Di notte, il Valle addormentato è uno spettacolo che l’altra Italia, quella che non vede il Grande Fratello, vorrebbe tanto spiare. Qualcuno ci riesce anche, infilandosi di nascosto (anche se il sistema sicurezza è fenomenale). Sono decine le lettere di chi chiede: posso venire a Roma e dormire in un palchetto o in un camerino? Il Valle è una Casa molto più bella di quella del Grande Fratello. L’hanno costruita nel Settecento. Pirandello ci debuttò con “I sei personaggi in cerca d’autore”. E’ un luogo abitato da fantasmi, da tutti i personaggi che ci sono nati e qualche volta morti, vive sottotraccia una vita fatta dei fruscii dei tessuti indossati dagli attori, delle pagine di copioni mandati a memoria, di spettacolari sistemi di quinte il cui funzionamento Mauro Persichini (giovane macchinista del Valle, diventato occupante a tutti gli effetti) ha raccontato pubblicamente, quest’estate. Ai suoi corsi dicono ci fosse anche un ingegnere aerospaziale. Le maglie si allargano, a vista d’occhio. Via del Teatro Valle è diventata una strada così affollata che si è sempre a rischio di un incidente. L’altra sera è arrivata un’ambulanza, ma per chi? Non era chiaro. Forse nessuna ragazza era svenuta, forse se la stava sognando qualcuno. L’ambulanza in mezzo alla strada, con le sirene spente, la gente intorno, gli infermieri tranquilli. Chi aspettavano? Installazione dentro la performance, teatro in streaming, spettacolo a getto continuo: la vita dentro il teatro Valle riscalda il sangue, fa incontrare l’impensabile sul selciato di una strada del centro storico. Tutto vero. Nascono nuovi amori, vecchi matrimoni sono messi a dura prova. A furia di stare sempre insieme, 24 ore su 24, si diventa un po’ folli. C’è chi confessa: siamo diventati un po’ autistici, per forza... Ma ormai è una droga, un impegno, un dovere. Una responsabilità che impone di guardare avanti, con elegante ferocia: “Come è triste la prudenza!”, lo slogan del 14 giugno è ancora sospeso tra la platea e il lampadario, a mezz’aria, là dove tutto è possibile. L’utopia vive nei corpi degli occupanti, nella loro elettrica e convulsa ostinazione a cambiare il mondo. Il 15 ottobre eravamo partiti tutti con il carro del Teatro Valle Occupato. Il sole aveva acceso i corpi più del solito, spingendoli a ballare il testo di una contro-narrazione che antepone la bellezza al mercato, i draghi ribelli ai Draghi consenzienti e ipocriti. Poi in poche ore lo scenario è cambiato, a San Giovanni uomini e donne camminavano come trapassati, in silenzio, inciampando in a cartelli stradali divelti, bidoni infiammati, e l’unico atroce suono degli elicotteri ad avvolgere le nostre premature emicranie. Ma i ragazzi del Teatro Valle non si sono arresi. Hanno aspettato ore, seguendo traiettorie insensate imposte dalla sicurezza. Alla fine sono arrivati a San Giovanni in tarda serata e hanno festeggiato la rivolta pacifica, il potere liberatorio del teatro. Poi sono tornati a dormire nei loro palchi, con un senso di dannata euforia, la rabbia che cresce perché ha già il ricordo di quattro mesi sulla pelle e di un giorno di fuoco negli occhi. “Ma lo capite che cosa stiamo facendo qui dentro? La nostra rivoluzione si estenderà in tutta Italia. Non solo il Valle a Roma e il Marinoni a Venezia, poi ci saranno tante altre città, tanti altri posti occupati. Qui stiamo mettendo a punto una nuova pratica politica. Sarà un virus”: una volta Fulvio, un dei leader del movimento del Valle (nel frattempo gli uomini hanno preso coraggio e stanno uscendo fuori), aveva urlato contro degli scrittori di cui non si fidava, per sondarne la tenacia, e la passione. L’utopia trova combustibile nella pratica quotidiana dei giorni e delle notti. Sanno di essere guardati, e questo è un bene (perché rafforza il senso di responsabilità) e un male (in molti è cambiata la prossemica, il tono della voce, il modo di parlare agli altri, in qualche caso sempre più imperativo).
Curioso che nessuno sia ancora al lavoro per fare un film o un romanzo o un racconto teatrale sull’esperienza al Valle occupato. O meglio, sono tutti al lavoro, simultaneamente. L’opera la stiamo scrivendo tutti, perché vive della disamina affascinante e tumultuosa dei suoi processi. Ogni sera ci guardiamo allo specchio e ci chiediamo dove è il limite tra forza e debolezza e quanto forti bisogna essere per farla veramente, questa benedetta rivoluzione. “Per delicatezza ho perso la vita” scriveva Arthur Rimbaud. Se si vogliono cambiare le cose, non bisogna essere timidi. Ma coscienti della propria fragilità, quello sì. Presentando lo statuto della fondazione Valle alla stampa, Ugo Mattei e gli occupanti del Valle hanno raccontato come sarà bello abitare un luogo concepito come bene pubblico, in cui la capacità di decidere non è data dal danaro (ogni socio conta un voto, al di là della cifra che investe) ma dalle idee, comprese quelli del fornaio e dell’imbianchino. Ci hanno raccontato come i “comunardi” (i soci) non vogliono agire da soli, che in una logica di partecipazione e democrazia diretta tutti potranno consigliare delle modifiche allo statuto (che è pubblicato sul sito), che il modello assembleare diventa fondativo: il cittadino guarda l’occupante che gli restituisce la sua stessa immagine in una forma più nobile, meno affaticata da anni di simulazione mediatica e di asservimento alle logiche proprietarie. Gli spettatori del Grande Fratello televisivo, alla fine, che altro possono fare se non sognare di stare loro stessi nella casa a balbettare qualcosa sul nulla che rosicchia ogni giorno un pezzetto di vita? Qui, invece, si sogna di abitare la Casa del teatro per trovare tutti insieme il modo di trasformare il mondo. Fatale, irresistibile sogno. Ma poi, alla fine, fra tanto tempo, che succederà al Teatro Valle - sempre ammesso che qualcuno di più potente non divorerà a larghi bocconi il teatro con tutti i suoi sognatori che sognano di essere sognati-? Nel più dorato scenario, diventerà “un luogo dedicato alle drammaturgie italiane e contemporanee per riaprire un processo di narrazione e rappresentazione della realtà”. Questo è il punto più oscuro, rissoso, della faccenda. Un punto che si scioglierà forse solo al momento di scioglimento della Casa, quando le ragazze e i ragazzi che la abitano andranno - con una pietra nel cuore - a dormire di nuovo nelle loro case. Fino a quel momento, la realtà e la rappresentazione della realtà coincideranno con quanto avviene dentro il teatro Valle. La narrazione, almeno per ora, non può che essere auto-narrazione.
(Pubblicato su "Gli Altri")

