sabato 28 maggio 2011

Ecco la mossa del cavallo: contaminazione, anomalia eccentricità...Diagnosi del voto. A colloquio con Fausto Bertinotti


Contaminazione. Eccentricità. Anomalia. Azzardo dell’immaginario. Non sono le linee artistiche della Biennale Arte di Venezia (che, al contrario, versa nel più totale immobilismo, offrendo lo scenario desolante di un equilibrismo tattico), ma le parole chiave di Fausto Bertinotti, chiamato a diagnosticare i sintomi di salute e malattia del corpo-Italia. Quello che l’arte non può più, assediata da un male oscuro che divora i suoi centri di potere, tenta paradossalmente la politica, ipotizzando uno strano interessante incrocio tra quello che è stato (molto tempo fa) e quello che potrebbe essere, in forme inusuali. Un’ampia alleanza di sinistra è chiamata a raccogliere ed elaborare in modo rivoltoso le parole che la gente si dice una volta che è salita su questo “tram chiamato desiderio”, con il quale ha attraversato alcuni centri nevralgici del paese, colmando in poche ore il deserto di realtà che ci aveva portato a stare per troppo tempo cupi e a testa bassa.
I segnali sono sismici. Elettrizzanti. Se solo ci fosse un’intera, plurale area disposta a dismettere la vecchia giacca del funzionario di partito per fare un lavoro in grande. Lo diceva Shakespeare: “Essere pronti è tutto”. Ma non basta dirlo. Bisogna farlo, poi. E per farlo, è necessario capire bene cosa va infilato nella borsa degli attrezzi e quale strada prendere, una volta che, a Milano, a Napoli, a Cagliari, a Bologna e a Torino siamo usciti di nuovo per strada per dire si (già, proprio per dire sì, e non un altro estenuante no).


Nel giro di pochi giorni è cambiato il nostro vocabolario e il sangue è tornato a scorrere nelle vene. Bertinotti, secondo lei cosa ci dice il voto amministrativo del 15 maggio e cosa dobbiamo aspettarci, a poche ore dai ballottaggi?

Per fortuna, la politica è oltre il prevedibile, e anzi quello che le sarebbe richiesto è proprio di fare i conti con l’imprevisto. Ecco, bisognerà vedere se sapremo farci i conti. E’ chiaro che l’imprevisto, in questo momento preciso, porta con sé il vento di una propulsione al mutamento.

Un vento che viene dal Nord?

In realtà è un vento del Sud. O meglio. E’ un vento del Nord, ma non del Nord Europa, semmai del Nord Africa.

Vaglielo a spiegare ai milanesi che quella che stanno azionando è una macchina del vento africana....

Non sarà difficile da spiegare a nessuno quello che è accaduto: esplode una generazione con forti motivazioni politico-sociali (disoccupazione, precariato, povertà, frantumazione dei lavori), ma inedite, non del tutto analizzabili in chiave economicistica. Le rivolte in Africa, l’occupazione di Plaza del Sol a Madrid, il voto dei giovani a Milano, esprimovono un nuovo flusso di energia e di proposta immaginativa che muovono dall’indignazione ma vanno oltre.

Il senso di de-realizzazione è stato forte in questi ultimi anni, inquinando ogni possibilità di azione. Anche a sinistra ci siamo limitati a dire debolmente qualcosa “contro”, ma in maniera “mortale”, senza sentirci veramente chiamati in causa. Per caso, siamo di nuovo vivi?

Se guardiamo con questi nuovi occhi quello che è accaduto ultimamente in Italia, allora ci spieghiamo certi fenomeni che sembravano parcellizzati: gli operai sui tralicci, la lotta per la difesa di un bene comune come l’acqua, la discesa in campo durante lo sciopero generale dei lavoratori del commercio....Abbiamo ripreso a rivoltarci, a far sentire la necessità della vita.


E’ meglio usare una certa cautela prima di esprimersi sul risultato finale ma indubbiamente il 48 per cento di Pisapia delinea la possibilità di uno spostamento sismico, dopo tanti anni. I toni accesi e scorretti dell’avversaria Letizia Moratti (che poi ha fatto anche un mea culpa) hanno sicuramente influenzato ma non è l’unico dato....

