giovedì 29 gennaio 2009

L'Amleto a Gerusalemme, e Claudio non muore



“La tragedia di Amleto è il Sapere che rabbrividisce giunto al limite dell’umano”: così scriveva il filosofo Karl Jaspers nel suo saggio “Sul Tragico” pubblicato nel 1944, quando l’orrore del Novecento non era stato completamente scoperchiato: le immagini dei campi di concentramento non avevano ancora fatto il giro del mondo, ma i grandi poteri – clericali, politici, economici – si erano da tempo resi complici del genocidio, o direttamente o facendo finta di non sapere. “Il Sapere che rabbrividisce giunto al limite dell’umano”: sono parole che tornano con la potenza terrifica dei fatti, oggi che al Teatro Nazionale Palestinese di Gerusalemme (El –Hakawati) una compagnia di adolescenti sta mettendo in scena l’opera di Shakespeare. “On the footsteps of Hamlet” (“Sulle tracce di Amleto”) si intitola lo spettacolo, che, sulla scia di “The Rocky Horror Picture Show” , mette in scena la tragedia della giovinezza dentro un’altra più grande tragedia che è quella che si sta consumando in Israele. Fino a qualche giorno fa gli artisti del Teatro El Hakawaati non sapevano se sarebbero andati in scena: seguivano la guerra a Gaza con dolore, blindati dentro il loro teatro di Gerusalemme Est, zona apparentemente sicura, ma in terra di Palestina niente è sicuro. Costretti a vivere al di là di un muro alto otto metri che avrebbe dovuto dividere gli arabi dagli ebrei e invece divide solo gli arabi dagli arabi, abituati al supplizio dei check-points, trattati come cittadini di serie B, i palestinesi di Gerusalemme sanno bene cosa significa vivere nella più totale precarietà. E nella paura. Da sorvegliati speciali.
Nonostante il clima esasperato delle ultime settimane, hanno deciso però di fare lo stesso lo spettacolo, che il regista Kamel El Basha dedica “alla memoria dei miei colleghi e amici – Adbel Hamid Elkorti, Ibrahim Elewat, Mazen Ghattas, Yacoub Ismail – che quest’anno sono passati all’altro mondo senza potere completare il loro sogno, e a coloro che stanno ancora lavorando per realizzare questo sogno di pace, e alle precedenti due generazioni che hanno giocato un ruolo importante all’interno del Movimento Teatrale Palestinese: presentiamo qui la quarta generazione, che ci auguriamo possa vivere in condizioni migliori di quelle in cui abbiamo vissuto noi”.
Il lavoro su Amleto ha una lunga storia iniziata nell’aprile del 2008. Nato da un progetto dell’Eti-Ente Teatrale Italiano e della Cooperazione Italiana, il workshop si è tenuto tra l’Italia (Polverigi, Venezia) e Gerusalemme, sotto la guida di Gabriele Vacis (regista e pedagogo) che, con il supporto di sei artisti del Teatro Nazionale Palestinese, ha formato trenta allievi attori tra i 14 e i 21 anni, introducendoli alla tecnica della Schiera, una specie di danza ritmica che si è rivelata un’ infallibile pratica di ascolto.