venerdì 14 ottobre 2011

Sesso e potere: i casi Berlusconi, Marrazzo e Strauss-Kahn



Declinazioni di una relazione lunga quanto la storia dell’uomo. Sesso e Potere. Storie di amore e di violenza. Quando i protagonisti sono noti, si dicono scandali. E quando scoppia uno scandalo, le rotative si fermano per permettere alle penne migliori di fare l’elenco delle più spettacolari e rovinose cadute dei “regnanti”: per debolezza, o evidente abuso camuffato da necessità cruda del corpo. L’indignazione ci regala una smorfia sempre pronta che, al primo sguardo distratto, si tramuta subito in sorriso di levantina complicità - unita ad un farraginoso ma incontenibile senso di sollievo - per non essere noi, ma altri, i protagonisti della vicenda. Se la giornata è “uneventful” (senza eventi) come dicono gli inglesi, allora la notizia di un uomo che non ha saputo controllare i propri istinti, e di una bambolina provocante, si gonfia a dismisura, per sgonfiarsi in genere dopo pochi giorni, all’avvento di una nuova torbida scoperta. Introduciamo insieme la relazione tra potere sesso e racconto mediatico, perché il terzo elemento non fa da semplice cassa di risonanza degli altri due: fa parte di un unico corpo parlante, un piccolo mostro dalla testa voluminosa e vuota, a cui ormai non badiamo più, se non nelle ore di luna piena e di noia mortale.
Già il gesto di scrivere le due parole, “sesso” “potere”, l’una accanto all’altra, trascina simultaneamente con sé i resti cannibalici di tutti quei pasti consumati pubblicamente, tra grasse risate e pruderie voyeuristiche. Le due parole messe a dormire come sorelline sullo stesso letto, richiamano alla memoria involontaria la testatina “costume e società” dei nostri tabloid mascherati da giornali-sentinelle, la sensazione opprimente che niente c’è più da dire quando la chiacchiera mondana ha rosicchiato tutto. Come si fa a scoperchiare le tombe e pretendere che ci sia ancora qualche cosa da vedere, di quell’omicidio a luci rosse, di quel banchetto della carne su cui i riflettori sono stati così sguaiatamente accesi da rendere la scena primaria opaca e nera, più nera della notte da cui per sua natura proveniva?
Come dice Fabrizia Di Stefano, sociologa transessuale, studiosa intransigente di Lacan, e autrice di un libro importante, Il corpo senza qualità, arcipelago queer , “è un po’ difficile essere un voyeur teorico. Certe cose, o si vivono o si vedono. Altrimenti, fanno parte di una parte insondabile della sessualità difficilmente ratificabile dalla ratio” . La considerazione di Di Stefano nasceva da una recente riflessione in merito alle “confessioni” dell’ex governatore della regione Lazio, che in una inattesa intervista rilasciata a Concita De Gregorio aveva dichiarato “Avevo bisogno di suonare a quella porta e che quella porta si aprisse” . Alludeva, Marrazzo, allo scandalo che lo rese protagonista: l’incontro con una transessuale a via Gradoli che raggiunse usando la macchina della Regione, il ricatto, la vergogna, le dimissioni. Due morti legati alla vicenda (Brenda e il pusher Cafasso), l’ombra dei servizi segreti, un’inchiesta ancora in corso.
Era il mese di ottobre del 2009.
Dopo due anni esatti, Marrazzo parla di quella stanza che allora aveva rappresentato il buco nero, la voragine dentro cui un uomo pubblico era caduto: “Avevo bisogno di suonare a quella porta e che quella porta si aprisse”. Quale è la cosa che viene detta con queste scarne parole, e cosa invece non può esser detto? Veniamo a sapere che in quella stanza è facile entrare e che la abitano creature accoglienti, transessuali che avevano attratto il politico e giornalista (due poteri concentrati in un’unica persona) più “per il loro comportamento che per la loro fisicità”.
Quale piacere - o dispiacere - legato a quale precisa forma del potere sta rivelando allora questa scena? “Ciò che sfugge alla presa è l’altra scena che si apre quando quella porta si chiude e ci parla dell’incontro solitario tra i corpi – continua Di Stefano - E’ il vuoto della scena dell’incontro sessuale. Lacan lo diceva chiaramente: non c’è rapporto sessuale. Questo vuol dire che nella sessualità non c’è rapporto, ma incontro. I due godimenti stanno l’uno di fronte all’altro, disinteressati e soli” .
Questo è il dato brutale, della scena primaria. Un dato che vale per tutti. Ma in quel preciso momento del tempo. Marrazzo aveva un ruolo pubblico, oltre che una famiglia. Infatti l’ex presidente della Regione Lazio si scusa con i suoi elettori e con le sue donne. Lo fa in una maniera confessionale, drammatica, ancora vittima evidentemente di un dolore infestante e di irredimibili sensi di colpa.
Sottraendosi alla morale corrente, che legge in quelle confessioni un modo strategico per tornare in campo, oltre che una offesa alle donne “normali”, le mogli, le figlie, le madri, Lea Melandri fa una domanda spiazzante: perché Marrazzo si scusa?: “La relazione consumata fuori dalla “normalità” familiare, eterosessuale, sembra aver costretto Marrazzo a riconoscere che potere e fragilità maschile, desideri sessuali e bisogni affettivi, responsabilità pubbliche ed esperienze personali, sono meno separate di quanto si creda e si preferisca pensare ... Se c’è un errore in tutta questa vicenda, è di non aver avuto il coraggio di porre la sessualità – rapporto tra i sessi, orientamento sessuale – come questione in sé politica” .