Si registra un generale spiazzamento della politica tradizionale, in termini di energia e di consenso. Si potrebbe chiamare “la mossa del cavallo”. Dire che la dialettica tradizionale tra i partiti è in crisi, è insufficiente. Sono diventati dei corpi separati dalla società, al punto che la società ha accumulato un astio nei loro confronti. Allora la mossa del cavallo sta nell’uscire da quel perimetro di una politica tradizionale che si è andata progressivamente sclerotizzando e separando. In linea di massima, le candidature eccentriche, o anomale (per usare un’espressione di Ritanna Armeni), hanno trovato consenso. Proprio lo stare fuori da questo centro (non solo il centro in senso stretto, ma il centro delle relazioni tra i partiti) determina quello che Gramsci chiamava la connessione sentimentale con il popolo. Con il voto di Milano, non solo è naufragato il tentativo orribile della Moratti di sporcare l’immagine del suo avversario, ma è stato messo in scacco il tradizionale gioco tra i partiti.

Il “mostro” di cui parliamo però è duro a sparire così, bisognerà lottare strenuamente per estirparlo. Si camuffa benissimo e può anche avere un aspetto loquace e seduttivo...

Questo è vero. Ho sentito, per esempio, in questi giorni, vecchi esponenti del Pd commentare il voto usando schemi dialettici di vecchio stampo. Noi ci aspettiamo che non vinca il vecchio ragionamento che imporrebbe di cooptare alle proprie logiche e alle proprie strutture coloro che hanno vinto, ma ci auguriamo che avvenga esattamente il contrario. Oggi chi sta fuori è vincente.

Finché sta tra fuori e dentro, sulla soglia, finché è nel movimento verso...Ma poi? Diceva Doris Lessing: “Il coro dei morti, i pensieri secchi, non esisterebbero d’altro canto senza germogli di vita fresca che a loro volta si trasformano in poco tempo in piante morte e senza linfa”...

Sì, certo, è possibile che l’esercito torni ad avere un ruolo preminente in Nord Africa, può essere che la rivolta a Madrid finisca nel nulla, può darsi che in Italia il vento smetta presto di soffiare, ma sarebbe una crisi irreparabile per la democrazia.

Cosa dovrebbe fare il Pd? Cosa ci aspettiamo che faccia e cosa gli proponiamo?

Io continuo a pensare che la soluzione sia di fare entrare il principio di contaminazione nel mondo centralizzato della politica. Chi può fare politica oggi? Non più chi è più forte quantitativamente nello schieramento politico (anche perché ormai non possiamo ignorare il fatto che c’è una crisi di consenso). Queste elezioni ci indicano un ribaltamento del ruolo dei partiti. Prima il partito rappresentava l’alfa e l’omega della vita politica italiana. Ma non è più così. Cosa è successo a Milano? Tutti i partiti, compreso il Pd, hanno fatto una scelta intelligente. Dopo le primarie, hanno accettato di portare avanti un candidato che piacesse ai milanesi. Attraverso questo detonatore chiamato Giuliano Pisapia, i partiti hanno accettato di essere contaminati.

Questa idea di contaminazione è quindi l’orizzonte politico nazionale?

Bisogna pensare ad un’operazione costituente che costruisca un nuovo grande soggetto politico che trovi il suo approdo nel socialismo europeo.

Beh, restando a casa nostra, la forma di questo disegno non è stata nemmeno degnata di uno sguardo quando si è trattato di pronunciarsi sulla candidatura napoletana. L’accordo è stato trovato a Milano, ma non a Napoli. Sel ha fatto un autogol non appoggiando De Magistris. Questo per dire che la lezione ancora va imparata, metabolizzata e accettata da tutti.


Sì, la dimostrazione al contrario di quello che stiamo dicendo è il caso di Napoli. Appoggiare un candidato perbene in questo momento storico è irrilevante. Slo per il fatto di essere espressione di un partito, condanna Morcone all’irrilevanza. La forza di De Magistris sta nel fatto di essere praticamente auto-candidato, di aver innescato un processo nuovo. Su questo, Sel ha fatto autocritica, se la facesse anche il Pd non sarebbe male. Questi candidati vincono perché sono eccentrici, non perché sono a sinistra. L’elemeno caratterizzante è l’anomalia. E non dimentichiamo Cagliari, il successo di Zedda è una meraviglia.