“Amleto è la storia di un Eletto, di un Guerriero di Dio – questa l’idea di Vacis - Prima pieno di dubbi, dopo aver parlato con lo spettro del padre e dopo aver ascoltato la confessione di Claudio, si convince di possedere la verità e in nome di quella verità compie una carneficina. E’ questa la storia di Amleto ed è sovrapponibile ad una serie di storie che si vivono oggi in Palestina. Per cui tanta gente è convinta di avere la verità ma molti altri si chiedono: cosa diavolo possiamo fare?”.
Interrogato, spulciato, vivisezionato, in certi momenti anche rifiutato perché ritenuto troppo lontano dal presente, il testo di Shakespeare diventava, man mano che procedeva col lavoro, un ventre morbido in grado di accogliere inserti di vita vissuta, le storie drammatiche degli adolescenti palestinesi che come tutti gli adolescenti vorrebbero una vita normale e invece devono confrontarsi con i fucili ai checkpoints, i divieti dei padri e i lutti precoci.
Svuotato e poi riempito di nuovo, il testo va oggi in scena quasi integralmente: la lingua di Shakespeare tradotta in arabo classico ha avvinto i giovani attori.
C’è un unico significativo intervento della regia sulla tragedia originale. In questa versione arabo-palestinese di “Hamlet”, re Claudio non morirà: “La punizione più grande per lui è quella di rimanere in vita - dichiara Kamel El Basha - In questo modo può fare da specchio critico agli spettatori, indurre con la sua sola angosciata presenza a prolungare in chi guarda le domande sulla vendetta, la guerra e la pace”.
Tutti i ragazzi saranno Amleto, tutte le ragazze Ofelia, mentre nei ruoli degli adulti reciteranno i tutor: Abed Al Salam (Spettro del Padre), Husam Abu Esheh (Claudio), Reem Talhami (Gertrude).
Ma la guerra nella striscia Gaza ha ulteriormente inasprito divieti e misure di sicurezza. Per cui Abdel Razaq, che avrebbe dovuto recitare il ruolo di Polonio (nonostante i suoi 21 anni), non potrà muoversi da Hebron.
Quest’estate, grazie ad un permesso speciale, aveva visto Gerusalemme per la prima volta dopo dieci anni (ai cittadini che vivono nei Territori Occupati è vietato di entrare nella Città Santa). Difficile dimenticare il suo volto raggiante nei giorni in cui si provava nel Teatro di El Hakawati: “Lo sai quale è stata la prima cosa che ho chiesto quando sono entrato a Gerusalemme? Di vedere il mare. E l’ho visto. Come ho visto la Cupola d’Oro della Moschea della Roccia, così come ho camminato per le strade di Gerusalemme di notte. Chissà se potrò fare tutto questo una seconda volta”. Quello di Abdel era più che un presentimento. Una certezza. Gli hebroniti vivono in cattività, dimenticati da dio e dagli uomini, ostaggi di un esercito che è stato messo a protezione dei coloni ebrei. Cittadini di nessuno Stato. Reietti. Abitanti di un Terzo Mondo.
Senza di lui, allo spettacolo mancherà qualcosa. Se non altro perché, tra tutti, Abdel era l’unico ad avere assoluta padronanza della lingua araba classica: suo padre e suo nonno prima di lui hanno studiata e coltivata, trasmettendola ai più giovani. Eccolo, il Terzo Mondo…
(Dopo aver debuttato a Gerusalemme, “On the Footsteps of Hamleth” andrà in tournèe a Ramallah, Betlemme, Jenin, Gerico, Nablus, Nazareth ed Haifa: per informazioni sul Palestinian National Theatre, www.pnt-pal.org.Nella prossima stagione arriverà in Italia)