Questo è un esempio (raro) di ragionamento che ci aiuta ad uscire fuori dalla trappola dell’indignazione (è sempre l’Altro che compie il gesto osceno, noi siamo invece morali), dal tono sarcastico e consolatorio di tanta nostra pubblicistica che non fa che vedere ladri e ballerine dappertutto tranne che nella propria stanza.
Se il caso Marrazzo immette nel discorso su sesso e potere un elemento cosciente di fragilità, l’affare Berlusconi si snoda ovviamente su un altro binario. Il nostro presidente del Consiglio non solo non si dimette né si scusa (capiamo solo nel confronto quanto le scuse pubbliche di Marrazzo in realtà siano state indispensabili a creare il solco che separa i due fenomeni), ma non fa che rappresentarsi come la vittima di un potere giudiziario smisurato e di una ossessione mediatica, avendo parzialmente anche ragione, ma ignorando l’enorme favore che il partito voyeuristico del dissenso gli ha fatto in tutto questo tempo. Pubblicare per mesi la foto della bella Ruby e delle altre ragazze coinvolte nello scandalo, insistere maniacalmente su ogni dettaglio sessuale, solleticare il piacere morboso di spiare dentro le stanze del potere, non aiuta il processo di liberazione morale e intellettuale: ci costringe, al contrario, a galleggiare, impotenti, nel torbido. Questo non vuol dire che l’affare Berlusconi, in virtù della carica istituzionale e politica che riveste, non sia anche affare nostro, certo che lo è. Ma perché giocare una battaglia di narcisismi riflessi allo specchio, se non serve al mantenimento delle forme ibride del potere che sul sesso e la sessualizzazione della notizia giocano le loro partite quotidiane? I modi del racconto, l’uso della parole e dell’immagine, il tono esasperato, indignato, o pacato, della ricostruzione (politica e analitica) possono svolgere un ruolo determinante nell’ascesa o nella caduta del nostro Ubu Re.
In un certo senso, Berlusconi non esiste. O meglio, esiste un corpo sociale, un dispositivo psicologico che lo ha partorito. Esiste una domanda collettiva di incoscienza e incolumità. Esiste la garanzia che nessuno ci punisca se si tocca il culo alle donne o o si fa cucù a un capo di Stato.
Mentre lo impalano e lo additano come esempio di vergogna sociale, tutti ci invidiano un po’ Berlusconi. Perché nessuno si è spinto “fino a questo punto” senza farsi mai male. Tutto ciò è stato possibile perché, semplicemente, Berlusconi, non porta con sé un corpo reale, capace di soffrire e di provare dolore o vergogna, ma un corpo-monstre.
Questo è Berlusconi. Ora, quale potere sessuale incarna un uomo così? E’ un potere che veramente possiamo dire “maschile” e “patriarcale”?.
Voglio citare ancora una volta Lea Melandri, che identifica in Berlusconi l’esempio di un processo di femminilizzazione della politica. “Il tratto esibito di seduttore sedotto – dalla propria immagine, dal riflesso che ne mandano i volti plaudenti dei suoi estimatori – lo avvicina alla figura, accattivante per entrambi i sessi, di una mascolinità che non sdegna inclinazioni femminili, che alla prova muscolare preferisce l’abbellimento, alla voce imperiosa la battuta di spirito e l’allusione malinconica o il gesto impertinente dell’eterno fanciullo” .
La messa in scena di corpi immolati all’altare di un “papi” che si abbellisce e ride, in modo da confondere i ruoli e il confine tra attività e passività, non equivale alla rappresentazione di un potere fortemente sessuato e maschile. Al contrario, instaura un regime in cui la legge del Padre cade, e con essa la legge del desiderio. Nella sua rilettura del fenomeno Berlusconi, lo psicoanalista Massimo Recalcati scrive della fine del Padre e di un certo modo di intendere i rapporti tra sesso e politica. “Mentre l’epoca dominata da figure come quelle di De Gasperi e Berlinguer appariva caratterizzata da una tensione etica tra Legge e Godimento, ancora edipica (si pensi solo alla politica dell’austerità teorizzata negli anni Settanta da Berlinguer), l’azione di Berlusconi appare completamente svincolata da questo dissidio. Non c’è vergogna, senso di colpa, senso del limite, perché il luogo della Legge coincide con quella del Godimento” .
Se, nei due opposti versanti, Marrazzo e Berlusconi rappresentano, nella loro differente ma speculare declinazione della relazione tra sesso e potere, un movimento inedito di femminilizzazione della politica (e in questo senso l’Italia offre, a sua insaputa, un nuovo modello simbolico nei rapporti tra pubblico e privato), il caso Strauss Kahn si salda invece su un vecchio sistema che sancisce la pretesa del padre-marito di affermare la sua legittima aspirazione alla proprietà dei corpi.
Un po' diversa dalle “schiave radiose” di Berlusconi (la felice intuizione è ancora di Lea Melandri),