Non possiamo guardare però solo una parte del disegno. Bologna a Merola e Torino a Fassino sono scelte per noi importanti ma di conservazione. In quel caso, non possiamo parlare certo di candidati eccentrici o anomali....

Ieri questi risultati rappresentavano l’Italia tutta, oggi sono dei casi. In questo caso, prevale la tradizione della politica italiana. Più a Torino che a Bologna. A Torino, fondamentalmente, è stata premiata un’amministrazione che negli ultimi anni è stata la migliore d’Italia.

Crede che il partito del berlusconismo sia destinato a naufragare assieme alla sua ombra infernale, il partito dell’antiberlusconismo?

Il leader che ha caratterizzato di sé i due luoghi della politica (berlusconismo e antiberlusconismo) ha perso. Ha perso proprio lui.

Ma se ha vissuto accanto a noi tutti questi anni, vuol dire che sta beatamente anche dentro di noi. Forse ci vorrebbe un esorcismo per estirparlo del tutto. La psicoanalisi potrebbe rivelarsi insufficiente.

Il berlusconismo è un fenomeno complesso di penetrazione della società, di forme di cultura, e per ritirarsi ha bisogno di un’alternativa di società. Come il berlusconismo, anche l’antiberlusconismo si è rivelato una forma di società. Sostituendo il tema dell’uguaglianza e della giustizia con il giustizialismo, la sinistra ha sviluppato solo una forma di rancore nei confronti del potere. Un deficit di alternativa: questo è il tassello debole.


Se Berlusconi, come scrive Massimo Recalcati, è “l’uomo senza inconscio”, viene il sospetto che anche la sua coalizione, a forza di starci vicino, se l’è perso. Basti vedere il disagio che si prova a parlare di possibile sconfitta. In compenso, noi a sinistra di psiche ne abbiamo pure troppa, e viviamo di paure e proiezioni.


La destra ha involgarito e rovesciato la tradizionale “doppiezza” della politica alta della sinistra. Questa doppiezza, che consisteva nel tentativo (se vuoi, aristocratico) di stabilire un rapporto non meccanico tra il mezzo e il fine, ha dato luogo ad un senso di sé altissimo per cui esistono i sapienti e gli ignoranti. Ora, cosa fa invece la destra? Trasforma questa doppiezza in un totale separazione. Il rapporto tra quello che dice e quello che fa è totalmente scisso. La cosa che viene detta non viene sottoposta alla verifica, non dico della realtà, ma neanche della verosimiglianza. Si sono sbarazzati del reale. Dicono che hanno vinto. La verifica della realtà sta nel fatto che esistono, che sono lì. E finché esistono, sono produttori di mondo. Perché il mondo reale possa riaffermarsi, è necessaria la caduta. E’ sempre stato così. Adesso è il loro momento di caduta e di verifica della realtà. Il blocco sociale della destra si sta vistosamente incrinando. Tutto si gioca adesso sui due piani, il simbolico e il materiale. Quello intermedio (rappresentato dalla politica) si sta offuscando. Pensiamo a quello che è successo in Tunisia, alla rivolta del pane.

Rispetto alla Tunisia, noi però abbiamo un problema in più. In un pezzo d’Occidente, il pane non è il pane (un po’ come diceva Magritte: “questa mela non è una mela”), cioè la rappresentazione della realtà - nelle società dei simulacri - ha preso il posto della realtà, al punto che non ci si accorge più dei propri stessi bisogni: basta immaginarsi che tutto è a posto, basta vivere una vita per delega.

Questo è parzialmente vero. Non vedo estinto il terreno sociale, il corpo sociale è ancora lì. Il Nord Africa, la Grecia, la Francia, sono stati il terreno di rivolte “carsiche”. In quanto rivolte, non sono rivoluzioni. O si dà uno scossone al sistema, o tutto rifluisce. Però non sottovaluterei il contributo delle nuove generazioni. I giovani non sono orientati tutti verso una ideologia individualistica-mercantile. Sentono i bisogni e i desideri diversamente. Questo non risolve la partita. Gli elementi di inquietudine sono tantissimi. ma la reazione è forte. Le classi dirigenti conducono un attacco spietato alla scuola, ai diritti del lavoro, e questo scatena la rivolta. Naturalmente la cosa essenziale è passare dalla rivolta alla contrattazione, al negoziato. Questo è il compito della mediazione politica. La politica è anche negoziazione. Perché oggi non c’è negoziato? Perché è morta la politica.