Pubblicato su "La Differenza" e su "Lettera 22"

venerdì 9 gennaio 2009

Trovare fili d'erba nella ex DDR


SCANDICCI (FIRENZE).Uscire fuori. Correre. Come Silvia - che è magra e ascetica - sui rollerblade. Fare domande. Ascoltare. Rifiutare, dopo essere stati rifiutati, le poltrone di velluto rosso dei teatri italiani dove ormai si muore d’asfissia. Respirare l’aria mischiata al cemento. Piantarsi ostinatamente là dove non c’è niente e i corpi acerbi se ne stanno buttati come fagotti su una panchina, o tra le merci di un centro commerciale, senza poter comprare niente, aspettando solo che si faccia sera. Sentire freddo. Raccogliere le paure dell’adolescenza frugando dentro la propria stessa adolescenza, quando si faceva teatro in posti abbandonati e gelidi. Essere giovani a quarant’anni. Camminare sui marciapiedi di luoghi che fanno spavento. Fragili. Vulnerabili. Sorridenti. Registrare tutto, specialmente il pericolo. Ridisegnare l’utopia nella traccia rabbiosa di uno strumento musicale. Essere punk essendo padri. In viaggio, sempre. Il loro nome, Motus, non viene forse da una parola latina che indica il movimento? Invece di museificarsi, riavvolgendosi - come hanno fatto tanti loro coetanei - nella difesa apatica della propria estetica, Daniela Nicolò e Enrico Casagrande se ne sono andati negli ultimi anni in giro nelle “zone bianche” del mondo ad ascoltare i battiti cardiaci di ragazze e ragazzi che si sentono simili a erbacce, “piante vagabonde che muoiono in un posto per rinascere uguali poco dopo”. Ed è nelle banlieues d’Italia Francia e Germania che i Motus hanno raccolto i suoni e le immagini più belle e più vere del nostro teatro, scrivendo sul corpo snodabile e misterioso di Silvia Calderoni e dei suoi compagni X (ics), Racconti crudeli della giovinezza, progetto in tre movimenti, una performance, e un film per appunti di cui il Teatro Studio di Scandicci sta proponendo in questi giorni le più recenti articolazioni (fino a domenica 11 gennaio).
X.03, il terzo movimento, è accordato sui suoni post-bellici di Halle-Neustadt, città della ex DDR dentro cui rimbombano i passi isolati dei pochi sopravvissuti, artisti, randagi, vecchi e poco più che bambini che in numero esiguo abitano le stanze disadorne e i marciapiedi spessi di un mondo improduttivo, a tratti nostalgico, dove tutto è caduto: il Muro, l’utopia del socialismo reale, le fabbriche. Traghettatrice tra un mondo e l’altro, giovane Caronte in pattini, Silvia diffonde un volantino: “Mi sto cercando, se anche tu ti sei perso contatta questo numero (Ich suche mich)”. Ed è attorno a questo gesto minimo che si aprono le porte di un universo che sembrava addormentato: la cantante Ines Quosdorf, i nonni che parlano russo, gli adolescenti che nelle band improvvisate di musica punk trovano il modo per aggirare l’autismo a cui la società degli adulti li avrebbe altrimenti condannati.
Mentre le immagini trattengono il reticolato acido e ventoso di una città spettrale, nei cui pixel si mischiano volti introversi, affabulazioni generose, sacchetti di plastica ed angoli di ferro e cemento, le scene teatrali enfatizzano la dimensione dell’attesa, svelando verso la fine dello spettacolo l’interno di un appartamento tedesco dove una ragazza impaurita dai tuoni si lascia spegnere, buttata su un divano marrone, triste come i suoi pensieri che diventano sempre più flebili, rosicchiati. La sua vita anonima, destinata al silenzio e forse anche al sacrificio, è molto diversa dalle esistenze di chi cerca per sé il successo, “quei borghesi che non si rendono conto di essere malaticci”. E’ una vita che a fatica può dire ogni giorno di esserci ancora, di poter ancora respirare. Ma proprio registrando quella morte apparente, lo stato d’animo di chi è stato abbandonato e dimenticato, Daniela Nicolò e Enrico Casagrande trovano il modo – delicato e fermo – di indicarci una possibilità di visione altra: “Ci sono piante che si insidiano negli interstizi del cemento più duro e lo spaccano…radici che deformano marciapiedi, squarciano selciati e si riprendono lo spazio sottratto con paziente tenacia”.
Nella giornata di domenica il pubblico toscano potrà assistere anche a Crac, deriva non teatrale di X, “partitura fisica d’emergenza”, sempre con Silvia Calderoni, e a “Ics, note per un film”, che contiene preziosi materiali prima scartati e poi rimontati seguendo il respiro rabbioso e dolce dei giovani di periferia.
X.03 replicherà invece a Bologna (6 e 7 febbraio all’Arena del Sole) e a Milano (7-8 aprile al Franco Parenti). In attesa del movimento aggiuntivo di questi “Racconti crudeli” che mostrerà in primavera a Napoli i risultati scenici della recente residenza/incursione dei Motus tra i quartieri di Scampia e San Ferdinando: “Per cogliere immagini che non corrispondono ai soliti stereotipi di bullismo e micro-delinquenza, ma per registrare tentativi di essere, di fare e di reagire artisticamente al deserto creato dagli adulti”.