“Nafi” Diallo, la trentaduenne cameriera del Sofitel Hotel di New York, porta nel proprio volto e nalla propria storia la cupezza di una storia che parte dalla lontana Guinea e che si sviluppa in quella zona di confine tra “dentro” o “fuori” - “lavoratrice precaria americana” o “immigrata clandestina” - che rende l’archiviazione del caso quanto meno problematica.
Qui stiamo parlando di uno degli uomini più potenti del mondo. Il presidente del Fondo Monetario Internazionale non può subire processi, non può essere messo in ridicolo, non può cadere per una storiella di sesso (rubato o consenziente che sia). E’ questa la morale che si è affermata in merito al caso Strauss Kahn. E se è vero che il suo arresto, per le modalità spettacolari con cui si è svolto, ha violato qualsiasi principio garantista, è altrettanto legittimo porsi delle domande in merito alla veloce archiviazione del caso.
“La parola di una donna nera, immigrata, socialmente disagiata, viene valutata con gli stessi criteri di quella di un uomo bianco, potente, ricco, prestigioso con al fianco una moglie bianca, potente, ricca e prestigiosa come Anne Sinclair, che non esce da questa vicenda meglio di suo marito?” si chiede Ida Dominjanni (intitolando il suo pezzo “Il caso non è chiuso” ). La risposta, naturalmente, è no.
Ma chi avrebbe interesse a riaprire un caso come questo? A chi conviene guardare nelle viscere dei poteri forti? Nell’intervista rilasciata a “Newsweek”, Diallo descrive il comportamento animalesco di un uomo che non riesce a controllarsi, “uno scimpanzè in calore”, descrizione che coincide con quella di alcune donne ritenute più attendibili della cameriera afro-americana. Il dna si è rivelato essere quello di Strauss Kahn, ma sembrerebbe che il rapporto fosse consensuale e non rubato, e che fosse addirittura stato consumato la sera prima. Non sono pochi i punti oscuri della vicenda, che evidentemente è stata chiusa con troppa fretta. La sintesi a cui si è arrivati è la seguente: questa serva è una bugiarda. L’inattendibilità della donna, la sua “coazione” a mentire, sarebbe fondata su una serie di racconti falsi che la giovane immigrata ha fatto in vari momenti del tempo, nel corso di quegli interminabili passaggi identitari che significano essenzialmente ricerca di una cittadinanza e di un lavoro, e che chiunque abbia vissuto in America sa quanto siano surreali e dolorosi. La frase che non a caso Diallo ripete ossessivamente è “Ho paura di essere cacciata via, ho paura di perdere il lavoro”.
“E’ possibile che Diallo sia una donna che è vissuta per alcuni anni ai margini della società, nella comunità di creature semi-illegali che popolano il Bronx, e che sia in amicizia con dubbi personaggi e mezzi artisti che tentano di sopravvivere in questo paese. Ma questo non preclude il fatto che lei sia stata vittima di un predatore, di un uomo potente. Né significa che lei stia tentando di guadagnare da questa situazione”. E’ l’onesta sintesi che hanno fatto i due giornalisti di “Newsweek”, Christophert Dickey e John Solomon, dopo avere incontrato Diallo e aver registrato in maniera puntuale il suo sconvolgente racconto .
Sul tavolo anatomico di questa scena che già nessuno vuole vedere più e che nell’immaginario collettivo è stata archiviata come errore giudiziario, tentativo di una serva di ricattare un padrone, osserviamo i resti di un massacro. Un banchetto a cui hanno partecipato gli uomini più potenti di questa terra e la moglie stessa di Strauss-Khan, Anne Sinclair, perfetta first lady in un impero che si fonda su una triplice alleanza: potere politico/finanziario, potere mediatico (Anne Sinclair è stata una delle più venerate star della tv francese) e potere intellettuale.
All’indomani dell’arresto di Strauss-Khan, il filosofo francese Bernard Henry Lévy giurava e tuonava a mezzo stampa (internazionale) in merito alla rispettabilità del suo amico Dominique Strauss-Kahn, usando come prove d’innocenza gli stessi strumenti del potere. In poche parole, il discorso era: può il futuro presidente di Francia essere trattato come un delinquente comune? Come si fa a non aver rispetto della sua legittima moglie, “ammirevole per amore e coraggio”? Che male c’è ad essere “uno charmeur, amico delle donne” ? Come vi permettete voi tutti - americani, oppositori politici, gente di classe sociale inferiore - di giudicare un re che sta dalla parte buona (la sinistra) del mondo? Il discorso di classe emergeva, d’altro canto, già dalle prime dichiarazioni di William Taylor, l’avvocato di Strauss Kahn, quando bollò la vicenda come “street theatre”, teatro di strada.
Il drammaturgo Neil Labute debuttò al cinema nel 1997 con un film bello e scabroso. Si intitolava “The company of men” (titolo italiano “La società degli uomini”), e raccontava il cinismo di una società maschile compattatta contro una donna sordomuta su cui si esercitava violenza sessuale e psicologica. “Let’s hurt somebody”, “Feriamo qualcuno” era la loro parola d’ordine. Vale la pena di andarselo a rivedere, quel film, magari lo stesso giorno in cui nel buio di una sala cinematografica capiremo, attraverso gli occhi di un sensibile e corrosivo George Clooney (ne Le idi di marzo la donna violata si suicida), di cosa sono veramente capaci gli uomini quando la posta in gioco è il governo assoluto delle anime.