Non crede che Vendola sia isolato?

No, Nichi non è solo. Adesso c’è anche Pisapia. Il processo che hanno innescato Nichi Vendola in Puglia, Pisapia a Milano, e Michele Zedda a Cagliari, e, in forme diverse, De Magistris a Napoli, indicano un ribaltamento. Il processo è territoriale. Le due polarizzazioni per una rinascita della sinistra sono il territorio e l’Europa, lo spazio grande e lo spazio piccolo. Pisapia ha detto una cosa importantissima dichiarando che il suo modello è Greppi: ha nominato le radici di un processo. Il socialismo municipale esprime una precisa idea di civiltà.

Quindi ci auguriamo che da giugno si lavorerà tutti come pazzi in diverse case: di Sel, Pd, Idv e Radicali....

Non c’è un solo Big bang, ma tanti Big Bang. E da lì può emergere una nuova sinistra: plurale, libertaria, autonoma. Questo significa anche l’assedio al Pd. La detonazione è avvenuta, il passo successivo è un assedio democratico per la costruzione di un partito unico a sinistra.


(Pubblicato su Gli Altri)

giovedì 5 maggio 2011

L'occasione perduta d'Occidente: restare femmina


Figure opache, tenui, così tenui da chiederti se sono figure umane o qualcos’altro. Sembrano muoversi dentro una palude, all’alba di un giorno carico di presagi. Avanzano a coppie di donne. Una di loro è sola e non vede. La materia è lattiginosa, di una natura segreta, irrorata da flussi improvvisi di luce. L’effetto sul nostro corpo è immediato. E’ come fare un sogno preistorico. Un sogno di quelli che non ti appartengono, perché è un inconscio collettivo e antico quello che l’ha partorito. Nel creare l’ultimo folgorante spettacolo, Virgilio Sieni si è ispirato a “Tristi Tropici” di Levi-Strauss, ma conservando la tessitura microscopica, sottile, con cui aveva attraversato il “De Rerum Natura” di Lucrezio. L’incontro tra i due mondi (l’antropologico e il creaturale) produce una realtà terza, una dimensione possente che fa leva sull’elemento intra-mondano. Visitando le tribù del Mato Grosso negli anni Trenta, Levi-Strauss rifletteva sulla possibilità che l’Occidente aveva perduto di “restare femmina”. Ed è quella possibilità inesplorata che Sieni esplora, con le sue figure autentiche e fragili, anziane e giovani, che si poggiano l’una all’altra senza volontà, con assoluta tenerezza (le danzatrici Simona Bertozzi, Ramona Casa, Elisa De Fanti, Dorina Meta, Michela Minguzzi). E’ il sogno abbacinante degli inizi, un’immagine che si imprime nella retina ma che investe tutti i sensi contemporaneamente indicando un diverso modo di essere. Una terra di mezzo che oscilla tra l’animale e il non-ancora (o il non-più) umano, dove la bellezza del corpo si confonde con la terra e i suoi elementi. Un pavone e due altissimi uccelli silenziosi, appaiono tra le cose, nel modo in cui soltanto Sieni sa far apparire le cose. Senza far sentire il peso delle figure che irrompono in scena. Senza teatro. Come se le cose fossero lì da sempre e aspettassero il momento in cui noi spettatori dimostriamo di essere di nuovo capaci di sentire, per essere viste, e accolte. Nella loro interezza. Come parti del tutto. “L’uomo non ha fatto che dissociare allegramente miliardi di strutture per ridurle a uno stato in cui non sono più suscettibili di integrazione – rifletteva Levi Strauss – Senza dubbio ha costruito delle città, e coltivato dei campi; ma, se ci si pensa, queste cose sono anch’esse macchine destinate a produrre dell’inerzia a un ritmo e in una proporzione infinitamente più elevato della quantità di organizzazione che implicano. Quanto alle creazioni dello spirito umano, il loro senso non esiste che in rapporto all’uomo e si confonderanno nel disordine quando egli sarà scomparso”. Come sarebbe andata, invece, se l’Occidente non avesse perso la possibilità di restare femmina? Non lo sappiamo. Ma basta osservare queste vulnerabili creature dei “Tristi Tropici” per sentire come una possibilità di capovolgere lo sguardo antropocentrico forse ancora esiste, da qualche parte.

mercoledì 4 maggio 2011

L'ultima volta che vidi mio padre


Somiglia ad una seduta psicoanalitica, ma non lo è, perché usa una forma pre-verbale. Può evocare un fenomeno di ipnotismo, ma non c’è nessun ipnotizzatore in scena. Ricorda qualcosa, ma cosa? Non è un ricordo chiaro, quindi può far riferimento solo alla prima infanzia. L’ultima volta che vidi mio padre, di Chiara Guidi e Scott Gibbons, è una seduta misterica, un appuntamento con la parte più antica della nostra memoria, quella che il neurofisiologo e psicoanalista Mauro Mancia chiamava la “memoria implicita”,”una memoria sotterranea, non passibile di ricordo e non verbalizzabile”. Cosa si vede in scena, cosa si sente? Sarebbe più corretto chiedersi cosa si intra-vede e cosa si intra-sente. Al livello di immagini animate, l’opera mette in campo scene di abbandono e di morte. C’è un bambino che, come dice il titolo, vede l’ultima volta suo padre e si mette a cercarlo. Nel suo viaggio, incontra animali, vecchie, cunicoli, e un’immensa solitudine. Sul palcoscenico, una nidiata di “fanciulle in fiore” (le allieve di Guidi e le voci bianche dell’Accademia di Santa Cecilia) compiono movimenti leggeri, domestici, sussurrando frasi evocative ma inintellegibili, sotto la guida della stessa Guidi, figura del silenzio, orchestratrice dell’anima in subbuglio. Queste piccole donne aprono e chiudono porte. Appaiono nel bianco e dal bianco vengono risucchiate. Come le aristocratiche collegiali di Picnic ad Hanging Rock, il film di Peter Weir del 1975 che ci aveva fatto conoscere, quando eravamo piccoli, il terrore metafisico, le fanciulle dello spettacolo della Socìetas Raffaello Sanzio ci fanno rivivere la paura, la tragedia del perdere qualcuno e il mistero del perdersi. Anche L’ultima volta che vidi mio padre potrebbe essere ambientato nell’anno 1900. Perché questo “dramma musicale animato” chiama in causa gli albori del cinema, il suo dispositivo onirico. Alcuni spettatori non si sono subito sintonizzati con la materia dello spettacolo, riconoscendogli una perfezione formale a fronte di una lacunosità narrativa. Il suo materiale però non è la fiaba, cioè la storia, ma il fiabesco, ovvero il “modo” della fiaba, la sua luminescenza rapinosa, fatale. Non essendo una biografia (la storia di un bambino che...), non parla alle nostre autobiografie. Quello che percepiamo sulla scena ci attiva, piuttosto, un oscuro ricordo di quell’epoca della vita in cui conoscevamo il mondo attraverso fruscii di tessuti, scricchiolii di porte, cantilene e rumori soffocati, la musicalità delle parole, ancora incomprensibili. Quando lo spazio fuori di noi era indistinguibile dallo spazio dentro di noi. E le prime volte che perdevamo qualcuno – o qualcosa - era anche la prima volta che ci accorgevamo di amarlo.
(Pubblicato su "Hystrio")

lunedì 2 maggio 2011

Storia di padri di fratelli. Storia d'Italia. Ecco cosa c'è dietro il cognome Donat-Cattin