(Pubblicato su ALTERNATIVE PER IL SOCIALISMO, ottobre-novembre 2011)

venerdì 7 ottobre 2011

Luca Ronconi: "Con il lavoro del teatro ho sconfitto la mia fragilità"


Viaggio nel bianco. La luce delle colline umbre. Le pareti di Santa Cristina (Gubbio), il centro di alta formazione teatrale diretto da Luca Ronconi che sembra costruito in Nord Europa. Il silenzio e le parole. Quelle che passano, sottili, come manufatti preziosi, dal maestro agli allievi dell’Accademia d’Arte Drammatica, e che si sciolgono attorno ai dialoghi del Pilade (di Pasolini) e dei Sei personaggi in cerca d’autore (di Pirandello). Dopo la prova aperta al pubblico, si cena tutti insieme. Il cuoco, che è moldavo, cucina cose fantasiose. Alla fine, i ragazzi fanno un’imitazione di una scena inventata: il loro direttore Lorenzo Salveti che dice ad un giovane Massimo Popolizio: tu non sai recitare i pensieri, vuol dire che non reciterai mai con Ronconi. Ronconi sta passando proprio in quel momento per andare a dormire. I ragazzi si intimidiscono e cambiano discorso, ma lui sorride. Un maestro più benevolo di così. Si, ma è pur sempre Ronconi. Già, è pur sempre Ronconi, Me lo ripeto anche io l’indomani, prima di questa intervista. Il regista (e direttore di stabili: l’ultimo è il Piccolo di Milano) che ha attraversato l’ultimo mezzo secolo di storia teatrale con opere colossali. Un serio filologo della scena. Un intellettuale che fa un teatro di grandi macchine. Un maestro troppo venerato o troppo detestato. Per alcuni, un mito. Per altri, uno scialacquatore di soldi pubblici. Esiste l’aggettivo “ronconiano” per dire una certa maniera di recitare, ricostruire il mondo sul palco, esagerare. Esiste “ronconiano” come esiste l’aggettivo “viscontiano”. Un po’ di soggezione la mette per forza. Ma poi scopri che ad essere intimidito dalla forma-intervista è lui: “Vede, io la ringrazio, ma la cosa che mi fa meno piacere al mondo è rendermi visibile”. Ronconi è un uomo timido che ha bisogno di tempo per dire quello che deve dire. Questo il significato della sua leggera afasia, della sua parola piana, di suono diffuso. Un suono bianco.


Lei definisce questo luogo un luogo di libertà creativa dove si può fare quello che altrove è impensabile fare.

Questa era una fattoria disabitata, confinante con la mia casa, dove continuo a stare quando non lavoro. In questa forma che lei vede, la struttura esiste da sei anni. E’ confortevole ed entusiasmante lavorare qui. Anche se per i ragazzi è tutt’altro che una vacanza. Ma abbiamo il tempo dalla nostra parte, il tempo della ricerca.


Durante le prove, lei incoraggiava agli allievi ad andare in una direzione anti-sentimentale e anti-psicologica, per incontrare l’altro - e non se stessi - inseguendo la traccia di una logica “cosale”, “oggettiva”, della scena.

Certo, bisogna cercare la logica della scena se c’è la logica della scena. E questo è chiarissimo con Pirandello. Ma se poi affrontiamo il “Pilade”, che è un testo di un impegno civile fortissimo, non possiamo non constatare quanto un discorso civile debba essere assimilato in termini anche di conoscenza e non soltanto di partecipazione generica o sentimentali. Non c’è nessuno che non si dichiari democratico, ma nel momento in cui si parla di democrazia pochissimi sanno quali possono essere le ragioni, i rischi e le coordinate di un fenomeno così importante.

Torna spesso sul “Pilade” e in generale su Pasolini...

Si, “Pilade” l’avevo fatto già a Torino con altri giovani attori, perché è un testo che chiama a sé proprio la giovinezza. Comunque, il teatro di Pasolini l’ho fatto quasi tutto a “Affabulazione” a “Calderon”...Quest’anno avrei voluto fare come clou della stagione del Piccolo un’edizione integrale di “Petrolio” ma gli eredi non mi hanno concesso i diritti.

Con quale motivazione?

Questo bisogna chiederlo agli eredi.

Negli “Appunti per un’Orestiade africana”, Pasolini andava interrogando i volti dei giovani nelle università africane per trovare il nuovo Oreste. Lei dove lo trova Pilade tra i volti e le storie dei nostri contemporanei?

Non è facile, perché il “Pilade” come tante altre opere di Pasolini, è insieme una riflessione su se stesso (una specie di autobiografia intellettuale e personale), e un dramma civile. Ed è difficile scindere i due aspetti. Dovendo fare un film, Pasolini cerca un volto. Per fare bene Pilade a teatro oggi, bisognerebbe trovare non tanto qualcuno che corrisponda, ma qualcuno che possa avere la curiosità di arrivare a conoscere profondamente quei temi. Quando parlo della tendenza di tanti giovani a parlare solo di se stessi, parlo della loro tendenza ad auto-rappresentarsi più che a conoscersi. La chiamata del Pilade va proprio nella direzione della conoscenza di sé.