Storia di padri e di figli. Storia di fratelli. E storia d’Italia. Donat-Cattin è un nome di quelli tosti. Non se ne sta buono buono in un angolo. Ha una forte personalità che raddoppia la personalità di chi lo porta. Nel bene e nel male, ti segna l’esistenza. Anche se scegli di fare il giornalista “di macchina”, e non il politico. Anche se non rilasci mai interviste. Anche se il tuo viso è scolpito nella sobrietà (salvo esplodere in un sorriso non annunciato quando si parla di certe cose belle del passato, certe cose del Novecento). “Io sono un uomo del secolo scorso”: Claudio Donat-Cattin, giornalista, autore tv e coordinatore di diversi programmi Rai (nel ‘92 ha inventato il fortunato “Borsavalori” con Frajese), ha tentato di sfuggire tutta la vita alla pressione esercitata dal suo cognome. Come figlio di Carlo Donat-Cattin, “Carlo il temerario” (come lo chiamava Pansa), personalità storica della Dc, il grande “ministro dei lavoratori”, “l’esponente più globale dell’anima sociale del cattolicesimo politico italiano” (sono parole di Cossiga), scomparso nel 1991. E come fratello di Marco Donat-Cattin, detto “Comandante Alberto”, una vita breve consumata dentro le fila del terrorismo (Prima Linea, omicidio Alessandrini) e finita nel 1988 sul selciato di un’autostrada, mentre cercava di evitare la morte ad altri automobilisti. Questo tipo di storie non sono scritte sulla lavagna con il gessetto. Non ci sono cancellini pronti a farle sparire o ad usarle a proprio vantaggio. Claudio Donat-Cattin ci riceve nel suo studio di Viale Mazzini, una stanza piccola, una delle tante che forano uno dei corridoi labirintici del palazzo. “Qui non si respira, mi dispiace...Prima avevo un ufficio molto più accogliente. Quando ero vicedirettore di Rai Uno, fino alla fine del 2009”. Ci sediamo. E parte il racconto di una vita. “Non sono abituato a rilasciare interviste, ma voglio fare un’eccezione per voi”.

Il suo nome è ora legato a doppio vincolo a “Porta a Porta”. Ci si trova a casa?

Sono stato co-fondatore del programma nel 1996 e ho partecipato alla costruzione del format con Vespa, Marco Zavattini, Marco Aleotti ed Antonella Martinelli (colei che ebbe l’idea musicale di “Via col vento”). Da sedici anni partecipo alla creazione quotidiana del programma, come coordinatore. Si comincia alle 8.30 e qualche volta si finisce alle 2 di notte. Si, è in qualche modo la mia casa.

Non le capita mai di astrarsi e di avvertire un leggero malessere nei confronti di quello che rappresenta in Italia “Porta a Porta”? Non è un giudizio sul programma. E’ semmai un discorso sulla simulazione, sulla grande “macchina dell’opinione” (come la chiama Giuseppe De Rita) che ha preso il posto del reale.

Quando è nato, “Porta a Porta” ha rotto un certo schema di informazione televisiva. Per la prima volta, arrivava in tv il “personale” dei personaggi politici: D’Alema in cucina, Prodi in bicicletta.... Con un certo scandalo, abbiamo introdotto prima degli altri il personaggio femminile d’intrattenimento che intervistava il politico (per esempio Milly Carlucci e Romano Prodi). Poi il modello è stato copiato. Ora ci troviamo in un mondo completamente nuovo, definito dall’offerta di Sky e del digitale terrestre. E’ come passare dal Medioevo alla Rivoluzione Industriale. E’ difficile adesso per noi fare qualcosa di originale. Uno dei punti su cui è impossibile non fare autocritica, è la cronaca nera, che in tv diventa subito sensazionalismo.

Lei ha cominciato proprio come cronista di nera....

Si, ho cominciato alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, prima come cronista di nera e poi di bianca. Quando sono arrivato in Rai nel 1991 (prima non ci volevo mettere piede perché, finché era vivo mio padre, temevo che mi si potesse accusare di lottizzazione) avevo la tipica “puzza sotto il naso” che continuano ad avere molti giornalisti di carta stampata.

Il suo nome si porta dentro una storia di grandi imprese politiche ma è anche innervata di tragedia. E’ la memoria di questo paese, dal dopoguerra fino agli anni di piombo e oltre. In poche parole, il padre e il fratello.

Io ho avuto la fortuna di essere figlio di mio padre. Non nascondo che all’inizio mi ha aiutato ad entrare nel mondo del giornalismo. Dopo di che ho sempre pagato. Portare quel nome ha significato per me avere più svantaggi che vantaggi. Per esempio, quando in Rai sono arrivati i “professori”, io sono stato epurato perché mi chiamavo Donat-Cattin. Ma ho sempre votato per mio padre, ho condiviso le sue scelte politiche. Poi c’è stata la storia di mio fratello Marco. E’ un genere di storia che ha tragicamente colpito molte famiglie della politica italiana, anche se in molti casi non tutto è venuto a galla. La scelta di mio fratello ha fatto morire di crepacuore mio padre (è morto in seguito ad un’operazione cardiaca) e ha gambizzato me e gli altri membri della mia famiglia.

Quando è morto Marco, vi eravate conciliati?

Mia madre per sette anni era andata a trovarlo in carcere riuscendo a ristabilire un rapporto. Ad un certo punto sono andato anch’io a parlargli. Si, ci eravamo riconciliati. Ma il fatto è che di fronte a tragedie come quella del terrorismo, la vita cambia completamente, non solo per le vittime e i loro familiari. Gli occhiali con i quali si è guardata la vita fino a quel momento si appannano, le lenti diventano scure, tutto filtra in maniera diversa.

Chi era Carlo Donat-Cattin, suo padre?

Carlo Donat Cattin, figlio del Novecento, di quel secolo breve, è stato l’espressione di una cultura alta che sapeva mescolare le radici intrise dai maestri del cattolicesimo francese (Maritain, Bernanos) alla poesia italiana (il prediletto Montale). Carlo Donat-Cattin - e qui è il cronista e non il figlio che parla - aveva un profondo senso dello Stato e ha lottato per i diritti dei cittadini: dalla legislazione sul lavoro (lo Statuto dei lavoratori) al rilancio di una politica industriale, dalla riforma dello Stato sociale alla prima bozza di riforma sanitaria. Poi c’è il padre. Beh, è stato un padre severo, duro.

Anche lei è ora un padre severo e duro?

Non sono stato severo e duro, ma sono stato un padre distratto e lontano. Quando mia figlia andava a scuola, io dormivo. Quando lei tornava da scuola, io andavo a lavoro.

Si definisce conservatore?

Sono un conservatore illuminato.

E’ cattolico?

Non sono un uomo di fede così come lo era mio padre. Però sì, sono cattolico, con tutte le contraddizioni di un uomo di oggi. Tra i programmi che seguo come coordinamento qui in Rai, c’è anche “A sua immagine”, una trasmissione fatta d’intesa con la CEI. E sono stato tra gli organizzatori del funerale di Giovanni Paolo II.

Ha visto il film di Nanni Moretti, “Habemus Papam”?

Non ancora. Non ho molto tempo per andare al cinema.

La storia è molto bella, non trova? Il conflitto di un uomo che una volta eletto Papa si sente inadeguato per quel ruolo e cerca conforto nel dialogo con uno psicoanalista.

Si, questo tema dell’inadeguatezza è potente, molto contemporaneo.

Lei si sente mai inadeguato?

Mi sono sentito inadeguato all’inizio della mia carriera giornalistica. Uscivo dal liceo con 9 in italiano e pensavo di essere Hemingway. Entrato al giornale, non solo non sono stato trattato come se fossi stato Hemingway, ma mi hanno obbligato a riscrivere lo stesso pezzo sette otto volte. Poi ho capito che era uno stile, un metodo, e mi sono tranquillizzato.

E’ severo con le persone che lavorano con lei?

Sono sempre stato esigente nei rapporti di lavoro. Lo sono anche con me stesso. Ma non sono mai arrivato ad infierire contro qualcuno.


E’ un piccolo fatto senza importanza ma è accaduto. Non possiamo ignorarlo. Dunque, Pippo Baudo le ha sputato addosso in seguito ad una discussione scoppiata intorno al programma “Centocinquanta”, di cui lei si è occupato come autore. E’ un gesto forte.

Non voglio commentarlo ulteriormente perché è un episodio assurdo che si commenta da solo. Resta un comportamento allucinante, seguito peraltro ad una raffica di insulti senza motivazione. Pare che Baudo abbia detto a Vespa che è pronto a chiedermi scusa. Ma, sinceramente, le sue scuse non mi interessano.