Stiamo parlando della scissione tra ragione e autobiografia della carne. A questo proposito, possiamo dire che lei è arrivato a 78 anni mantenendo sempre uno straordinario, e rispettabile, riserbo sulla sua vita. Ma ci sono stati momenti in cui un amore, un abbandono, una ferita, un fatto improvviso, hanno incrinato le sue certezze e rischiato di sabotare la creazione stessa?

Non è facile rispondere a questa domanda. La mia vita è stata molto lunga e il sabotaggio invece è stato molto precoce. Se devo pensare ad un momento particolare della mia vita in cui qualcosa che è successo (e che non so neanche che cosa sia) ha rischiato di lavorare in senso distruttivo, allora devo pensare alla mia adolescenza, la mia primissima giovinezza, a Roma. Da quando ho affrontato il lavoro teatrale, il fantasma della distruzione non si è più presentato. In realtà io sapevo già da bambino che avrei fatto teatro, avevo delle precise premonizioni in questo senso, ma gli anni dell’adolescenza sono stati più tormentati, difficili. Anche dopo i vent’anni ho avuto degli sbandamenti, e so di essere anche molto vulnerabile, ma a quel punto ci avevo fatto il callo.


Come sceglie un testo?

Io ho messo in scena di tutto, dalla tragedia greca a Pirandello, da un romanzo a un articolo di giornale. Mi piace pensare al teatro come un’attività onnivora, che può alimentarsi di un’infinità dei materiali, senza obbligatoriamente consumare quello che è pronto per essere consumato teatralmente. Quest’attività onnivora è la mia: ho avuto un’adolescenza molto vorace di letture.

Nella sua casa paterna c’era una importante biblioteca?

Si, ma era la biblioteca di mia madre.

Chi erano i suoi genitori?

Mio padre non l’ho praticamente mai visto perché se ne è andato quando io avevo due anni, ha vissuto all’estero ed è morto quando io ne avevo dieci. Mia madre era un insegnante di lettere e a casa c’erano tanti libri. Io leggevo, leggevo, leggevo.... Questa era la mia attività da ragazzo. Leggevo quello che capivo e anche quello che non capivo.

In effetti, assistere ai suoi spettacoli, di qualunque genere essi siano, è come leggere un libro di capacità volumetriche. Lo spettatore si muove negli spazi d’aria tra le parole.

A me piace immaginare lo spettatore come un lettore, e questo mi ha procurato anche parecchie difficoltà e diversi attriti. Il teatro non deve essere una cosa coercitiva. A partire dall’ Orlando Furioso, che era proprio un attestato della libertà del pubblico, il teatro che ho fatto dopo è stato un tentativo non sempre riuscito e quasi mai riconosciuto di mantenere quel tipo di libertà di fronte all’opera. Non mi riferisco alla mobilità fisica, ma alla mobilità mentale.

Lei è un analogico o un digitale?

Il computer non ce l’ho, e neanche il cellulare. Quando scrivo, scrivo a mano, ma scrivo pochissimo, pochi appunti sintetici o qualche schizzo.


Non abita a Roma da tanti anni. Ma quale è la traccia della romanità che ancora le abita dentro?

Quando parlo con gli allievi, mi esprimo in romano. Gli esempi che faccio, le analogie che trovo, vengono da lì. Fondamentalmente, penso in un modo scanzonato.

Come è invece la sua Milano?

Nel mio caso, è difficile prescindere dalla memoria che si ha dei luoghi e delle persone. Quando parlo di Milano, è la Milano che ho conosciuto negli anni Sessanta, e poi negli anni Settanta e Ottanta, la Milano che non ho mai frequentato negli anni Novanta (perché stavo a Torino e a Roma), e infine la Milano in cui mi sono ritrovato negli ultimi dieci anni.

Quale è oggi il compito fondamentale di Pisapia?

Pisapia sindaco di Milano è l’occasione che la città aspettava da anni per cercare di ricostituire quel tessuto reale, serio, fondativo, che era stato distrutto da un’idea di immagine appiccicaticcia e consolatoria. Per Pisapia, è una grande responsabilità. Non sarà facile. E qui ci torna utile proprio il “Pilade”, dove Pasolini parla dei pericoli e dei rischi del consenso, della necessità del consenso in democrazia.

Non le sembra che Nichi Vendola abbia dei tratti che lo imparenta a Pilade: la differenza e il senso dell’amicizia, per esempio?

Si, sono d’accordo. L’amicizia, l’affettività, la spinta all’utopia. E una specie di naturale ingenuità, che può essere anche una forza.


Come vive lei i rapporti d’amicizia?

Nelle mie amicizie e nei miei affetti sono sempre stato costante. Viceversa, mi è venuta a mancare qualche volta la fedeltà. Essere costanti è meno difficile che essere fedeli, perché riguarda esclusivamente noi. E’ un fatto psicologico, non è un fatto relazionale.


Quante ore lavora al giorno?

Fino a tre anni fa, lavoravo dalle dieci alle dodici ore al giorno. Adesso non posso più, ma quando non devo fare le mie cure, sono all’opera.

Non si stanca mai?

Il teatro l’ho sempre pensato come un lavoro. E’ il mio lavoro. Se sono con gli attori, cerco di essere utile agli attori. Se scelgo un testo, penso che possa essere utile agli spettatori conoscere quel testo. E’ così che mi oriento. Mi reputo un intermediario tra il pubblico e il testo. Non può non esserci un mio filtro, ma cerco di essere ogni volta il più possibile oggettivo. Per me il teatro non è creazione, non è invenzione, ma operatività. Questo mi dà equilibrio, mi fa star bene, mi toglie dalle fluttuazioni del successo-insuccesso.

Diceva Pasolini che la più grande tragedia che possa capitare ad un essere umano è un grande successo.
Se hai il successo e hai paura di perderlo, stai male. Se non ce l’hai, soffri ugualmente. Io ho avuto una lunga vita professionale. In certi momenti ho avuto grandi successi, in altri non ne ho avuti per niente. Ho avuto dei periodi in cui dominava un sentimento di insofferenza nei miei confronti. Ma questa insofferenza che sentivo non mi ha demolito. Metto sempre tutto in conto e affronto tutte le conseguenze possibili perché il mio vero rapporto è con il lavoro. Mi piace. So che lo so fare. So che lo so comunicare. E soprattutto so comunicare il piacere di lavorare, e non l’esteriorità, la fama, la visibilità.

Come vive il fatto di essere, che lei lo voglia o no, un monumento (anche controverso) del teatro italiano?

Lo vivo con ironia. Guai a non essere ironici con se stessi.

L’ho sempre pensato: è l’umorismo alla fine che ci salverà.

Personalmente, mi ha salvato....

Quante lingue conosce?

Adesso una sola, che è il francese. Da bambino, parlavo benissimo il tedesco perché ho fatto qualche anno in un collegio in Svizzera, ma l’ho dimenticato. Caparbiamente, l’inglese non l’ho voluto mai imparare. Fa parte delle rinunce della mia vita. Vuole sapere quali sono le altre?

Si, lo voglio sapere.

Una è l’inglese, un’altra è il computer (perché sono troppo vecchio). Un’altra ancora è il cinema, cioè fare un film: mi sono sentito sempre inadeguato ad affrontare l’esperienza cinematografica,. L’ultima rinuncia è l’orologio. Non l’ho mai portato. Però sono la persona più puntuale del mondo.

A proposito della lingua straniera, mi viene in mente il flusso della lingua inglese che lei decise di usare in “Lolita”, facendo doppiare a Galatea Ranzi la giovane Elif Mangold che recitava le battute della sceneggiatura originale...

Il fascino di “Lolita” è che c’è la storia d’amore ma anche l’innamoramento di uno scrittore per una lingua non sua. Lo spessore del libro è in questo. E’ una storia d’amore che è metafora di un’altra storia.


Emanuele Severino, che a ottant’anni ha appena scritto una autobiografia, dice che i ricordi sono falsi...

Falsi, falsissimi. Nel corso di un dibattito, mi capitò di parlare del mio primo spettacolo. Io feci un racconto molto dettagliato dicendo che avevo incontrato Luigi Squarzina alla Biblioteca Nazionale di Roma e che non gli avevo detto di aver fatto l’Accademia d’Arte Drammatica. Squarzina rispose dicendo che non era vero niente, che la biblioteca sì c’era ma non era quella e che la cosa andò in tutt’altro modo. Detto questo, penso che sia una fortuna che nel funzionamento della memoria ci sia una protezione selettiva.

Il lavoro sui “Sei personaggi in cerca d’autore” che si sta facendo qui a Santa Cristina porterà ad un debutto la prossima estate a Spoleto. Quello che vediamo attualmente è una stanza bianca, disadorna, una vita creaturale, niente metateatro. E’ un Pirandello sguarnito di tutta la cerebralità?

L’obiettivo è quello di portare in scena contemporaneamente l’esistenza quasi abortiva, fetale, di alcune figure, e di sottolineare il loro seme, che è provinciale, italiano, anzi italiota. E’ come se l’autore rivestisse certe figure reali di panni finti. Questo è un punto. L’altro punto è che l’esperienza teatrale è labile, perché è l’incontro di due mondi fantasmatici, quello teatrale che è votato ad una rappresentazione che non si riesce a fare, e quello dell’autore.

Lei veste spesso di bianco e questo posto è avvolto nel bianco, a cominciare dalle pareti....

Il bianco attira tutti i colori. Qui la sera diventa rosa, la mattina è arancione, d’inverno è grigio e azzurrino....Quando passa la luce in mezzo agli alberi, tutto diventa verde.

Cosa pensa dell’occupazione del Valle?

Mi sembra una cosa necessaria. Non ci sono andato finora perché qualcuno mi ha detto che lì mi vogliono morto.

E se gli occupanti le chiedessero invece di andare a parlare con loro e con la città?

Compatibilmente con i miei problemi (i miei infermieri sono a Perugia o a Milano), si, mi piacerebbe un pomeriggio andare a Roma per fare una chiacchierata con questi ragazzi, ma una conversazione tranquilla, ecco una cosa così come la stiamo facendo io e lei adesso...

(Pubblicato su "Gli Altri" del 7 ottobre 2011)

lunedì 3 ottobre 2011

Elogio della caduta: da Camus a Philip Roth


Se non ci fossero i falliti, non esisterebbe la letteratura. E se è vero che, come sosteneva Borges, certe cose le può dire solo la letteratura, allora è anche vero che queste “certe cose” sono difficili da dire, perché raccontano quello che non vorremmo mai che accadesse a noi e che invece regolarmente accadrà, almeno una volta nella vita. Queste “certe cose” hanno a che fare con la verità, con ciò che per sua natura è, appunto, indicibile. Ma chi ha il coraggio di andare così vicino alla zona che ci procurerà così tanto dolore? Chi, nella posizione del regnante o del vassallo del regnante, e alla fine anche di un uomo qualunque a cui piace l’idea di “riuscire nella vita”, ha desiderio di scoprire di che pasta siamo fatti veramente? Bisogna per forza che accada un fatto tragico, per cercare un isolamento e arrivare a capirci qualcosa. Senza l’”occasione” di un fallimento o di una sconfitta, nessuno di noi si mette a trafficare spontaneamente con concetti come “responsabilità” e “dolore”. E per fare esperienza del fallimento o della sconfitta, è indispensabile accettare che si può, semplicemente, cadere. Ora, cadere può significare, come accadeva da bambini, sbucciarsi solo le ginocchia, ma può anche voler dire non rialzarsi più. Dipende dal fragore o dal peso del corpo che cade, ma dipende anche dalla prontezza della reazione, dal lampo di consapevolezza che il film della nostra vita, scorrendo ora all’incontrario, ci darà in consegna. Normalmente, si ha orrore della caduta, la si evita con tutti i mezzi di cartone e plastica che, alla men peggio, ci siamo procurati correndo. Si legge e si dimentica. Come si vive e si dimentica. Oppure, si legge, si comprende anche ma si fa finta di credere che quella faccenda riguardi qualcun altro, un personaggio fittizio a cui è capitato di finire in disgrazia. I protagonisti dei grandi romanzi sono necessariamente degli uomini caduti, individui persi, ammalati, figure che hanno cambiato il corso della loro vita in seguito all’irruzione di un fatto imprevisto. Noi continuiamo ad appassionarci alle loro storie, ma come se non ci riguardassero. Non dovrebbero, invece, certi libri di Philip Roth e Don De Lillo (solo per fare due esempi di letteratura contemporanea fondativa della crisi) scuoterci nelle fondamenta? Non dovrebbe la vicenda di Seymour “lo svedese”, il padre biondo e sportivo di Pastorale americana (di Philip Roth) travolto dall’incontro con la rabbiosa fragilità di una figlia illeggibile e indicibile, procurarci un moto irreversibile di comprensione del valore del fallimento? Un essere umano può, come il protagonista di Homo Faber di Max Frisch, passare una vita intera nel mito della fabbricazione del futuro, venerando solo la ragione e cercando di mettere una distanza continentale tra sé e il proprio passato, ma poi accadrà, come nelle tragedie greche, che si innamorerà di una donna senza sapere che questa giovane donna è la propria figlia. A quel punto fallirà nella costruzione dell’”homo faber”, lasciando a noi che leggiamo la possibilità di accettarci come “homo sapiens” soggetto per sua natura a caduta.
Nelle pagine di questo numero di “Queer” si parla del valore semantico del fallimento. Albert Camus le ha dedicato molti capitoli della sua opera e un testo in particolare. La caduta è stato scritto nel lontano 1956, e da allora è stato stampato e ristampato mille volte, esistono varie traduzioni italiane tra cui un tascabile Bompiani del costo di soli 7 euro. Ora, basterebbe investire questa manciata di euro per capire quale occasione si offre ad un uomo in caduta. Il protagonista del romanzo-monologo di Camus è un ex avvocato parigino che abbandona la sua professione per aprire a Mexico City, nel quartiere dei marinai, un irreale ufficio di “giudice-penitente“. Costretto a confessare in pubblico la propria abiezione umana, l’ex professionista vorrebbe ottenere dai suoi avventori analoghe confessioni che consentano, una volta che l’anima è purificata, di nuovamente giudicare e nuovamente ferire.
Al di là della morale finale, che pare essere senza scampo (l’istinto istrionico dell’uomo lo porterà ad escogitare sempre nuovi modi per auto-assolversi), sono contenuti nell’opera dei passi di crudelissima e non sviabile verità che la nostra classe dirigente - e anche la classe opponente - , ma alla fine tutti, dovrebbero andarsi a rileggere. Potrebbero, gli uscenti e gli entranti, prendere per esempio qualche appunto su quello che significa credersi superiori agli altri esseri umani. “Avevo avuto natali onesti ma oscuri, e tuttavia certe mattine mi sentivo figlio di re o roveto ardente...A furia d’essere vittorioso, io mi sentivo, esito a confessarlo, prescelto”.
Avendo perso il potere, si avrebbe finalmente l’occasione di sottolineare e imparare a memoria questa verità sul potere: “Ogni uomo intelligente sogna di essere un gangster e di regnare sulla società con la sola violenza. Siccome non è facile come si potrebbe pensare leggendo i romanzi specializzati, ci si affida alla politica e si ricorre al partito più crudele”.
Avendo finalmente il tempo a disposizione per riflettere un poco, si concorderà con il nostro avvocato di Parigi che la maggior parte dei nobili sentimenti esibiti non sono altro che paccottiglia ad uso auto-propagandistico: “Guerra, suicidio, amore, miseria: costretto dalle circostanze, vi prestavo attenzione, ma in maniera superficiale. A volte facevo finta di appassionarmi ad una causa non quotidiana. Ma partecipavo solo quando la mia libertà veniva contrastava. Tutto in me scivolava”.
E’ chiaro che questi ragionamenti possono più facilmente affiorare nel momento del crepuscolo. Sarebbe bello, però, non dover per forza arrivare alla terrifica “caduta degli dèi” per comprendere come questi dèi sempre vittoriosi non esistono, e che esistono solo gli esseri umani in caduta libera.

(pubblicato su "Gli Altri", all'interno del Queer dedicato al fallimento, che continee un bellissimo articolo di Massimo Recalcati)